Volevo un fante di cuori | Mangialibri

Siamo nel lontano 1870, ed è nella nascita di Anna detta Annina, promessa sposa condannata ad un’attesa perpetua, che si annida il germe degli eventi che le successive donne della famiglia si troveranno a fronteggiare. Claudia, mesta  e ironica voce narrante, ha una teoria per quel che riguarda l’abbandono: esiste un gene che ne determina i casi, un gene ereditario che stabilisce le sorti amorose di ogni donna innamorata. Fanciulle abbandonate, giovani e meno giovani, date un’occhiata all’albero genealogico, e vedrete se non compaiono madri, nonne e zie lasciate anch’esse con un palmo di naso: sarà nelle loro polverose vicende sentimentali  che troverete la spiegazione del vostro attuale status. Attraverso il racconto di Claudia, ha inizio una breve ma intensa saga che va dalla fine dell’Ottocento ai giorni nostri, nella quale ritrovano vita una serie di donne, diversissime fra loro, ma accomunate dalla medesima sorte. C’è Folgore, maestrina orgogliosa, dotta e intraprendente – decisamente troppo per gli anni Venti e Trenta – che si innamora del giovane medico del paese. C’è la capostipite delle “abbandonate”, appunto Annina, protagonista di un matrimonio che viene rinviato di anno in anno per via di un uomo che le preferisce l’ambiguo socio in affari. C’è l’affascinante Flora, appassionata di canto e sposa del miglior partito della città, ci sono Domenica e Carlotta. E non manca un rappresentante dell’altro sesso, l’elegante zio Bert…

Ecco un libro molto divertente e divertito, non compiaciuto, scritto con eleganza. Che non sfrutta gli imperanti aneddoti triti e ritriti da chick-lit, che non dipinge la consueta casistica che va dalla single rampante à la page a quella bruttina un po’ sfigata ma tanto intelligente. Una piccola sorpresa insomma. Una saga costruita attraverso quadretti ben resi, lunghi qualche pagina, che raccontano personaggi nemmeno troppo caricaturali. Tutto accompagnato da una colonna sonora costante: le “canzonette” del Festival di Sanremo, evento vissuto in pompa magna di anno in anno e foriero di discussioni accese. A partire dal titolo che cita Il re di denari, cantata da Nada Malanima nel ’72, fino a Claudio Villa, Celentano, Mina, Endrigo… mille sono le citazioni, i rimandi e gli omaggi ai ritornelli più celebri del Festival. Come dice la stessa autrice, medico in radioterapia e filosofa, l’intento era quello di scrivere un romanzo piccolo-borghese del 2000, vagamente ispirato ai grandi Balzac e Flaubert. E in effetti, come in una personale commedia umana, scorrono le immagini non solo di tante donne ma anche di tanti uomini, che con rigore scientifico vengono classificati a seconda della pericolosità: il Contemporaneo abitudinario e quello occasionale, il Sequenziale puro e quello alternante, il Fedele, l’Infedele sostanziale…  Ah, una chicca, nei contenuti speciali, il capitoletto Essere Rosselle. Anche se la storia di dipana a cavallo di un intero secolo, tutto il libro fa pensare a quelle storie un po’ fuori dal tempo, à la Pupi Avati, che magari raccontano gli anni Cinquanta, con le proprie storie e i propri drammi sempre vissuti in maniera composta.

Caterina Simonato, Mangialibri

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