Negroni

Da Shakerato non mescolato, di Enrico Piscitelli. Prossimamente, per effequ.

Camillo Negroni

Ci sono due anni, un biennio, del Novecento, che avrebbero potuto cambiare la Storia. Gli anni sono il 1919 e il 1920: è finita la prima Guerra mondiale, c’è stata la Rivoluzione d’ottobre, e il capitalismo aggressivo di quegli anni prende schiaffi in faccia, in tutta Europa. Ci sono scontri, occupazioni delle terre e delle fabbriche, tumulti veri e propri, che si propagano da uno Stato all’altro. Attraversano l’Ungheria, la Germania, l’Austria e poi sono in Italia, al Nord, prima, e poi al Sud. A Firenze si protesta per il prezzo dei generi di conforto, la chiamano la rivolta dei bocci-bocci – vengono mischiate la parola “bolscevico” e l’espressione “far i cocci”, ovvero: rompere tutto. Alle elezioni del 1919 il partito socialista prende il 32 percento dei voti e diventa il primo partito del Paese. Quasi tutte le amministrazioni locali della Romagna, dell’Emilia, delle Marche e della Toscana sono conquistate dai socialisti. Gli operai che occupano le fabbriche – nel triangolo industriale, Torino-Milano-Genova, ne occupano più di trecento – ottengono aumenti salariali e migliori condizioni di lavoro. Persino la promessa di poter intervenire nelle scelte industriali, attraverso i consigli di fabbrica.

E c’è anche, a Firenze, un uomo a cui nulla interessa dei bocci-bocci, degli scontri e del rumore, che ogni pomeriggio sul tardi indossa il suo abito stretto e la cravatta sottile, col cappello e il bastone – viene in mente la descrizione che Pirandello fa della vestizione del professor Gori nella novella Marsina stretta – e se ne va, in carrozza, al suo Caffè preferito, il Casoni in via de’ Tornabuoni. Non gliene frega niente del biennio rosso perché si chiama Camillo Negroni ed è nato conte, e sa bene che le cose, prima o poi, tornano sempre a esser le stesse. E poi è uno che viaggia, che va spesso a Londra, e a Parigi, e, soprattutto, come ricordò il barista del Casoni, Fosco Scarselli, in un’intervista a «Gente» del 1962, a firma Piero Capello: “era un grande bevitore. C’erano dei giorni che riusciva a inghiottire anche quaranta drinks. Eppure non lo vidi mai ubriaco”. Non erano drink normali, quelli che beveva il conte. All’epoca, al Casoni, si beveva soprattutto l’Americano, cocktail tutto italiano a dispetto del nome, tuttora molto bevuto, in cui si mescolano parti uguali di bitter rosso e di vermouth rosso dolce, con una spruzzata di selz, o acqua tonica, o soda – all’epoca decisamente: selz. Il conte Camillo Negroni è stanco di bere sempre Americano, lo trova poco alcolico e noioso. E come ogni forte bevitore ha un rapporto d’amicizia e complicità col suo barista, Scarselli. Decidono, i due, di aggiungere del gin, liquore che il conte ha cominciato ad apprezzare nei suoi viaggi in Inghilterra. E creano “l’Americano alla maniera del conte Negroni”, che contagia subito altri clienti del Casoni, e poi si diffonde, in tutto il mondo, altrettanto in fretta, semplicemente col nome di Negroni. Anche la fettina di arancio è un’invenzione di Scarselli, che la usa per aiutare i suoi avventori e i camerieri che portano i drink a distinguere tra i due cocktail, l’Americano e l’altro, alla maniera del conte, dallo stesso colore rubino.

Rosso il Negroni, e rosso il biennio. Ma con esiti diversi: la Marcia su Roma del 1922 è solo l’apice della reazione delle forze che si oppongono al socialismo, preceduta da una dura repressione squadrista – la case del popolo bruciate, le aggressioni brutali, la persecuzione degli anarchici. Il biennio rosso è una delle tante poche occasioni mancate per un mondo nuovo, fatto di eguali. Il Negroni, invece, è, probabilmente, il cocktail più bevuto, ovunque, e, di certo, l’aperitivo più famoso e consumato al mondo. La sua ricetta è rimasta quella del Casoni: tre parti uguali di gin, vermouth e bitter, abbondante ghiaccio e una fettina di arancio.

Oggi il Casoni non esiste più, come molti altri negozi storici di Firenze non ha retto ai tempi. Al suo posto, poco distante da piazza della Repubblica e palazzo Strozzi, c’è il bar dello stilista Roberto Cavalli. Io non ci sono mai entrato, ma, passando, si nota subito il trionfo di maculato e di pitonato: anche le vecchie ceste di vimini, quelle per i regali di natale, con un paio di bottiglie, un salame e un pacco di cantucci, sono state sostituite da scatole di cioccolatini con la scatola zebrata o leopardata, a scelta.

È la nostra epoca, c’è poco da fare. E, in quest’epoca, se dici Negroni non pensi al Casoni, e al conte Camillo, che, annoiato, si beve quaranta – e dico: quaranta! – drink in una sera, ma pensi a Milano, all’aperitivo delle diciannove, pensi a un giovane pubblicitario col suo piattino piccolo, bianco, di plastica in mano, che fa il giro dei vassoi in ceramica, e prende un po’ di pasta fredda, un po’ di insalata di würstel, una polpettina al sugo. E non si annoia, ma si diverte, ché il “divertimento” è un’altra iattura della nostra epoca. E parla, il giovane pubblicitario – o grafico o comunicatore o creativo – quello slang fatto di sostantivi troncati, finto inglese e sintesi estrema, tutto milanese, dove “ape” sta per aperitivo, e “fida” per fidanzato o fidanzata, mentre d’inglese ci sono le parole delle brochure aziendali, per cui è facile sentire una cosa tipo: raga, mission ape? Che sarebbe a dire: ragazzi, andiamo a prendere un aperitivo?

O mia bela Madunina, che te brillet de lontan, tuta d’ora e piscinina, ti te dominet Milan

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