Io sono il cucchiaino ~ Clandestina a Bari

Questa storia finisce grossomodo così: un signore con una strana montatura e un maglione viola si avvicina a fine presentazione, mi piace quando ci sono i giovani, dice, fate bene a fare quel che fate. Mi racconta che per una vita ha fatto un mestiere che non gli piaceva e adesso ch’è in pensione può finalmente dedicarsi alla ricerca. Sta scrivendo un saggio sul ruolo delle donne nella guerra civile spagnola, dice. Inizia a citare le fonti.

Ci metto un’ora per parcheggiare a Bari. Quando arrivo al supermercato la presentazione di Clandestina è quasi iniziata, faccio appena in tempo a presentarmi – manco fossi io il libro – al presentatore e al curatore dell’antologia, un tipo che ti spiazza con la sua faccia da felino che non smolla e non tradisce emozioni.

Cominciamo. Ho un microfono sotto il culo, con poco cavo. Mi guardo attorno, nel bianco della Feltrinelli con le scritte di scrittori famosi appese ai muri. Il curatore parla della clandestinità per com’è intesa nell’antologia, qualcuno accenna al minimalismo e io mi guardo attorno. Il minimalismo è morto e lo sappiamo tutti: c’è una ragazza che scrive su un’agenda con copertina rossa, sembra stia buttando giù un verbale. La guardo, lei mi guarda, del resto io ho appuntata sul petto la mia spilla A piccione che dalle mie parti significa che va tutto bene.

I curiosi. Alla Feltrinelli possono capitarti molti curiosi per le mani e quella è l’occasione più ghiotta. Io non parlo molto, dico solo che c’è, tra il pubblico, un ragazzo che assomiglia all’altro curatore dell’antologia che è di Roma e non è potuto venire fin qui a Bari. Lo invito a sedersi con noi, sul divanetto, se solo avessi il mio microfono wireless andrei lì a prenderlo. Il sosia dell’altro curatore va via.

Si parla di underground letterario, che è un po’ come dire li mortacci tua, io uso l’espressione sottobosco e comunque è chiaro che si parla ancora di clandestinità. Io vorrei dire e forse l’ho detto che la clandestinità è dove c’è assenza di luce. Un signore piuttosto anziano con un foulard annodato al collo inizia a tossire e non la smetterà finché non gli verrà data la possibilità di fare una domanda.

Si parla di editing, libri di carta e libri senza carta, una ragazza che sta lì dall’inizio ma sembra più presa dagli sms che le arrivano sul telefono gironzola attorno al divanetto, pesco un libro che ho alle spalle la cui autrice ha un nome irripetibile e propongo a qualcuno di acquistarlo.

C’è un signore vestito da indiano e un altro in smoking. Vorrei essere lui, quest’ultimo dico, esser presentabile quando mi presento.

Prima delle domande del pubblico ne faccio io una alla ragazza che verbalizza: chiedo: cosa verbalizzi, ragazza? Dice di essere una giornalista. Vecchio stile. Torna con la testa sul verbale, riprende a scrivere.

Io sono il cucchiaino del curatore. Mi si fa una domanda, arrivo ai puntini di sospensione, così continua il micio.

Le domande del pubblico sono un richiamo all’ordine. Sono affermazioni, più che domande. Mi si accusa di timidezza, io dico: devi leggermi per saperlo. Ci si chiede a chi o cosa servano gli instant book, è un signore anziano con una strana montatura e un maglione viola, ch’è il colore della tolleranza, da quel che so.

È il mercato, baby, rispondo, e tu non puoi farci un bel niente.
Sì, ma siamo all’imbarbarimento, replica il signore.
Io dico solo che all’imbarbarimento non posso arrendermi.
Sarebbe un buon finale, ma questa storia finisce grossomodo così:

***

[Clandestina: https://editriceffequ.wordpress.com/collane/llarge/clandestina/]

[si ringraziano Mariagrazia Gallù, Michele Casella, Enrico Piscitelli]

 

Marco Montanaro

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