Balordi su Paperblog.it e sul blog di Stefano Donno

– Lascia stare… minchia ieri con Peppe dicevo che se dovevo pure pagare il biglietto minchia a quest’ora avevo già spaccato tutto.
– Minchia, erano morti.

Dall’alba al tramonto. Dall’alba al tramonto. Scorribande di un gruppo ultras. Balordi di Michele Andreis continua idealmente la vicenda dei Furiosi di Nanni Balestrini, ma questa volta la scena della violenza ultras non è Milano ma Torino. Bar, gruppi di tifosi, nebbia, freddo. Precariato perseguito con malcelata ostinazione. Giovani e vecchi immersi in una luce pallida che non muta al passare delle ore, che avvolge la periferia di una città del nord in una coltre che non lascia intravedere nessun domani. Così Michele Andreis fotografa la giornata di un giovane ai margini di se stesso e dell’universo che gli gira attorno. Nell’abitudine dei gesti quotidiani, nella rabbia, nella tensione che cova sempre sotto la pelle di chi vuole affrancarsi da un mondo che sembra rifiutarlo. Che gli scorre sopra. Balordi è un romanzo la cui forza è nell’essenziale voce dell’autore, che non giudica mai i personaggi che si trascinano nelle pagine del racconto, ma si limita solo a scattarne, con rara lucidità, la scabra fotografia. Balordi, di Michele Andreis è in libreria da fine marzo …

[leggi il seguito su paperblog.it]

Eh ma se quel coglione fa giocare il negro […] Tu ascolta me, lascia stare ieri sera e ascolta me. I negri non sono buoni a giocare perché pensano solo a scopare. Guarda anche questo, ha fatto un po’ bene, poi appena ha avuto due soldi in mano, chi l’ha più sentito? […] Ma quale si è fatto male? Lo sai tu? Io non lo so. So solo che poi non ha più fatto una minchia. Ma tu non capisci una minchia, oltre che mi devi quindici euro. Minchia, io sono quarant’anni che lavoro e ne ho viste. Quando ero in Germania lavoravo con un negro e non me ne parlare. Non c’hanno proprio la testa, appena ci davano due marchi per qualche straordinario, quello se li spendeva tutti la sera stessa. Come usciva dal bar andava subito a puttane. E poi non ci sanno fare sul lavoro… non c’hanno proprio la testa. E infatti quando viene qualcuno a chiedere di lavorare io gli dico che negri non ne voglio e glielo dico in faccia perché non è razzismo …

[leggi tutto il post sul blog di stefano donno]

 

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