Microshake: una cronaca di Ernesto Baj

Io, questi due, Federico di Vita e Enrico Piscitelli non li conoscevo. Non li avevo mai neppure visti. Quando ho saputo che avrebbero presentato questo libro, Shakerato non mescolato, ci sono andato. Capitemi: non che ci sia della gratitudine, questo no. Mi avevano chiesto un racconto per la loro antologia, Clandestina. Io lo avevo mandato. E ora ho il libro a casa. Tutto qui. Però, sì, ero curioso. E poi non avevo niente di meglio da fare. E quindi cominciamo: venerdì sera vado al Caffè letterario che c’è sull’Ostiense. C’è gente, il posto è bello, mi piace, annessa c’è una piccola biblioteca comunale, che ha un sacco di sceneggiature. Al microfono ci vanno Fernando Quatraro, e poi Federico di Vita. Ripetono ossessivamente che l’autore, Enrico Piscitelli, è un forte bevitore. Il “più forte della sua provincia”. Lui, l’autore, non parla, non va al microfono. In effetti sta tutto il tempo a bere. Decido di andare via subito. Il posto è grande e non so dove sedermi. Darei nell’occhio e non voglio parlare con nessuno.

Sabato: prendo il treno per Orbetello. Non so come raggiungere il posto dove si farà la presentazione. Arrivo tardi. Il tizio che mi accompagna – sono davvero gentili, in Maremma – mi racconta che in quel bar di campagna ti dànno delle cose buonissime da bere, che è un bar famoso. Mi faccio lasciare qualche metro dopo, dove c’è un incrocio. “Qua”, mi dice il tizio, che si chiama Roberto e non Duccio o Lapo, “qua, prima che facessero la rotatoria c’erano sempre incidenti. La gente beveva e poi bum, all’incrocio sbattevano sempre”. Arrivo che sta parlando l’editore, Fernando Quatraro. Dice che l’autore è “il più forte bevitore della sua provincia, forse della Regione”. Mi siedo proprio dietro al tavolo dove sono di Vita e Piscitelli. L’editore chiama Piscitelli, e, stavolta, parla anche lui. Dice che sì, è vero, lui è il più forte bevitore della sua città e che Luciano, il barista di questo bar, dove siamo, gli ha detto che fa il Martini più buono d’Italia (sì, sono in Toscana, non c’è dubbio). Poi dice che al suo tavolo ne hanno ordinato un giro, del Martini più buono d’Italia, e che il Martini è uno stato mentale, è solo “gin insaporito, ma se fatto bene, non c’è niente di meglio”. “Fernando ha letto l’inizo del libro, io vorrei leggere la fine, una piccola nota. Tutti conosciamo Joseph Goebbels”, dice, “ebbene i Nazisti, nel ’43, chiusero i bar. Non volevano che la gente bevesse”. Poi legge la nota e chiude: “l’alcol è contro la guerra”, e va dentro a prendersi il Martini. Molta scena, sì. Però, quando passa la cameriera lo ordino anch’io, un cocktail Martini. E anche agli altri tavoli, ne ordinano. È forte e buono, è strano. L’oliva non c’è, devi mettertela da solo. Bevo lentamente, e vedo che al tavolo di fronte a me Fernando Quatraro sorride ebbramente, mentre mangia la sua seconda oliva. E anche Federico di Vita mi sembra andato. Solo l’autore sembra reggere.

Adesso hanno anche cominciato a suonare. Sono Patrizia Quatraro e Francesco Quatraro (sorella dell’editore la prima, e figlio dell’editore il secondo), e fanno una cosa che non mi aspetto: cantano canzoni del Sud del Mondo, napoletane e sudamericane. E dopo un po’, dopo pochissimo, sarà per i Martini, sarà per lo splendore della musica, c’è questa atmosfera preorgasmica, questa gioia sottile e diffusa che aleggia tutta intorno a me. Ed è troppo, non mi piace, non ci sono abituato. Finisco il Martini, mi alzo e vado via. Il drink l’ho messo in conto al tavolo di Quatraro. Vado verso l’incrocio degli incidenti, sta tramontando il sole della Maremma. Mi incammino, e non so per dove.

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