«2013, ecco i figli di una tv sempre meno servizio pubblico» // Simone Sarasso intervistato su Liberazione

È da venticinque anni che Carlo Rubini, giornalista Rai, varca ogni giorno i cancelli milanesi di Corso Sempione. Ma davanti al suo naso, la mattina dell’otto aprile 2013, addetti alla sicurezza e colleghi sembrano spariti. Come nel più classico zombie movie da fine del mondo, l’imprevisto non è un sogno ma un sinistro presagio. Tempo di catalogare la sorpresa che Rubini viene tramortito e perde i sensi. Si ritroverà rinchiuso in uno sgabuzzino assieme a Gennaro, un filosofeggiante usciere napoletano; Sandra, la rampante delegata di produzione in quota Lega Nord e un romanissimo dirigente di produzione tirato a lucido. La reclusione forzata più che timore dell’accaduto suscita nei quattro colleghi un’animata e infinita discussione sulla storia, sul presente e sul futuro del servizio pubblico. Fino a quando un drappello di risoluti militari farà capolino per farsi dare, soprattutto con le cattive, i codici di trasmissione. È il colpo di stato previsto in Slittamenti progressivi della Rai (120 p., Effequ), cruento, sanguinoso e sovversivo atto militare in epoca di Grande Fratello. «Curiosamente i quattro ostaggi pensano subito di essere protagonisti di un reality o di una candid camera», racconta Sarasso, già autore dei primi due volumi della Trilogia Sporca sull’Italia (Confine di Stato e Settanta, Marsilio), «perché la televisione ha creato mostri comunicativi tali che portano ad interpretare il reale con la maschera dell’esposizione televisiva. Se ti succede una cosa strana, magari a tua insaputa, è sicuramente uno scherzo della televisione».

Sarà una questione culturale o anagrafica, ma per molti di noi un poliziotto che picchia duro significa stato di polizia, la storia va così…
Certo, queste cose sono capitate spesso nell’ultimo scorcio di secolo e non più tardi di dieci giorni fa Roma bruciava. Ancora più interessante, se mi permettete, è che quello che sta succedendo nel paese va a confermare  le previsioni dei miei ultimi romanzi. Non che io sia Nostradamus, ma che l’Italia stia andando a puttane è un dato di fatto.

Nei primi due capitoli della tua “trilogia” si era annusato il presagio di un decadimento politico della nazione. Elemento storico che con questo nuovo libro porti alle estreme conseguenze…
L’intuizione base della trilogia non era il motto «si stava bene quando si stava peggio», ma «in questo paese si è sempre stati peggio». Fatti molto recenti come Genova 2001 e l’infiltrazione dei cosiddetti black block a Roma giorni fa, per noi che lo sappiamo è storia antica. Risultano però sconvolgenti per chi non è esperto di storia contemporanea. Cossiga, che possa bruciare all’inferno, raccontava che “loro” pagavano agitatori per fomentare la folla. È un controllo sociale in linea con la strategia della tensione, tornato prepotentemente di moda.

I meccanismi di controllo della democrazia, se mai hanno funzionato, ora non funzionano più del tutto?
Sì, ma c’è dell’altro. Il 14 dicembre a Roma la sensazione è stata che sia esplosa una rivolta tipo Atene di qualche mese fa. E puoi fare tutta dietrologia che vuoi, ma qui non ci sono nemmeno gli autonomi anni ’90 a insegnarti come devi far piazza, questa roba qui è recente, è fresca ed è rabbia.

Ma tra Saviano che ha gettato acqua sul fuoco e Vendola che ha evocato il fascismo, da che parte stai?
Esistono ragioni da entrambe le parti. Da un lato Saviano deve capire che in piazza a Roma non hanno reagito solo i cosiddetti cinquanta imbecilli, ma una generazione senza futuro, giovanissima e poco politicizzata; dall’altro bisogna preservare l’importanza della protesta in sé, tentando di non ridurla allo spaccare vetrine che fa impaurire le persone comuni. Certo mi ha fatto specie leggere di colleghi scrittori che hanno parlato di carenza di organizzazione di piazza delle giovani generazioni, elogiando le proteste dei tempi andati. Questa forma nuova di ribellione ha altre dinamiche e diventar vecchi significa anche dar spazio a proteste nuove.

Metà degli ostaggi che descrivi in “Slittamenti…” è abbastanza giovane ed è comuqne figlia di una Rai che non produce più cultura: che rapporto hanno gli under 30 oggi con il mezzo tv?
Sono figli del berlusconismo applicato alla comunicazione di massa, ovvero la monopolizzazione dell’informazione e dell’intrattenimento assieme all’idea che il bipolarismo sia un ostacolo all’azienda di famiglia del premier. Così la Rai è stata impoverita e distrutta con l’importazione di format da società esterne, private, spesso di proprietà dello stesso premier, quando l’alternativa virtuosa la Rai ce l’aveva e ce l’ha in casa: centri di produzione, autori, registi e professionisti specializzati già a libro paga del servizio pubblico.

Nel romanzo prendi di mira anche l’esternalizzazione del format dell’intervista one-on-one del campione d’ascolti 2010, Fabio Fazio…
Che tempo che fa è prodotto dalla Endemol, di comproprietà Mediaset, ma il programma è fatto tutto da stipendiati della Rai. E poi mettere il copyright su un’intervista a due è come metterlo sul colore rosso: fa parte del patrimonio dell’umanità parlare in due, non è certo un format inventato dalla Endemol.

Altro argomento di discussione di “Slittamenti…” è la Lega Nord che partecipa alla lottizzazione Rai.
È un’altra brutta storia italiana di cui il parlamento è specchio. Nel libro racconto di quello sceneggiato prodotto in Bulgaria, con manovalanza sottopagata, da un regista leghista. Una megaproduzione cinematografica da 30 milioni di dollari che invece di valorizzare tecniche e modalità produttive è diventato un mero film di propaganda di una parte politica con i soldi di chi paga il canone.

Invece, sempre citando “Slittamenti…”, la funzione della Rai nel passato era raccontare Torino a Palermo e viceversa…
È un’eredità che non andrebbe persa. Per scrivere questo libro ho conosciuto chi ha lavorato e chi lavora in Rai. Per loro la sensazione era di fare qualcosa di speciale per il futuro della nazione, senza retorica da vecchio impero sovietico. Davvero la tv pubblica insegnava l’italiano a chi non poteva andare a scuola oppure produceva sceneggiati tratti dai grandi classici della letteratura per chi non poteva leggerli. Insomma, donava un futuro agli italiani e di quello c’era bisogno. Oggi gli italiani di cos’hanno bisogno, di X-factor?

intervista di Davide Turrini a Simone Sarasso,
su Liberazione di giovedì 30-12-2010

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