Clandestina: ingannevole e sublime | Confine di Stato

CLANDESTINA, l’antologia di racconti a cura di Federico Di Vita ed Enrico Piscitelli uscita qualche mese fa per Effequ, è un testo ingannevole. Sublime ed ingannevole.
Dal titolo e dalla copertina ci si aspetta una raccolta di racconti “migranti”, una serie di testi sull’emarginazione che qualunque straniero subisce quando decide di lasciare il proprio Paese d’origine. Non per diletto o per legittima voglia di scoprire il mondo. Ma per fame, per povertà, indigenza, mancanza di futuro. Ci si attende, scrutando la copertina bianco-rosso-nera, che questo libro parli della proverbiale “ricerca di fortuna”, con tutto il doloroso bagaglio che questo tipo di viaggio si porta appresso.
E quando s’inizia a leggere, almeno per un paio di racconti, la sensazione è confermata. L’apertura è affidata al bellissimo e tagliente Luoghi comuni e feroci di Federico Longo, una collezione delle porcate che gli italiani s’infilano in bocca quando parlano di stranieri, di migranti, di extracomunitari:
Se vengono qui devono rispettare le nostre regole, prova tu ad andare a delinquere a casa loro e vedi che fine fai!
Io non sono razzista, e quelli che vengono qui a lavorare mi stanno bene, ma che non si azzardino a pretendere tutele, diritti, buste paga in regola o sicurezze sul lavoro! Io gli faccio un favore ad assumerlo e il negro che fa? Se si spacca un braccio in cantiere vuole andare all’ospedale e mettermi nella merda… ma siamo impazziti?!?
E via discorrendo.
La seconda storia (Venerdì, di Davide Martirani) cavalca più o meno la stessa onda, ribaltando il punto di vista e shiftando l’ambientazione di parecchi chilometri.
Ma quando s’incappa nel terzo racconto – Cinquantuno di questi giorni, di Francesco Sparacino – l’inganno è finalmente svelato: weirdness e teatro dell’assurdo s’impastano a una storia d’emarginazione à la Benjamin Button. Al posto di un giovane vecchio c’è un bimbo che cresce troppo in fretta, che brucia le tappe per diventare uomo nel giro di qualche giorno, che consuma la propria esistenza di fronte a un televisiore che non è lo schermo del mondo, ma solo dell’ennesimo inganno.
La trappola della comunicazione, la gabbia mediatica che serra e avvinghia il Paese imbottendogli la testa di stronzate è uno dei possibilifile rouge della clandestinità dell’esistenza che l’antologia suggerisce. La cattiva maestra popperiana, latrice di un’immagine falsa e patinata del baraccone italiano, torna spesso nel testo, e anima pezzi forti e crudi come il racconto finale, La ruota della fortuna di Angelo Calvisi.
Ma ci sono altre strade per raccontare la diversità: particolarmente degne di nota sono quelle intraprese dalle uniche due autrici della raccolta, Ilaria Giannini e Matilde Quarti.
Giannini dipinge nel suo Bianca l’alienazione ripiena di vita di una gravidanza indesiderata, portata addosso come un cappotto a Marrakech in pieno agosto.
Quarti graffitta in pointillisme la diversità di Beatrice: sognatrice malata ad occhi aperti, artista dell’equivoco visuale, povera milanesina tutta sola.
Il resto della raccolta è un potente volo d’uccello su mondi altri, a volte visionari e semplicemente folli e fantascientifici (Guardatelo, Marco Macciodi Giacomo Buratti, Il crudele apprendistato di Vero Almont di Ernesto Baj,La svastica sul petto di Marco Montanaro), altre volte effimeri, strepitosi, deliziosamente letterari (La Madonna dei Nascosti di Andrea Buoninfante), altre ancora crudi come mezzo chilo di carne umana (Il sopralluogo, scritto col metodo SIC – Scrittura Industriale Collettiva, eMarta di Alessandro Romeo).
CLANDESTINA è un testo ingannevole, ve l’ho detto. Ingannevole e sublime.
Perchè promette di raccontarvi lo straniero, il diverso, l’altro. E finisce per raccontarvi la parte peggiore di voi stessi.

Simone Sarasso, Confine di Stato
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