Sconsideratamente, l’introduzione di Armando Schiaffino

Quella che segue è l’introduzione di Armando Schiaffino – Presidente del circolo culturale gigliese – a Sconsideratamente, il romanzo d’esordio di Andrea Arienti, ambientato all’Isola del  Giglio.

A qualche anno dal mio pensionamento, credo di poter raccontare, senza timore di essere accusato di falsa modestia, un episodio occorsomi all’inizio della mia professione di medico allorché, giovane tirocinante di un prestigioso reparto di cardiologia, ero indicato come il più probabile candidato al primo posto di assistente che si fosse reso disponibile. Proprio per questo cominciai ad essere guardato in cagnesco da altri giovani colleghi che, con quella speranza, da anni frequentavano volontariamente quel reparto. Infastidito dal clima di tensione, pregai un anziano collega di spargere la voce che non ero assolutamente interessato a quel posto e che quindi non sarei stato di ostacolo alla carriera di nessuno. Al vecchio cardiologo, che mi aveva chiesto che intenzioni avessi per il mio futuro, spiegai che mi sarebbe piaciuto esercitare la medicina generale nell’isola dove ero nato. Ricordo ancora il suo cipiglio e la sua espressione assorta mentre rifletteva ad alta voce fra sé e sé: “ho conosciute tante persone attaccate alla propria terra ma gli isolani sembrano proprio una razza diversa: non riesco a capire il perché ma non sentono ragioni, prima o poi devono tornare alla loro isola”.

Se, all’epoca, avessi avuto a disposizione questo libro, lo avrei semplicemente invitato a leggere il seguente brano: “Per vivere nell’isola devi crescere, di fretta perché l’isola ti prende altrimenti, t’incatena, ti modella, ti detta le regole, ti paventa la perdita del sentire libero che solo lei ti può dare. Ti vuole tutto per sé, non ti concede altre realtà altre ragioni che le proprie, s’impadronisce di te e ti defrauda dei tuoi ideali, della tua religione, delle tue vocazioni. In questo cenacolo ti ci grogioli anche, ma vieni soffocato e così vincolato ad essa che, trovata altrove la tua dimensione, ti farà sentire in colpa per averla lasciata e penserai a lei costantemente e la odierai. E odiandola la amerai pure, e con questo sofferto sentimento ci ritornerai ogni volta che puoi e scapperai più volte, disgustato, ma non potrai fare a meno di lei.”

Raramente (anzi mai) nel resto della mia vita mi è capitato di sentire spiegare con tanta precisione e tanta forza espressiva il sentimento che sta alla base della “particolare e personale odissea” di ogni isolano, un peculiare ma vigoroso “Odi et amo” di catulliana memoria.  Uno dei più grandi romanzi “marini” della letteratura italiana del ‘900, “La spiaggia d’oro” (premio Strega) fu scritto proprio da un gigliese, Raffaello Brignetti: un’opera che è una grande metafora di una disperata ricerca non solo dei sentimenti dell’infanzia ma soprattutto di un rassicurante ma impossibile “ritorno” al grembo materno. La perifrasi di poc’anzi sulla “particolare e personale odissea” di ogni isolano l’ho virgolettata proprio perchè mutuata da questo autore; nell’Odissea, poema mitico per antonomasia anche Ulisse doveva tornare, tornare non solo da Penelope ma soprattutto tornare ad Itaca.

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Nell’ormai ricca e pregevole letteratura sull’isola del Giglio e sui suoi abitanti, capita spesso di notare una eccessiva indulgenza nell’esaltare nostalgicamente solo le migliori vicende dei “bei tempi andati”. Raramente (anzi mai) è capitato di vedere rappresentate, come in questo libro, scene descritte con una abilità e una maestria che, in termini di raffigurazione pittorica, potrebbero essere assimilate a quadri dei più grandi artisti. L’inizio del libro con quella descrizione della cucina delle vecchie case contadine gigliesi, con quel pane inferigno appena uscito dal forno  a legna, la cui fragranza sembra entrare nelle narici del lettore, dandone sensazione fisica a chi non ha vissuto quei tempi o ridestando incredibili ricordi in chi è più vecchio, rappresenta un incipit meritevole del migliore miniaturista di incunaboli. Le vicende narrate, riguardanti quel particolarissimo periodo preturistico della storia dell’isola, allorchè le attività umane riguardavano essenzialmente l’agricoltura, la pesca, l’estrazione mineraria e la pastorizia, sono di una aderenza al reale tangibile in ogni rigo, assolutamente scevre da ogni pur minima forma di retorica, anche nei momenti che, con la sensibilità di oggi, avvertiamo come violenti: come quando i due bambini, dopo una faticosa giornata trascorsa in un luogo dell’isola lontano ma fiabesco (il Catinello) per cogliere l’uva “agliolina” (che maturava precocemente e quindi più facilmente vendibile) rientrati a casa anziché gratificati vengono severamente puniti perchè l’uva era ancora acerba.

Descrizioni forti frutto di una penna abile e di una erudizione prefonda, acquisita dall’autore grazie a studi classici compiuti in seminario dove, ancora ragazzino fu rinchiuso (negli anni cinquanta dello scorso secolo, non ai tempi della monaca di Monza!) nella speranza che divenisse sacerdote, dopo essere stato violentemente strappato dal paradiso terrestre della sua isola natia, dove non esisteva alcuna possibilità di continuare a studiare; ma l’anima dell’isola ritorna prepotentemente nel testo anche dal punto di vista lessicale, con l’uso naturale di termini tipicamente gigliesi giustamente né virgolettati né spiegati: modalità narrativa (si parva licet componere magnis) che trova paragone solo nel volume “La misteriosa fiamma della principessa Loana” di un altro grande scrittore contemporaneo, Umberto Eco. In questo caso la lettura può essere paragonata all’ascolto di racconti di cui dispiace interrompere la magia e la continuità della trama, chiedendo la spiegazione di parole di cui piace solo intuire o immaginare  il significato.  Da questo punto di vista, il glossario alla fine del testo può apparire superfluo.

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Andrea di Togo è, per l’appunto, il figlio di Togo, nome inconsueto che piacque al nonno, ammiratore di un famoso ammiraglio giapponese dei primi del novecento, scelta che consentì al figlio di non avere necessità di un soprannome per essere identificato, date le frequenti omonimie dell’isola. Andrea di Togo è un caro e vecchio amico che ho scoperto successivamente molto affezionato alla famiglia di colei che sarebbe poi diventata mia moglie. Ma un’altra cosa che mi lega stranamente a lui è il soprannome di famiglia dato che mio nonno era soprannominato Bacarino e anche sua madre e le sue zie erano chiamate “le Bacarine”. Non sono mai riuscito a documentare una parentela vicina. Questo soprannome, questa parola strana (Bacarino con la c) è sinonimo di “buonavoglia” e indica coloro che, ai tempi dei galeoni e delle galere, non erano schiavi forzati o condannati al remo, ma vogatori “liberi professionisti” che si imbarcavano per determinati viaggi prestando volontariamente la loro opera, pagata di solito in anticipo. Grazie ad internet ho scoperto un bacarino nel XV secolo che, dopo una vita sul mare, non so perchè, morì nel palio di Siena. Fu sepolto nella chiesa di San Mamiliano (!) in Valli che ancora oggi esiste, a Siena, in via Enea Silvio Piccolomini (!!) Papa alla cui famiglia apparteneva l’isola del Giglio in quel periodo storico. Troppe singolari coincidenze per poter ragionevolmente pensare ad una fortuita combinazione. Circostanze che fanno invece ancora una volta riflettere su quanto possa essere radicato e lontano nel tempo quel particolare imprinting sulla natura umana per cui una persona avverte, più o meno consapevolmente, la fascinazione e l’mperativa attrazione di uno scoglio in mezzo al mare.

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