Slittamenti progressivi della Rai – Coming Soon

Un estratto dal nuovo romanzo di Simone Sarasso, prossimamente su effequ

La sveglia, la barba, il caffè. Le finestre sempre uguali, né sporche né pulite.
Le chiavi, il telefono, il portafogli.
Camicia, giacca, pantaloni di velluto un pizzico fuori stagione, ma oramai le stagioni fanno come pare a loro. Aprile gelato, Milano scivola frenetica come al solito.
Aspetto l’1 sotto casa, penso ai ragazzi che faranno tardi a scuola. Alberto, il piccolo, oggi ha il compito di latino. Se fa un casino un’altra volta toccherà mandarlo a ripetizione.
Marta insiste da metà del primo quadrimestre ma io ho sempre nicchiato. Con un debito che vuoi che sia?
Mica rischia di farsi bocciare… Adele, la mia bambina, tra venti giorni fa diciotto anni. Dio bono, sto diventando vecchio. Forse dovrei smettere di fumare.
Il tram inchioda e spalanca le fauci in uno sbuffo meccanico. Salgo controvoglia, a bordo una calca da fine estate.
Mi chiamo Carlo Rubini, lavoro in Rai da venticinque anni e mia moglie dice che m’è rimasta addosso un’aria da sbarbato. Non è quello che vedo ogni mattina allo specchio.
Altri dieci anni alla pensione: fatti forza, mi ripeto. Ogni giorno che Dio manda in terra. Di mio sarei regista, ma dovessi mettere in fila le volte che sono stato dietro a un monitor o a una macchina da presa starei fresco. Feci il concorso nell’87, Raitre era giovane allora, andava appena alle elementari.
Vinsi al primo colpo: terzo su quattrocento che fecero domanda. Ne assumevano quattro.
Fu allora che chiesi a Marta di sposarmi. La sera che lessi i risultati affissi in bacheca a Corso Sempione. Disse di sì: mia moglie è sempre stata sciagurata.
Organizzammo in fretta e furia, con le partecipazioni scritte a mano, il pranzo coi parenti in quella cascina fuori Vercelli e il viaggio di nozze a Parigi, in macchina.
Di ritorno dalla Francia era già passato un mese, ma ancora non s’erano fatti sentire.
Ne passarono altri undici – a tirare la cinghia e scuotere la capoccia – finché arrivò la chiamata che mi cambiò la vita.
– Dottor Rubini, qui è l’ufficio personale Rai. Mi conferma la sua disponibilità all’assunzione?
Cazzo sì, pensai. È un anno che aspetto ’sta benedetta telefonata.
Ma in effetti mi limitai ad assentire educatamente.
– Benissimo, dottore. Allora l’aspettiamo domattina in Corso Sempione. Dopo la firma dei documenti prenderà immediatamente servizio come giornalista praticante.
Sul subito rimasi di sale. Giornalista? Che cavolo c’entravo io col giornalismo? Si saranno sbagliati, rimuginai. Glielo feci notare.
Dissi alla signorina che avevo vinto un regolare concorso da regista.
Mi parve di sentirla scrollare il capo, dall’altra parte del filo.
– No, dottor Rubini. Ho la documentazione proprio qui davanti a me: Rubini dottor Carlo, giornalista praticante. Assunzione in prova per mesi sei con decorrenza da domani. È sempre interessato, sì?
Ero appena cascato dalle nuvole e mi ero rotto un femore. O pure peggio, a giudicare dal male che faceva. In ogni modo, che cavolo potevo fare? C’era il Servizio Pubblico all’apparecchio. E sul vassoio quel famoso Posto Fisso di cui mio padre – impiegato alle Poste dalla culla alla tomba – cianciava da sempre.
– Perfetto – dissi – domattina alle otto, senz’altro. Avevo appena venduto l’anima al diavolo. Lasciato un pezzo d’integrità a quel mostro bavoso che chiamano Sistema. Non ero mai stato così felice in vita mia. La sera io e Marta brindammo con del rosso toscano e facemmo l’amore tre volte. L’indomani varcai i cancelli di Corso Sempione. Pensavo che mi sarei arrovellato sulla questione dell’assunzione per mesi, che avrei vissuto col panico di essere l’uomo sbagliato al posto giusto. Immaginavo settimane insonni nell’attesa della ferale notizia: Dottor Rubini, c’è stato un errore. Lei è un regista, per Dio! Che ci fa in redazione? Sgombri la scrivania e torni pure in lista d’attesa. Come dice? La sua famiglia muore di fame? Cazzi suoi, dottor Rubini. Questo è il Servizio Pubblico, mica la Caritas!
E invece, niente, nada, zero.

[…]

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