Il giornale. Comunicare ossia trasmettere ad altri per contagio.

Un racconto di Andrea Arienti, autore di Sconsideratamente

La mattina verso le otto esco da casa e m’incammino verso il bar Dani, in cui si assapora il miglior caffè del quartiere. Passo di necessità davanti al chiosco del giornalaio, mi fermo.
«Buongiorno!»
«Buongiorno!»
Mi saluta sorridendo. Ci conosciamo da tempo. Mi sto chiedendo se comprarlo o no il quotidiano, è una lotta, quella gattamorta lo sa, fa finta di non guardarmi, invece mi scruta con un sorrisino, chissà che sta pensando, non lo so, potrei immaginarlo, ma non m’interessa. Come sempre cedo, e lui ha già il giornale in mano…
«Buona lettura, dottó!»
Così è ogni mattina. Anche se sono convinto che non ha senso leggerlo, almeno non mi arrabbierei, non mi sentirei deluso, mi risparmierei nuovi morsi di gastrite, tuttavia lo compro il giornale, dimenandomi nella nebbia dei se e dei ma: ‘E se oggi ci fosse qualcosa di veramente interessante informativo piacevole da leggere? Non può  essere che tutti i giorni ci si debbano trovare banalità, articoli scritti in un linguaggio incomprensibile, o peggio ancora pilotati, deferenti’. A dire il vero la speranza che una volta mi sia sbagliato punzecchia la curiosità così che ogni mattina, appunto, con qualsiasi tempo non vedo l’ora di uscire di casa, impaziente di comprare il giornale.

Entro poi nel bar, mi gusto un espresso, ‘un insieme di note aromatiche, profumi freschi e leggeri, un piccolo miracolo di fisica e chimica, ai confini tra l’arte e la scienza’.
Torno a casa.
Lo sfoglio, il giornale. Il fruscio della carta mi riporta alla mente il mormorio delle ondarelle del mare che scivolano sulla battigia, che un tempo mi invitavano a fantasticare, e mi creavo un mondo parallelo dove la fantasia e i pensieri vagabondavano e trovavano talvolta un qualcosa di essenziale da trapiantare conciliante in quello reale.
È un momento, quel ricordo, che mi estranea dal circostante e mi fa sentir bene.
Mi faccio forte.
Nulla da eccepire sulla composizione e la presentazione dei quotidiani, pagine dedicate alla politica, all’economia, alla cronaca, allo sport, alla cultura, alla salute, alla moda, ai giovani, al servizio meteorologico.
Lo scartabello: fotografie di politici dal sorriso ebete o canzonatorio, di manager dallo sguardo truce o dal sorriso farisaico, di modelle artefatte, di atleti, di cardinali, ma quanti ce ne sono?, di vie congestionate dal traffico, di scene di guerra, di manifestazioni in piazza, di alberi abbattuti per dare spazio a un altro centro commerciale; poi in colori diversi le previsioni meteorologiche e gli oroscopi, specie quelli biologici che sembrano essere tanto di moda.

Arrivo a pagina quaranta o giù di lì, ricomincio da capo.

I titoli degli articoli fanno gola: pane e pasta aumenti in arrivo, rincari del 500%; i ministri x e y alla F1 a bordo dell’aereo di Stato; gazzarra al Parlamento, volano sputi schiaffi e insulti; colpo di fulmine tra il Primo Ministro e la velina yz; tagli alle pensioni delle fasce sociali più basse; ritoccati gli stipendi ai parlamentari, più quattro per cento; allarme inquinamento: il sindaco invita la popolazione a rimanere in casa per una settimana; assassinati anziani coniugi per venticinque euro; violenza nelle scuole; la maestra si fa palpeggiare; bombardamenti aerei: quaranta vittime tra donne e bambini; fine settimana tranquillo sulle autostrade, 91 morti e 145 feriti; undicenne violentata, arrestato il parroco; alcolizzati a dodici anni; le baby gang al femminile, picchiata una quattordicenne; vendetta tra cosche; test di ingresso all’università truccati; boom a medicina, più psichiatri che medici condotti; ospedale invaso dai ratti; smottamenti e  frane nel meridione, allagamenti al nord, voragine in pieno centro cittadino; trecento ettari di bosco in fiamme; la CEI ribadisce niente pillola né del giorno prima né del giorno dopo, si tromba solo per mettere al mondo figli; nuova stagione del cinema: i morti che parlano, il mostro colpisce ancora, il pianeta terra è scomparso, invasione degli alieni, la vendetta della mummia; libri della settimana: il cuore sanguina, addio per sempre, ti odio amore mio, vivere con la depressione, la natura piange; teatro, nuova scenografia di Medea ed Edipo re; musica, la Filarmonica di stato esegue due inediti di Giuseppe Vattelapesca, il Requiem e il De profundis.
Considerando lo strazio di notizie e di informazioni, i commenti fregiati di sufficienza, arroganza, sfrontatezza, spudoratezza e tracotanza, mi venne da chiedermi una volta:
«È mai possibile?».

Una semplice domanda, alla quale cercai a lungo una risposta.
Navigando su internet, scoprii la sigla FNSI, Federazione Nazionale Signorine Italiane, pensai. Quale sorpresa, invece! Era la Federazione Nazionale Stampa Italiana!
Mi lessi di volata lo statuto, e di nuovo quale grande sorpresa. Non avrei mai supposto che fosse in giusta misura ripartito sensatamente in principi, responsabilità, diritti, incompatibilità.
Come avrei potuto mettere in dubbio da quel momento la coscienziosa preparazione, la serietà degli intenti, il rispetto, la correttezza del giornalista nel riportare le notizie, nel salvaguardare il pluralismo dell’informazione, nel tutelare la circolazione delle idee e delle opinioni, nel voler far partecipe il lettore anche un pochino del sapere indotto, sì di ciò che in natura e nella vita dell’uomo è spontaneo e libero, visto che molti non se ne danno più peso? Contenuti e intenzioni eccellenti.
Sono convinto ancora oggi quanto degni, adeguati, utili e persino produttivi siano stati ritenuti quei fondamenti e quelle priorità, così come apprezzabili e positivi il buon senso e l’onestà che li hanno ispirati.
Tuttavia, perché stilare uno statuto e far credere di attenervisi se poi, tanti e altri essendo oramai gli interessi in sede redazionale, vengono eseguiti gli ordini del caporale di giornata?
Che un giornale si sia dato questa o quella linea etica e politica è nel suo buon diritto, ma perché cercare di abbagliare il lettore in maniera subdola con l’aggettivo “indipendente”? Indipendente da chi, da che cosa? Ancora non l’ho capito. Mi sembra una villania e un’insolenza, nei confronti dell’informazione,  nonché una parolaccia.

Da tempo la società è virulentata dall’asinaggine dei politici, personaggi tristemente istrioneschi, grossolani, goffi, arroganti nella loro ignoranza, stimolati nella dialettica del loro ufficio da bramosia di esibizione, di fastosità, un’asinaggine però che ha creato potere nel quale si grogiolano.
Per leggerezza, pecoraggine, mancanza d’ideali il cittadino glielo rafforza quel potere, giustificandolo con un suffragio.
Povero grullo! In questo modo, credendosi libero e nel giusto, appagato vegeta nel nimbo dei dettami di altezzosi incompetenti che lo educano, lo guidano e lo obbligano alla conformità, alla deferenza.
In tale contesto, purtroppo, anche la stampa si grogiola. Sembra essersi determinato un tacito sodalizio di mutuo soccorso tra giornalismo e politica, così che in sfumature differenti d’intervento entrambe le istituzioni con premura si arrogano la facoltà di prendere e imporre decisioni a tutti,  temporalmente e spiritualmente.
Una volta erano le corporazioni dei parroci a modellare il cittadino, di queste il giornalista ne ha assunto la vocazione e le doverose finalità. Basta dare una sbirciata alle rubriche Lettere! Risponde! Per saperne di più! Consigli giusti! L’opinione! Parla con! Scrivete a! Sportello aperto!
Tanto di cappello! Non c’è una risposta o un suggerimento che sgarri! È straordinario come il giornalista delegato, navigando nei meandri dei comportamenti, dei sentimenti, delle intenzioni, dei princìpi e delle norme, sappia dettare regole e rattoppare i buchi neri della coscienza con i sofismi più consoni.
A chi legge un giornale risalta così il libero tuffarsi dello scrivente nel fertile mercato delle panzane in cui si raggiungono tonalità sublimi. Si sanziona un archetipo, la bugia, che diventa un dogma, con l’arrogante pretesa di essere al di sopra di tutto e di tutti, per cui la stesura di un articolo è tutt’altro che il comunicare, l’informare o il semplice dire.
Che il giornalista alla fine del mese debba pur fare i conti con le spese di casa, lo capisco, ma non è accettabile la vendita di notizie, di commenti, d’interpretazioni, di prese di posizione  dipendenti dal do ut des.
E che non si venga fuori con la solita stereotipata solfa siamo in democrazia, abbiamo diritti sacrosanti, la libertà di stampa è sancita dalla Costituzione, ed altro ancora: è prendere in giro l’intelligenza e offendere la coscienza individuale e sociale.
Non ho mai visto in vita mia un prete magro, almeno che non fosse ammalato; e voi, giornalisti, quanto pesate o siete parecchio ammalati?

Domenica mattina ho incontrato nel parco un vicino di casa. Era pensieroso, mi sono fermato.
«Come la va?», gli ho chiesto.
«Che mondo di merda!», mi ha risposto.
«Di nuovo! E perché?»
«Come perché! Ma che  tu ’un lo vedi? ’Un funziona più nulla!»
«Vabbè dai, unnè poi così male questo  mondo!»
«O che tu di’i! ’Un c’è più religione! L’è un bel casino!»
«Via! Che tu la esageri un po’ino, mi sembra!»
«La esagero? Ma io, la sô si’uro, pure il Padreterno l’è stufo! Se ne sarà andato in ferie, poverino; speriamo in qualche posto sconosciuto, unne poteva più!»
«E di ’he?… Chell’è un problema? Qualcuno la ci sarà pure al su’ posto a far le ’osine per benino, Prodi, Berlusconi!»
«Ma che la mi vôi prende’ per i fondelli? La sarebbero un maluccio, que’ due ’osi. O che tu non li leggi più i giornali? La sanno tutta loro, i giornalisti, la di’ono quel che vogliono, ti fanno il giudizio universale dalla mattina alla sera. La ’omandan loro oramai! O te, il Padreterno se l’è in va’anza ben per lui, altrimenti la vôl di’ che la sarà stato li’enziato!»
«E da chi?»
«Allora la sei tonto! I giornalisti la si saranno presentati in Paradiso e l’avranno detto: Oh, qui uno di  noi l’è troppo! Smamma! La devi scegliere, o va’anze o licenziamento!»
«E ’he l’ha scelto?»
«E ’he ne so io, ’un sô mi’a un giornalista!»
«I contenuti degli articoli spesso sono piatti e cenciosi, l’importante non è più quello che si deve o dovrebbe scrivere ma il modo in cui si scrive.»

Il giornalista sguazza nelle pozzanghere della lingua, inventa una nuova grammatica, s’immerge nella fanghiglia di una nuova ortografia, dell’abuso della minuscola e della maiuscola, dell’avvalersi maldestramente della virgola e del punto e virgola, dello scambio tra l’articolo maschile il e lo, dell’errato impiego degli accordi al maschile e al femminile, della confusa dislocazione e dell’uso improprio, o quanto mai sospetto o equivoco nel contesto, dei nomi e dei verbi e degli aggettivi.
Quel vicino di casa, sempre lui, mi ha bloccato ieri, giornale in mano,  mentre, tornato dalla spesa al mercato con due sporte piene e pesanti, stavo entrando in casa, la chiave già infilata nella toppa del portone.
«O che tu lo sai chell’è successo al Palazzetto?»
«No, perché?»
«Manco io lo so, ma la dev’essere successa una ‘osa schifosissima.»
«Non mi dire.»
«Toh, leggi un po’ino sto titolo di giornale!»
«“Palazzetto dello Sport. Oltre tremila persone. Evacuazione generale. Presenza massiccia di autoambulanze e di Forze dell’ordine. Sfiorata la tragedia”. Embè, che c’è di schifosissimo? L’hanno fatta uscire tutti. … La gente s’è allontanata!»
«Ah, ma pensa un po’! ’Un avevo avuto il coraggio di legge l’arti’olo, l’avevo inteso un’altra ‘osa. Avevo pensato, la deve esse stata una ‘osa orripilante, tutti accovacciati per benino ad andar di ‘orpo, ché ‘un facevano in tempo a raggiunge il bagno.»
«Ma non dì corbellerie!»
«Io? Ma se  ’un si sa scrive, allora perché la vengono scritte certe ‘ose!»

Il giornalista si compiace per la costruzione contorta delle proposizioni, per il consumo cocciuto di vocaboli invece di parole, di espressioni troppo impanate e rifritte, di battute fuori luogo, dell’uso di paroloni di capricciosa moda, e per l’impiego goffo, assurdo e incomprensibile di vocaboli ed espressioni presi a prestito da idiomi e da altre lingue.

Ma che significano: «Recenti report di analisti hanno tagliato i target di prezzo? Entrambi i broker hanno confermato il giudizio buy? Il dividend yield è sceso drammaticamente?».

Ero e sono stufo di portare appresso uno zaino zeppo di dizionari dei sinonimi e dei contrari, dizionari tecnici, di fogli dattiloscritti zeppi di espressioni gergali e di neologismi stranieri con traduzione, di vocabolari della lingua inglese, tedesca, francese, cinese, giapponese e araba, necessari per interpretare certi scritti. È vero che una lingua si evolve, ma proprio proprio deve in questa direzione?

Tempo fa per leggere otto righe di cronaca dovetti prendere un giorno di ferie.

È mai possibile che non si possa fare a meno di usare termini come playlist, road show, short, performance, social housing, collezione fashion, global warming, global-remix, shopping center, call-center, periodo low cost, politically correct, moral suasion, okay, policymakers, baby, raid, guardrail, show, off-side, outsider, hinterland, hit, handicap, jet-society, location, start, relax, out, in, off, on, week-end? Devo continuare?
E voi giornalisti siete convinti che le attuali e le nuove generazioni, quelle delle famose tre I, riescono a capire quei vocaboli se teniamo anche conto  della preparazione e della conoscenza di una lingua straniera da parte di un insegnante?
Già è difficile spesso capire la nostra stessa lingua, varia e ricca nel lessico, figuriamoci poi quei paroloni strani che si pronunciano in un modo e si scrivono in un altro.
Giorni fa, avendo accusato forti dolori di pancia, il medico che mi ha visitato mi ha chiesto:
«Soffre per caso di lambliasi?»

Per non dimostrare la mia ignoranza, ho risposto secco.
«No, ma che scherziamo, mai ne ho sofferto!»
«Non si preoccupi! Vedrà, in un paio di giorni tornerà tutto in ordine.»

Devo essere sincero, non avevo capito un tubo! Anzi, a sentir pronunciare quella parola m’è venuto un accidente, ero preoccupatissimo e nel mio susseguente confuso stato mentale ho creduto per un momento che avesse usato un termine  della lingua occitana. Non so il perché!
Finita la visita, ho telefonato alla segretaria, è una donna eccezionale, potrebbe partecipare a qualsiasi gioco televisivo a premi, sa tutto, le ho chiesto di disdire gli appuntamenti del pomeriggio, poiché sembrava che avessi sofferto e soffrissi di un virus sconosciuto, la lambliasi, e sicuramente avrei dovuto ricoverarmi per particolarissimi accertamenti sul mio stato di salute. Mi ha risposto:
«D’accordo, se proprio vuole! Ma per i sintomi di una probabile diarrea, non è un po’ esagerato?»

Beata lei!

Seduto al tavolo nel mio bar preferito, mica solo per il caffè, è proprio la padrona che mi tira assai, da un articolo sulla formula uno ho spiegato per assomiglianza dei termini ad alcuni astanti, su loro richiesta, che non parlano né scrivono come me la lingua inglese e che coltivano e curano invece ancora e per fortuna la lingua italiana, l’espressione pole-position con posizione di una polla d’acqua nel serbatoio al posto della benzina, e ho aggiunto:
«Era l’ora che si pensasse un pochino all’impatto sull’ambiente!»

Ci siamo chiesti e abbiamo discusso, e che mi è successo?, mi sono preso dal giornalista scrivente, per caso presente alla discussione, una denuncia per ciarlataneria e per falso di notizie con richiesta di risarcimento danni.

Ho incontrato qualche giorno fa un amico, quarantacinque anni, non vive più da tre mesi con i genitori.

«Finalmente!», gli ho detto.
«Macché finalmente!», mi ha risposto, «babbo m’ha sbattuto fuori di casa! Era esasperato! E sai perché? Una mattina a colazione ho detto: Aló papi end mami, iù ar iu? Wau!, biutiful brechfast!». Mamma ha abbassato gli occhi e chinato la testa, poverina, babbo m’ha guardato, ha sospirato, è scoppiato e:- Quanti sacrifici abbiamo fatto per farlo studiare, e questo se ne viene con le stronzate di prima mattina! Poveri i miei fagioli!- M’ha dato una sua vecchia grammatica, Lingua e Comunicazione, e un vocabolario aggiornato della lingua italiana poi ha aggiunto:- Quando parlerai come mangi, potrai tornare a casa, adesso fuori!».

Qualcuno potrebbe dire: «Ma la vuoi smettere di chiosare, commentare, biasimare, censurare, condannare, deplorare, disapprovare, malignare,  rimproverare, stigmatizzare, spettegolare e di tagliare i panni addosso a questo e a quello?» Sono onesto, niente di tutto questo, non ci provo nemmeno. D’altronde io non so scrivere, non so esprimermi e comunicare  come un giornalista, un articolista, un opinionista, un redattore, tanto meno come un saggista, uno scrittore o un letterato. Prendo nota per iscritto di certe mie esperienze e di certe mie intuizioni, alla lettera fatti, impressioni, inquietudini, fastidi, perplessità, stupore; confutabili sensazioni che, tuttavia, hanno arricchito e impreziosito la mia bisaccia di conoscenze.

Babbo mi disse una volta: «Quando te ne tornassi a casa stanco morto dal lavoro e ti presentarebbero un mezzo piatto di pasta e fagiuoli, che tu sii contento; se poi ci fosse pure un pezzetto di salciccia, segno bono, tutto il resto vale un ette!»

È stata ed è una delle più meravigliose e chiare frasi della lingua italiana, per il contenuto e la forma, che io abbia mai udito in vita mia. Ecco, quella è rimasta la mia lingua italiana, una lingua accarezzata dalla terra e dal mare e dal sole e dal vento, una lingua che percepisce e sa gustare, captare, essere sensibile e accettare, che soffre e si ribella.

Mi sono chiesto e chiedo a voi giornalisti, quando ascoltate un telegiornale, spiegatemi come si fa a capirlo. Ultimamente, con Mario e Luigi, due cari amici, mi sono posto davanti al televisore, ore venti. La presentatrice, testa leggermente inclinata sulla sinistra per chi guarda, pettinatura ossigenata, mossa, direi beccheggiante, che scendeva a coprire l’occhio destro, l’occhio sinistro dallo sguardo misterioso, labbra semiaperte di un settantaduesimo invitanti e seducenti. Come dite? Fa sexi! ’Un si dice più così? Davvero! E come? Che gnocca? Ah, meno male!

«Buonasera, aria di wei-ji per l’economia italiana. La leaderchip del P.O (Partito dell’orchidea) reagisce, e nel passato week-end ha invitato ad una workshop i businnes-men e i project-manager delle più importanti Italian Holdings. L’incontro è avvenuto al Congress-Palace di Roma City, dove i congressisti vi sono stati trasferiti con i nuovi mezzi pubblici del Comune, gli energy-bus. Si è discusso di know how, di progetti financing e di joint venture. Tra gli invitati, il Presidente dell’Economics International Council of Giglio Island, illustre rappresentante della news economy e Ombusmann della International Europe Giro-Bank. Tutto è filato wash-and-wear. Nessun pressing sui gruppi di lavoro che, nonostante il work in progress, hanno potuto dare il loro okay alla final resolution, acclamata con un wow di grande soddisfazione da parte degli organizzatori e della platea. Garden-party e shootin finale a tarda serata con i rappresentanti della jet-society e degli Young Urban Professional locali».

Mi si consenta, roba da chiodi!

Ma ce li immaginiamo i commenti, le risatine, le disapprovazioni, le sbattute di testa, gli occhi alzati al cielo e le mani giunte, i non può esser vero, i poveri noi, i ma in che mondo viviamo, i che brutta fine che faremo, i ci prendono per scemi, se si sentisse il Ministro della Sanità dichiarare: «Care mamme, per una sicura e sana crescita dei vostri piccoli vi invitiamo a dare loro il liquido bianco opaco contenuto nelle vostre mammelle costituito da una emulsione di acqua e grassi, in cui vi sono disciolti zuccheri,  proteine, vitamine, sali minerali ed enzimi?».

A dir poco ci sarebbe da leggere in edizioni straordinarie:  Governo in crisi! Il Ministro della Sanità l’è rincoglionito!
«Che bernarda!», dice Mario.
«E che vôr dì?», chiede Luigi.
«Come che vôr dì! O ’un l’hai vista, l’annunciatrice? Che la sei ce’o! La vol dire che l’è bona, poi pure se la fosse brava, oh che ce ne ’mporta! Peccato che la si vede solo il muso, che la ci facessero vedé almeno il ginocchio, ’un di’o un po’ più in su, che ’un sarebbe male!»
«Aho! Mma ’unn’hai sentito come tte se parla? Mme sembra na ’ncecloppedia! Una che tte se parla cossì, tte stravolge!»
«Ma la sarai ’oglione! Stravolto! E di che? Delle parole a vanvera che l’ha detto?»
«A mme  umme frega de gnente! Una che tte se legge cossì, meffà sentì …»
«Un ’oglione!»

Sento nostalgia del caro vecchio giornale, tutore de “l’autonomia dal potere, l’esercizio ragionato di una critica, il punto d’incontro in cui i fatti fanno nascere le idee, dove l’informazione diventa conoscenza, cittadinanza, responsabilità […] che approfondisce, analizza e rincorre il senso delle cose, ciò che vale la pena di sapere, ciò che merita ricordare, ciò che resta da capire”.

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