Intervista a Fulvia Perillo

Intervista a Fulvia Perillo sul suo romanzo d’esordio Volevo un fante di cuori

Il personaggio di Claudia, la narratrice, si rivolge in modo confidenziale al lettore mettendolo al corrente della sua Paperopoli familiare. Viene naturale domandarsi quanto ci sia dell’autrice in questa Claudia.

Diceva Flaubert, decisamente più bravo di me, “Madame Bovary c’est moi”. Ogni narratore porta se stesso nei suoi personaggi, il che non vuol dire (e non è facile farlo capire) che ci sia identificazione con l’io narrante. Diciamo piuttosto che Claudia è una ragazza nata nel ’55 e cresciuta tra gli anni 60 e 70. Penso che molte possano riconoscersi in lei e nel suo humus cultural-familiare.

Sempre pensando alla Paperopoli familiare in cui spuntano da tutte le parti zie e cugine osserviamo come la gran parte dei personaggi del tuo romanzo siano delle donne, parlaci delle radici e del senso di questa narrazione al femminile.

Innegabilmente le donne parlano tra loro molto più degli uomini e, soprattutto, nelle loro narrazioni, raccontano di se stesse e delle persone che le circondano, mentre i maschi, anche qualora parlino (e non è così frequente) tendono poco al racconto vero e introspettivo.

Sei veramente convinta che esista un gene dell’abbandono? Voglio dire, il gioco della classificazione medica è uno degli espedienti più riusciti del romanzo ma, insomma, lo credi veramente?

La classificazione medica (che mi è venuta naturale essendo anche patologo e quindi classificatore per eccellenza) è un espediente narrativo. Non credo che esista davvero un gene dell’abbandono, però può essere familiarmente (e non geneticamente) determinato un certo modo di pensare e di essere che predisponga alle complicazioni sentimentali.

Oltre alla classificazione fisiopatologica delle forme di abbandono, un altro dei leit motiv di Volevo un fante di cuori è il festival di Sanremo. Si tratta di un semplice (e a mio avviso riuscito) espediente narrativo o trae linfa da una vera passione?

Una vera passione, trasmessa da mia madre e mia nonna che non perdevano un secondo del Festival. Credo che anche ora sia un evento importante, ma, quando ero piccola e ragazzina, Sanremo era un momento emozionante che univa l’Italia delle famiglie, soprattutto delle donne. Nel mio palazzo, qualche volta ci si riuniva per la serata finale e poi mia nonna ne parlava per giorni, anche con la lattaia e la fruttivendola. Tutte avevano importanti convinzioni sulle canzoni in gara. Per sempio, quando Gigliola Cinquetti vinse con “Non ho l’età” (1964), la ritenevano un po’ troppo giovane… Bobby Solo che cantava in play-back fece discutere a lungo molte signore, anche se poi, tutte adoravano quella “Lacrima sul viso”. Mia madre, invece, rimase malissimo nel 1970 quando Celentano con “Chi non lavora non fa l’amore” sconfisse “L’Arca di Noè” di Sergio Endrigo. Le “Endrighiane” erano una tipologia molto diffusa a cavallo tra gli anni ’60 e ’70. Composte ed educate, ma convintissime fan di Sergio Endrigo. Io lo sono ancora…

C’è chi ha osservato che al giorno d’oggi le cose stiano in un modo un po’ diverso rispetto alle dinamiche descritte nel libro, che con la sempre maggiore consapevolezza delle donne quelli a rischiare di essere abbandonati siano ormai piuttosto gli uomini. Cosa ne pensi?

A parte il fatto che non ne sono convinta, credo che, se mai, questo valga per le nuove generazioni e solo fino a una certa età. È statisticamente assai meno probabile che una donna di 40 o 50 o più anni lasci il proprio compagno che non il contrario. Quello che c’è di vero nel libro sono i fattori di rischio e di questi uno solo è valido anche per le donne ed è il bell’aspetto, mentre non lo sono la posizione sociale ed economica.

Volevo un fante di cuori è una divertente saga familiare costruita attraverso dei bozzetti di personaggi femminili molto diversi tra loro, e che con le loro diversità (e le comuni sorti sanremesi) attraversano più di un secolo. Quali sono stati i tuoi principali modelli nell’ideazione di questo tipo di romanzo?

I personaggi sono nati da singoli particolari o minime osservazioni.
Oppure, come nel caso di Folgore, si tratta della idealizzazione di tutte le donne forti e indipendenti che attraversano l’amore e il dolore conservando la propria sensibilità.
Ci sono tipologie simboleggiate da un personaggio, per esempio lo zio Augusto, donnaiolo, ma fedele in parallelo, Valentina, la brava figliola rispettosa della tradizione, Eugenia, la donna moderna, volitiva ed egocentrica…

E quali sono stati i tuoi modelli letterari invece?

Devo fare una premessa, per quanto riguarda i modelli letterari. Durante il corso di laurea in filosofia, ho sostenuto l’esame di Sociologia della Letteratura che quell’anno aveva per tema il romanzo borghese dell’ ‘800 in Europa, e quindi, soprattutto, Balzac, Flaubert, Maupassant, Zola, Stendhal. Diciamo che volevo scrivere un romanzo piccolo-borghese del 2000… Citazioni implicite: “Le père Goriot” di Balzac, da cui la Pensione Piccarda come luogo di incontro di molti personaggi. “Il Rosso e il Nero” di Stendhal, Julien Sorel, inquietante e fascinoso, va incontro alla propria morte, come Federico, il marito bello e scontroso di Claudina. Certo, il tono è infinitamente più leggero. Ma, se non avessi letto questi romanzi (e molti altri), non avrei potuto scrivere il mio.

La saga continuerà, alcuni dei personaggi più vivi come per esempio Fòlgore o quelli presenti più in filigrana durante tutto l’arco del testo come Claudia o Federico avranno modo di continuare le loro vicende romanzesche? Oppure stai pensando a qualcos’altro?

La saga sta già continuando, almeno per me. C’è qualche personaggio minore  che sta prendendo voce e qualche nuovo arrivo. Dipende dall’accoglienza del primo libro se il seguito rimarrà privato oppure no. Posso anticipare che il nuovo capitolo inizia con il Sanremo 1994, mentre Aleandrò Baldi canta “Passerà, passerà, che sia odio o che sia amore passerà”.

Infine lasciami salutare con un avvertimento le fanciulle: sappiano che ci sono in giro molti più gobbi di picche che fanti di cuori, per cui è assai più probabile imbattersi nella prima categoria.

 

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