Lagune costiere e impatto umano

Il professor Mauro Lenzi, autore di Lagune (quasi) blu, in questo articolo illustra i rischi che un eccessivo impatto umano comporta per gli ambienti lagunari.

Le lagune costiere sono ambienti altamente produttivi, dove in molte parti del mondo viene praticata una fruttuosa acquacoltura di tipo estensivo, basata, cioè, sul flusso dal mare di stadi ittici giovanili. Inoltre, in alcuni casi viene incrementata la produzione attraverso la semina di stadi giovanili di pesci, gamberi e molluschi di valore commerciale.

Negli ultimi trent’anni, le aree costiere hanno subito un processo di eutrofizzazione per cause antropiche, che ha interessato anche le lagune e gli stagni costieri. Tale processo, che alla sua base ha un arricchimento nell’ecosistema di materia organica e di sali di azoto e di fosforo, ha prodotto effetti nefasti nelle comunità costiere, favorendo specie opportuniste, riducendo la diversità specifica e in molti casi determinando estese morie delle comunità naturali e delle specie allevate.

Per quanto qualche sforzo sia stato fatto nel tentativo di ridurre il carico eutrofizzante che proviene dai processi della depurazione civile e dalle attività produttive (tra le quali anche impianti di acquacoltura intensiva), ad oggi permangono pesanti problemi ambientali per molte lagune.

Le soluzioni normalmente adottate per il risanamento ambientale o per contrastare gli effetti della eutrofizzazione sono spesso, oltre che dispendiose, fortemente impattanti per l’ambiente lagunare e per gli ambienti limitrofi, comportando spostamento di masse di terra, escavazioni di canali e aperture al mare, convogliamento e deviazione dei corsi di fiumi e fossi di drenaggio delle aree agricole. Le opere, non solo tendono a denaturare le caratteristiche dell’ambiente lagunare stesso e a produrre alterazioni lungo la fascia costiera, ma possono risultare effimere, producendo mitigazioni momentanee, con elevati valori del rapporto costi/benefici. Per es., i canali sommersi realizzati allo scopo di migliorare la circolazione interna delle acque di una laguna, possono colmarsi in pochi anni e pertanto, richiederebbero interventi manutentori frequenti, con alti costi per le comunità. In casi di bloom macroalgali, si ricorre spesso alla loro raccolta e allontanamento dal sistema. Questo tipo di intervento richiede un grosso sforzo economico, oltretutto spesso viene condotto in tempi e modi inappropriati; inoltre, comporta lo smaltimento delle masse algali sbarcate, le quali raramente possono trovare un concreto utilizzo industriale, al di là delle possibilità teoriche. La soluzione più razionale per contrastare gli effetti dell’eutrofizzazione sarebbe la eliminazione degli apporti nutrienti. Questa soluzione non è sempre possibile o, perlomeno, non è sempre la più facile ed economica, specialmente quando si ha a che fare con un territorio fortemente antropizzato, pieno di vincoli urbani e di proprietà, di attività artigianali ed industriali, ecc. In ogni caso, gli impianti di depurazione dei reflui civili non riescono ad abbattere i sali nutrienti di azoto e fosforo, a meno che non siano dotati della cosiddetta “terza fase”, normalmente non adottata dalle Amministrazioni Comunali, perché costa e richiede personale specializzato. In loro alternativa, per i piccoli centri urbani, o, per centri urbani molto grandi, a coadiuvare tali impianti, sarebbe possibile adottare bacini di lagunaggio o di fitodepurazione. Lagunaggi delle acque reflue prima del loro ingresso in laguna o in mare, effettuati in appositi bacini, sono molto frequenti in Francia, mentre le fitodepurazioni che utilizzano vegetazione igrofila e palustre, sono molto utilizzate in Germania, e più recentemente in numerosi altri stati industrializzati europei ed extraeuropei. Queste due metodiche non si sono mai diffuse in Italia, probabilmente per le difficoltà di reperire aree allagabili da togliere all’urbanizzazione crescente e all’agricoltura, almeno per le aree costiere, e, paradossalmente, per i costi di impianto e gestione relativamente bassi, rispetto agli impianti di depurazione e al trasporto in tubazioni a pressione.

Come soluzione alternativa a quelle finora adottate per la gestione della eutrofizzazione in ambito lagunare, recentemente sono state condotte esperienze in campo per valutare l’utilizzo della risospensione dei sedimenti superficiali. Lo strato sedimentario superficiale è quello che accumula la materia organica biodisponibile, ed è quello che interviene, attraverso i processi batterici, nella restituzione delle componenti nutrizionali che sostengono gli sviluppi della vegetazione opportunista. Un sedimento superficiale soggetto a un disturbo relativamente frequente può essere sottoposto ad un incremento del processo di mineralizzazione ossidativa della materia organica. L’ossidazione accelera il processo di nitrificazione e porta alla dominanza dei nitrati sulle forme ridotte dell’azoto, incrementando il processo di denitrificazione (il quale si verifica in microambienti anossici in un ambiente complessivamente ossidato), con il risultato che una parte dell’azoto viene perduto dal sistema in forme gassose. La risospensione del sedimento può portare alla ossidazione del ferro sedimentario a ossi-idrossici ferrici, i quali assorbono gli ortofosfati, sottraendoli dalle acque interstiziali del sedimento e dalla colonna. Attraverso gli effetti bio-geo-chimici che essa produce, la risospensione porta ad una selezione nei popolamenti di microbi, piante e animali, in direzione opposta a quella prodotta dai processi di eutrofizzazione. In questo quadro, le macroalghe e le microalghe opportuniste soffrono la condizione di fosforo limitazione che viene a determinarsi, così le piante superiori, che catturano i nutrienti direttamente attraverso le radici, possono tornare a colonizzare il substrato.

La risospensione dei sedimenti superficiali si profila, allora, come uno strumento di mitigazione degli effetti della eutrofizzazione, e quindi come un possibile strumento di gestione degli ambienti lagunari eutrofici, soprattutto ambienti atidali, a scarso ricambio e con fondale relativamente basso.

Non sempre infatti è possibile il totale risanamento di questi ambienti una volta diventati eutrofici, sia per il deposito nutrizionale storico dei sedimenti, sia per la difficoltà di allontanare totalmente gli apporti nutrienti esterni, in seguito alla forte antropizzazione del territorio costiero. Questo è  uno strumento efficace se condotto con la frequenza e la tempistica necessaria ad un determinato ambiente, e, soprattutto, è uno strumento a basso costo di investimento e di esercizio, a differenza di qualsiasi altro possibile intervento di risanamento e di gestione ambientale.

Questo stesso strumento può altrettanto essere utilizzato in acquacoltura, soprattutto in bacini di allevamento in terra nuda, allo scopo di mantenere una buona qualità di allevamento. I pesci allevati possono costituire già essi stessi un fattore risospensivo dei sedimenti e quindi apportare beneficio all’ambiente di allevamento, ma può accadere che, in rapporto alla tipologia del pesce allevato o alla dimensione del bacino di allevamento, occorra incrementare artificialmente il disturbo con una frequenza di 24-48 ore, allo scopo di favorire lo sviluppo di batteri ossigenici, evitando i processi putrefattivi e scongiurando lo sviluppo di patologie.

La tecnica della risospensione sedimentaria ha trovato fino ad oggi forti resistenze o scetticismo da parte degli organismi preposti alla gestione del territorio costiero, nella loro convinzione che i sedimenti non debbano mai essere disturbati, per non turbare e danneggiare le comunità e per non mettere i circolazione gli eventuali contaminanti. Tuttavia, sappiamo che la risospensione occasionale avviene sempre, per azione di un forte vento, per es., o per un’attività umana occasionale (quale la deposizione di cavi, il passaggio di mezzi di grossa stazza, ecc.), e sappiamo anche che le comunità bentoniche sono condannate a decadere in seguito ai processi di forte eutrofizzazione, fino a semplificarsi pesantemente quando questi sono molto frequenti. Quanto ai contaminanti presenti nei sedimenti è certo necessario appurarne sempre la presenza e la tipologia, ma per alcuni di essi siamo certi che le condizioni di anossia dello strato sedimentario sono una condizione necessaria per la loro disponibilità biologica.

Dr Mauro Lenzi
Lagoon Ecology and Aquaculture Laboratory (LEALab)
Orbetello Pesca Lagunare srl
v. G. Leopardi 9, 58015 Orbetello, Italy
lealab1@gmail.com

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