Pischedda ci porta nella cucina del Medioevo, tra pani e porci | Albioneonline

Grano, vite, olivo: è Roma, Roma antica e città eterna. Sulla salute della triade nessuno ha da obiettare – e se sì, ricoveratelo. I cosiddetti barbari che venivano da est, ci misero un po’ a farsene una ragione. All’agerpreferivano la foresta. Mangiavano bestie più di quanto non facessero i romani prima monarchici e poi repubblicani – poi con l’Impero, più frequenti si facevano le entrate dall’Oriente, maggiore diventò il gusto dell’oltranza: anche alimentare. Difatti Roma pian piano smette di essere Roma, la classicità (denominata a posteriori, va da sé) si smembra dall’interno, il fascino levantino sottrae vigore a una società di impronta decisamente maschile che nei primi secoli di vita la carne la riservava ai dì di festa, e s’insinua anche nei banchetti: sempre più un fine, assieme ad altri generi di vizi.

La misura composta e compatta dell’ager divelle i propri confini dunque, come i codici e(ste)tici, e si fa attraversare prima dalla capziosa eleganza orientale, sofisticata anche a tavola, implodendo al proprio interno, e poi dalle scorribande dei popoli che a chiamar barbari si faceva facile ma con i quali sarebbe stato inevitabile, date le premesse, soccombere. Del resto, costoro sono adusi agli spazi aperti: caccia, pascoli e maiali in luogo di vite, grano e olivo. La sintesi dei cosiddetti regni romano-barbarici sarà tale anche sul piano alimentare. Il maiale, perciò, bestiaccia succulenta della quale non si butta niente, prende un posto d’onore.

Il Medioevo è inconcepibile senza i porci, c’è poco da scherzare. La crapula però è dei potenti; per i conquistatori del Mediterraneo uno benestante è uno che mangia più del dovuto o del necessario. Laddove la cifra religiosa, il Cristianesimo che rappresenta il segno culturale dominante di quasi un millennio di storia occidentale presenterà un conto opposto e non da tutti: Oddone e la sua mortificazione della carne, il monachesimo dell’astinenza, il peccato biblico che ab origine è un peccato di gola, l’allontanamento del vino di cui si intuisce l’insidioso incentivo verso l’altro peccato capitale – la lussuria – al più ragionevole Francesco, del quale Anna Pischedda ricorda la voglia di mostaccioli manifestata prima di morire. Il Medioevo insomma è combattuto fra il rigore penitenziale e la Ribellio Carnis di chi non aveva nessuna intenzione di resistere ai piaceri del corpo, mangiare compreso. E la carne la si mangiava arrosto o bollita. Ma non si faceva mancare i legumi, l’uomo medievale. E il pane, ovvio – soprattutto nella nostra penisola. Per motivi semplici, materialissimi e ben poco simbolici: si digeriva più facilmente di zuppe e polente. E nutriva a dovere. Il formaggio invece non andava per la maggiore, considerato pericoloso per i reni e il fegato. Il pesce così così e poco gli ortaggi. Al breve excursus storico, l’autrice accompagna testimonianze dell’epoca e ricettari: se volete invitare a cena qualcuno e fargli assaggiare un “pasticcio di uccelli vivi”, questo libretto vi aiuterà.

Michele Lupo, Albioneonline

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