Written by Himself

I was born in minutes in a roadside kitchen a skillet
whispering my name. I was born to rainwater and lye;
I was born across the river where I
was borrowed with clothespins, a harrow tooth,
broadsides sewn in my shoes. I returned, though
it please you, through no fault of my own,
pockets filled with coffee grounds and eggshells.
I was born still and superstitious; I bore an unexpected burden.
I gave birth, I gave blessing, I gave rise to suspicion.
I was born abandoned outdoors in the heat-shaped air,
air drifting like spirits and old windows.
I was born a fraction and a cipher and a ledger entry;
I was an index of first lines when I was born.
I was born waist-deep stubborn in the water crying
ain’t I a woman and a brother I was born
to this hall of mirrors, this horror movie I was
born with a prologue of references, pursued
by mosquitoes and thieves, I was born passing
off the problem of the twentieth century: I was born.
I read minds before I could read fishes and loaves;
I walked a piece of the way alone before I was born.

Gregory Pardlo, 2009

>> [ Scritto da sé

Sono nato in minuti in una cucina a bordo strada una padella
sussurrava il mio nome. Sono nato da acqua piovana e lisciva;
sono nato oltre il fiume dove sono
stato imprestato colle molle da bucato, un dente d’erpice,
giornali cuciti nelle mie scarpe. Sono tornato, seppur
ciò ti piaccia, senza averne colpa
le tasche piene di polvere di caffè e gusci d’uovo.
Sono nato morto e superstizioso; ho portato un fardello inaspettato.
Ho dato vita, ho dato benedizioni, ho dato adito al sospetto.
Sono nato abbandonato all’aperto nell’aria segnata dal caldo,
aria alla deriva come spiriti e vecchie finestre.
Sono nato una frazione e una cifra e una voce di libro mastro.
Ero un indice di capoversi quando sono nato.
Sono nato testardo nell’acqua fino alla vita urlando
non sono forse una donna e un fratello sono nato
da questa casa di specchi, questo film horror sono
nato con un prologo di riferimenti, inseguito
da zanzare e ladri, sono nato oltre-
passando il problema del ventesimo secolo: sono nato.
Ho letto menti prima di poter leggere pesci e pani;
ho fatto un pezzo di strada solo prima d’esser nato.

trad. it. Cecilia Piantanida ]

NOTE

Gregory Pardlo. Quarantenne poeta e traduttore newyorkese Pardlo scopre la poesia a venticinque anni e ne fa una professione. Infatti, dopo aver ottenuto un Master in Scrittura Creativa dall’Università di New York, nel 2005 diventa New York Foundation for the Arts Fellow in poetry. Le sue poesie e traduzioni compaiono regolarmente nelle più prestigiose riviste internazionali, tra cui The American Poetry Review da cui è tratta “Written by Himself”; ad oggi ha pubblicato un’unica ma plurime volte premiata silloge intitolata Totem (2007). Fortemente ispirata alla musica e in particolare alla cultura Jazz, la poesia di Pardlo esplora il significato della rappresentazione oggi, il ruolo dello scrittore contemporaneo e il suo rapporto con il peso delle aspettative culturali, politiche e letterarie del mondo odierno. Dal 2008 Pardlo vive a Brooklyn con la sua famiglia e insegna scrittura creativa all’Università di George Town.

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Comments
4 Responses to “Written by Himself”
  1. f. ha detto:

    Bella poesia davvero e penso – non sono un tecnico – ben tradotta (credo per altro non facile da tradurre). Ma quello che mi incuriosiva mentre leggevo le note su Gregory Pardlo (e ricordando anche quelle riferite in passato ad altri poeti) è la massiccia incidenza in ambito americano (anglosassone?) delle scuole di scrittura. Scuole dalle quali molti di questi poeti e scrittori sembrano provenire, oppure nelle quali finiscono per insegnare. E che dati alla mano sembrano dare frutti. Dai poeti che ci segnali tu Cecilia, a Foster Wallace, credo anche a Carver e a una miriade di altri. In Italia questo fenomeno – che pure esiste – non credo che sia altrettanto diffuso, e penso anche che qui in Italia venga spesso allestito come bieca fonte di guadagno, senza tanti scrupoli. Mentre invece forse in America oltre a farlo di più lo fanno in modo più onesto, ci credono forse (visti i risultati e visto chi ci lavora) davvero. Saprebbe qualcuno darmi spiegazioni più dettagliate (io non faccio che procedere per intuizioni), di come stiano effettivamente queste cose nel mondo anglosassone?

    • cecilia ha detto:

      E’stata un po’ un’impresa tradurre questa poesia, devo ammettere. Mantenere nel passaggio tra l’italiano e l’inglese questa struttura cosi’ fortemente scandita dal linguaggio e dalla decostruzione della sintassi e’ stato molto interessante, seppur una sfida.
      Per quanto riguarda la presenza massiccia di scuole di scrittura creativa, anche a livello istituzionale nel mondo anglo-americano ti posso dire che la critica e’ molto divisa. Indubbiamente una grandissima parte degli scrittori emergenti oggi e’ il prodotto di questa industria. I pregi e i difetti di questo aspetto sono oggetto di accese discussioni. Recentemente leggevo un articolo interessantissimo sul New Yorker in cui si diceva che il ploriferare di queste scuole e’ solo un fenomeno di moda e una maniera per ufficializzare una pratica, quella creativa, che di natura rifugge un tipo di insegnamento scolastico. Il critico in questione concludeva che il fatto che i giovani scrittori piu’ interessanti del momento escano tutti da queste scuole e’ dovuto ad una selezione di base molto forte a monte. Gli studenti accedono a questi corsi estremamente competitivi con delle capacita’ e dei prerequisiti che un corso non puo’ insegnare. Sono scrittori in fieri fin dall’inizio: ovvero il fantomatico “talento” o ce l’hai o non ce l’hai, non e’ dato dalla formazione universitaria. In sostanza questi scrittori entrerebbero nelle scuole con un talento grezzo precedetne all’istruzione formale. Le scuole quindi sembrerebbero fungere da incubatrici e trampolini di lancio.
      Indubbiamente pero’, io penso, l’istituzionalizzazione della pratica creativa offre una fantastica opportunita’ per uno scrittore alle prime armi, se non altro per le numerosissime borse di studio offerte a questi giovani scrittori e per le credenziali che questi acquisiscono entrando in un certo tipo di programma e i legami a doppio filo che le universita’ stabiliscono con il mondo dell’editoria. Indubbiamente, d’altro canto, c’e’ il rischio di un’omologazione generale della scrittura e delle tendenze–che pero’, si spera, gli scrittori piu’ originali possano sublimare con il talento e l’inventiva personale. E’ vero anche che quelli che poi diventano veramente qualcuno sono pochi rispetto al numero di studenti e dei corsi.
      Poi c’e’ un’altro aspetto della questione: l’opera di marketing portata avanti da certe scuole, imperniato indubbiamente sullo status symbol creato dalla partecipazione ad un certo tipo di ambiente e’ molto marcato, e soggetto a numerosissime critiche degli addetti al mestiere.
      Detto cio’ il mondo anglo-americano “ci crede” molto di piu’–ma questo in generale, la scommessa sui giovani e sulle nuove leve e’ parte integrante di questa societa’ e un aspetto positivo di un mondo a volte cosi’ paradossale e pieno di contraddizioni.

  2. fq ha detto:

    (questo commento ha tutta l’aria di essere uno di quelli che si trasformano in post… mumble mumble mumble…)

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  1. […] stati uniti di f. Riportiamo in forma di post parte di una discussione nata in sede di commento a una delle poesie americane scelte, curate e tradotte per il nostro sito da Cecilia Piantanida. […]



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