La notte degli avanzi viventi

Ci siamo. Shakerato non mescolato tra non molto sarà nelle mani dei suoi lettori – pochi o tanti che siano – e io m’immagino soprattutto una domanda, fra quelle che potrebbero farmi, i pochi o tanti lettori. La domanda è: perché un libro sui cocktail? Io ho un paio di risposte. La prima è per le volte in cui non avrò tempo (e magari voglia) di articolare un discorso più o meno lungo, ed è: perché no? Perché no? è, in fondo, la risposta perfetta, non ammette repliche e comprende, al suo interno, ogni altra risposta possibile. Altre volte mi piacerebbe, invece, cominciare da qui: perché la notte ha un suo odore. Che poi non è esattamente un odore. È un odore più un suono (meglio ancora: un rumore) sommato a un colore. In definitiva: un sapore. Sì, la notte è un sapore. Nel mio caso il sapore di vodka liscia, e quindi è soprattutto un retrogusto. Io, per “notte”, non intendo i luoghi affollati, quelli in cui sei sempre in coda, dall’ingresso al bancone, no. Io intendo quegli stessi luoghi – bar, pub, ristobar, chiriguitos ecc. – ma dopo, quando la maggior parte della gente è già tornata a casa, e son rimasti gli ubriachi e quelli che non hanno sonno oppure sanno che non è ancora il momento di andare a dormire. Qualcuno parla tanto forte da urlare, e ci sono le ragazze che potresti portar via con una carriola – passare proprio con la carriola e poggiarle una sull’altra, come bambole. È questo, il punto: mi interessano gli avanzi, i bicchieri e le guarnizioni dei cocktail – frutta a pezzetti schiacciata e mangiucchiata, cannucce, vetri rotti – per terra, il rumore delle bottiglie di birra vuote, che rotolano, colpite da piedi inconsapevoli. Avanzi anche umani, gente che è restata, a bere, e nella vita, avanzata. Che, in un modo non sempre chiaro, dissente. Dissente, sì, dalle folle di avventori, dalle masse che festeggiano qualcosa – compleanni, vittorie, o anche, solo, festeggiano l’idea stessa del festeggiare. La notte degli avanzi, e il mito conseguente dell’alcol, niente beveroni colorati, insomma, quelli che ingurgitava la folla, ma cicchetti di roba buona, costosa anche, o cocktail fatti a regola d’arte da barman stanchi ma volenterosi. Roba da intenditori, perché quelli che son avanzati sono di due tipi, brilli ma lucidi oppure mezzi svenuti. E i brilli ma lucidi che son lì, han voglia di bere qualcos’altro, qualcosa di buono. Ecco: la notte che mi interessa è questa, quella che dissente leggermente dal costume collettivo, dal “divertimento” a tutti i costi. Quella che, in fondo, invita a riflettere – nella quale i pensieri si fanno più complessi. Cosa c’è, dentro Shakerato non mescolato? C’è questo, un dissenso leggero, ché il dissenso corposo è inviso, oggi, è malvisto. Un’occhiata un po’ torva, un rammarico per il divertentismo e i coktailifici, ma non solo. Insieme a questo abbozzo di protesta, c’è il profondo rispetto per barman come Fosco Scarselli, l’inventore del Negroni, e per i tre barman che ho intervistato, e per quel mestiere strano che è far da bere per gli altri, che – quando c’è amore – somma devozione, tecnica, e supporto terapeutico a fronte delle grane del vivere. C’è questo, detto in ventidue parole: la gioia per un cocktail Martini fatto come si deve, e sorseggiato lentamente, in attesa di poter mangiare l’oliva, grossa e verde. Spero vi piaccia.

Enrico Piscitelli

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