Discorso sulle scuole di scrittura in America

Riportiamo in forma di post parte di una discussione nata in sede di commento a una delle poesie americane scelte, curate e tradotte per il nostro sito da Cecilia Piantanida. L’intervento di Cecilia indaga l’ambito delle sempre più numerose (e viste da lontano verrebbe da dire ottime, escono dalle scuole di scrittura americane autori di un certo interesse ormai di continuo da oltre 30 anni) scuole di scrittura statunitensi. Questo post (in cui sono evidenziate anche tutte le contraddizioni del sistema nord-americano) può essere un valido spunto per riflettere sulla situazione che invece c’è qui da noi, dove le scuole di scrittura sembrano manifestazioni episodiche, mal strutturate e spesso organizzate con l’unico scopo, mal celato, del lucro.

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Per quanto riguarda la presenza massiccia di scuole di scrittura creativa, anche a livello istituzionale nel mondo anglo-americano posso dire che la critica è molto divisa. Indubbiamente una grandissima parte degli scrittori emergenti oggi è il prodotto di quest’industria. I pregi e i difetti di questo aspetto sono oggetto di accese discussioni. Recentemente leggevo un articolo interessantissimo sul New Yorker in cui si diceva che il ploriferare di queste scuole è solo un fenomeno di moda e una maniera per ufficializzare una pratica, quella creativa, che di natura rifugge un tipo di insegnamento scolastico. Il critico in questione concludeva che il fatto che i giovani scrittori più interessanti del momento escano tutti da queste scuole è dovuto ad una selezione di base molto forte a monte. Gli studenti accedono a questi corsi estremamente competitivi con delle capacità e dei prerequisiti che un corso non può insegnare. Sono scrittori in fieri fin dall’inizio: ovvero il fantomatico “talento” o ce l’hai o non ce l’hai, non è dato dalla formazione universitaria. In sostanza questi scrittori entrerebbero nelle scuole con un talento grezzo già presente prima dell’istruzione formale. Le scuole quindi sembrerebbero fungere come da incubatrici e/o trampolini di lancio.
Indubbiamente però, io penso, l’istituzionalizzazione della pratica creativa offre una fantastica opportunità per uno scrittore alle prime armi, se non altro per le numerosissime borse di studio offerte a questi giovani aspiranti e per le credenziali che questi acquisiscono entrando in un certo tipo di programma e i legami a doppio filo che le università stabiliscono con il mondo dell’editoria. Indubbiamente, d’altro canto, c’e’ il rischio di un’omologazione generale della scrittura e delle tendenze, che però, si spera, gli autori più originali possano sublimare con il talento e l’inventiva personale. È vero anche che quelli che poi diventano veramente qualcuno sono pochi rispetto al numero di studenti e dei corsi.
Poi c’è un altro aspetto della questione: l’opera di marketing portata avanti da certe scuole, imperniata indubbiamente sullo status symbol creato dalla partecipazione ad un certo tipo di ambiente è molto marcata, e soggetta a numerosissime critiche da parte degli addetti al mestiere.

Detto ciò il mondo anglo-americano “ci crede” molto di più – ma questo in generale – e la scommessa sui giovani autori e sulle nuove leve è parte integrante di questa società e un aspetto positivo di un mondo a volte così paradossale e pieno di contraddizioni.

Vi segnalo infine, sempre dal New Yorker, questo interessante sondaggio.

Cecilia Piantanida

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Comments
6 Responses to “Discorso sulle scuole di scrittura in America”
  1. Ivonne ha detto:

    Ovviamente è l’atteggiamento statunitense a essere diverso rispetto a quello del Vecchio Mondo e in particolar modo dell’Italia.
    Negli Stati Uniti si rischia di più sui giovani e questo è un dato di fatto. Esiste, però, anche un diverso atteggiamento dei lettori. Negli States si legge tanta letteratura media, non eccelsa, spesse volte scritta pure maluccio, ma che vende tante copie (un esempio per tutti le saghe sui vampiri di Charlaine Harris o i mysteries di Maureen Jennings, con intrusioni sul piccolo schermo, anche).
    Se un italiano scrivesse roba di questo tipo, da edicola ferroviaria per intenderci, verrebbe schifato dalla maggior parte degli editori italiani che però non si fanno problemi a tradurre (male) gli originali e a propinarceli sul mercato italiano.
    Che poi del talento ci sia bisogno, questo è indubbio. Inutile dire che molte volte la scrittura creativa serve proprio a farlo vedere questo talento. Perché alla fine la scrittura creativa ti dà il metodo e la disciplina. Sarà che molti italiani sono ancora convinti che il processo creativo sia una cosa da Boheme, che lo scrittore tipo debba essere bello, maledetto, psicopatico o antipatico e che alla fine il tutto si conclude in tante ricerche bibliografiche e tanto “culo alla scrivania”.
    Ma questa è un’altra storia…

    • cecilia ha detto:

      Ivonne, sono assolutamente d’accordo quando dici che e’ importante ricordarsi quanto sia importante l’esercizio, la pratica, anche forzata a volte, per uno scrittore. Non era Alfieri che si faceva incatenare alla sedia? 😀 A molti autori in Italia farebbe bene (ri-)prendere in mano la pietra pomice e la lima…il pregio dell’istituzionalizzazione di una pratica creativa e’ proprio quello di darti gli strumenti per affinare la tecnica. D’altro canto ci sono da sempre le Accademie di Belle Arti, non vedo perche’ non ci debbano essere quelle di scrittura.

      Non sono invece cosi’ sicura che fenomeni di massa come la letteratura seriale di Stephanie Meyer, per dirne una, siano tanto differenti, se non per quanto riguarda la scala, da certe pubblicazioni italiane. Mi viene in mente il caro vecchio Moccia. E sicuramente, l’atteggiamento dei lettori sara’ diverso in Italia e negli Stati Uniti, ma mi pare proprio che di letteratura media ce ne sia tanta anche in Italia, e, come dicevi tu, in traduzione ed esportata proprio dal Nuovo Continente. Gli editori Italiani fanno prima a tradurre un format di sicuro successo, un best seller, anche se devono pagarne i diritti, che a scommettere su un autore autoctono. L’autore giovane italiano che scrive letteratura ‘popolare’ viene schifato perche’ e’ piu’ comodo tradurre autori gia’ affermati, non perche’ non verrebbe letto. Ricordiamoci che anche Totti pubblica..ma lui ha gia’ un nome!

      • Ivonne ha detto:

        Appunto!
        Se vedi bene in questa famosa area di “letteratura media” i casi italiani eclatanti sono proprio quelli che citi: Moccia (che giovane non è anche se fa il giovane… e comunque è uno che nell’ambiente già ci stava) o altra gente famosa (tipo i libri dei comici, dei calciatori, dei “personaggi” e così via…).
        Che poi è una cosa che mi ha sempre fatto ridere: da un giovane si pretende il caso letterario da un “famoso” neppure i congiuntivi…
        Comunque torniamo alla scrittura creativa che è meglio!
        Serve e serve tanto anche se in Italia si insegna male pure quella.
        Parlo, per esempio, di alcune scuole tenute da scrittori affermati che sono dei bravi scrittori ma dei pessimi insegnanti. Ricordo di una cosa successami qualche anno fa quando durante uno di questi corsi il famoso scrittore di turno fece letteralmente a pezzi un racconto di uno dei partecipanti. E la cosa bella fu il suo commento: non era tanto la validità del racconto (che nel caso particolare non era valido…) quanto il fatto che “lui non l’avrebbe scritto così”.
        Quanto aveva ragione Shaw: chi può fa chi non può insegna…
        Io non può!

  2. Marzia C ha detto:

    Sulla creatività vorrei condividere un pensiero cercando di riflettere t ‘the problem of originality has been with Western culture – RomanticISM- and our image of the Creative person (the poet or the composer) seeking the new phrase or musical turn, but also the religious soul seeking new insight’–
    x me la creatività sta nel mescolare le IDEE e COSE attraverso le tradizioni.

    Buona giornata creativa agli studenti, insegnanti e compositori di lingue diverse.
    Marzia

  3. cecilia ha detto:

    Dell’autoreferenzialita’ vuota di molti giovani autori che scrivono solo per se stessi, della scrittura come traduzione e ri-scrittura parla in maniera molto efficace Michael Cunningham–autore di A Home at the End of the World e The Hours (che ha pure vinto il Pulitzer nel 1998). Anche lui e’ uscito da una di queste scuole di scrittura creativa, una della piu’ importanti, lo Iowa Writers’ Worskhop (da cui per altro sono usciti anche l’immenso Raymond Carver e piu’ recentemente e meno immensamente, Paul Harding). Oggi, come tanti autori americani, oltre a scrivere, insegna scrittura creativa. Questo e’ il link: http://www.nytimes.com/2010/10/03/opinion/03cunningham.html?_r=1

    • Ivonne ha detto:

      Il che dimostra ancora una volta (e se ce ne era bisogno) che negli Stati Uniti la scrittura viene considerata un “mestiere” a tutti gli effetti, degno di formazione universitaria superiore. Mentre noi siamo ancora alla vie de boheme…

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