Micronaca Gigliesca

Dal nostro inviato Vito Pelasgico

“No, no, al nove non c’è posto, e poi deve chiamare il fisso, non il cellulare!”
Sono suppergiù le sei, le diciotto se si vuole, quando l’uomo con la maglietta azzurra riceve una delle tante chiamate che gli affollano le giornate portuali all’Isola del Giglio.
Subito dopo viene tutto. Insomma, viene Gigliesca.

L’uomo con la maglietta azzurra dà un senso di sicurezza, anche se spiega, assieme all’altro che ha vicino, che il cavo del tre e ottanta è troppo pesante, e non sarà utile a far funzionare l’elettricità alla Baia del Saraceno. Troppo peso, troppa distanza. Se li si ascolta si riesce a capire che il tre e ottanta è un gran cavo che deve portare l’energia trifase, quella che serve per i carichi elettrici grossi, quella che non funziona come la linea elettrica normale, che chiamano due e venti. Troppi problemi. In quel quarto d’ora si affollano un sacco di troppo.

Le ore precedenti erano state fin troppo serene: uno stuolo di letterati romani che sbarca al Porto gigliese chiacchierando di tutto e tacendo di tutto. Tutti si dipanano e si dileguano poco dopo nei loro alveari isolani, che la pro loco, la effequ, e soprattutto una gentil signora si sono affannati per trovare. Sistemati i letterati, gli autori, i romani, una buona parte del Festival Letterario Isola del Giglio è a posto.

A quel punto c’è chi pensa di farsi un bagno, chi mangia troppe cozze e comincia a bere vermentino, chi pensa a dare una mano a prendere le sedie per la serata.
Qualcuno, nel frattempo, prima delle diciotto, andava su e giù per il porto lanciando ammonimenti sulla mancanza del cavo della tre e ottanta. Ed è intorno a quel rotolo di cavo, arrivato a piombo giù dal Giglio Castello alle diciotto, che si scatena Gigliesca.

Il rotolo viene portato alla Baia, viene steso fino a un allaccio di fortuna. Giungono assieme il traghetto dei musici, il furgone dei tecnici, gli autori in massa, l’elettricista. Nessuno sa che fare. Il furgone dei tecnici è la chiave di volta. Una volta scaricato il furgone tutto può avere inizio. Ma il furgone tarda, la connessione elettrica viene a lungo discussa con l’elettricista, qualcuno prova a pulire i tavoli per il Festival Letterario, qualcuno brinda in qualche anfratto dell’isola, i musici fanno il bagno, giunge un altro uomo con la maglietta azzurra che dice che il palco sull’acqua potrebbe anche sprofondare, l’incertezza serpeggia, e per un attimo c’è anche chi paventa che non se ne faccia più di niente. E invece, non di colpo, ma gradualmente, tutto si va aggiustando. Come il rotolo dell’elettricità (che poi non servirà davvero, né verrà usato), tutto gira piano su se stesso e va al suo posto. Il furgone riparte, il festival ha inizio. Intervengono tutti, tutti hanno perfino qualcosa di sensato da dire. Si fa un gran parlare di acqua.

La gente ascolta. Il sindaco premia. Poi spazio al vino e alla pizza con le cipolle. Poi si suona, sempre sull’acqua. Il palco non sprofonda, le leggi della fisica reggono, i sorrisi lievitano.

Gigliesca è un lampo che produce un sacco di memoria. Chi se la dimentica più? Si smontano le sedie, si spendono poche parole. C’è ancora tempo per del vino. Basta guardare l’orologio che è già passata mezzanotte: e dove se ne sono andate le ultime sei ore? Dal rotolo al sorriso sembra esser passato un attimo. E sono passati in tanti. L’obbligo di citarli è cosa nota a tutti, e in ordine sparso ecco che tornano alla mente gigliesca Sortino, Bottai e Capecchi; Pompili e Di Vita, Borzone e Laurano, Rosella e la sua grande tenacia, Nicola dall’accento sardo e Gabriele che scendono dal furgone, i due uomini con la maglietta azzurra, e poi Novi, Zannotti, Consani, Carpi e Quatraro; l’altro Quatraro, Guido e Fabio che addomesticano la corrente, Giovanni in canottiera, Schiaffino e Ortelli. E poi Enrica che salva un giovane con un piatto di riso da mangiar sulle scale. Senza contare tutte le dolci metà sparse ad affiancare alcuni di questi, e senza contare tutti quelli che per caso o per sincera voglia hanno passato ore gigliesche assieme.

Punta della Dogana tutta in ascolto, la Baia del Saraceno che diventa un teatro sull’acqua.
Il resto, si diceva, lo fa la memoria.
Il giorno dopo il tempo serve a distenderla, la memoria, per andarsi a ripescare i granelli di quello che la sera prima era arrivato come un’ondata non troppo decifrabile. C’è perfino chi, a comprare il Sole 24 ore, scopre che ci sono due megapagine proprio su Sortino.
Si pensa alle coincidenze. Nessuno trascura un tuffo. Poi un traghetto e ancora memoria.
Si va via.
Ci restano uno sgabello mai più ritrovato (ma chi lo avrà mai preso quello sgabello?!), un telefonino dell’organizzatore che decide di finire la sua contemporaneità tuffandosi in mare, i commenti dei gigliesi che brulicano tra barche e scogli.
Al Giglio si sono voluti incontrare un pezzo di Roma, un pezzo di Pisa, un pezzo di Costa d’Argento.
L’acqua entra davvero dappertutto.
Adesso alcuni restano. Altri vanno: ma loro, quelli che vanno, torneranno, eccome.
“Dovevano dacci la pensione prima e a sessantanni facci comincia’ a lavora’!” si sente dire da uno sul porto.
Tutti, ma proprio tutti, hanno voglia, hanno bisogno di dargli ragione.

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