Nascita della mitografia garibaldina

Da Garibaldi fu sfruttato, il Saggio Pop di Patrizia Laurano

Il mito di Garibaldi nasce nella politica, si alimenta delle imprese militari, ma soprattutto è usato da forze politiche opposte, producendo tante rappresentazioni e interpretazioni diverse dell’Eroe. Subito dopo la sua morte, per circa un trentennio, c’è un Garibaldi socialista: “È un’interpretazione umanitaria, repubblicana e violentemente anticlericale della vita di Garibaldi data dai partiti dell’estrema sinistra di allora. Per essi Garibaldi fu l’alfiere della libertà dei popoli, ma anche il combattente dell’umanità che soffre sotto il dispotismo della povertà, della superstizione e dell’ignoranza”. Nel biennio 1914-15, si ha un Garibaldi ‘interventista’: il Generale infatti è preso a simbolo da coloro che auspicano l’entrata dell’Italia nella prima guerra mondiale per combattere contro l’Austria-Ungheria e liberare Trento e Trieste, ancora in mano straniera. Ma già prima, molti volontari erano accorsi nella regione delle Argonne per combattere a fianco dei francesi contro la Germania.All’inizio degli anni Venti, Mussolini organizza intorno ai gruppi volontari garibaldini il suo movimento dei Fasci di combattimento. Infine, durante la seconda guerra mondiale, fra i volontari della Resistenza, si costituisce la Brigata Garibaldi di ispirazione comunista e, dopo la Liberazione, la nascita del Fronte popolare, per le elezioni del 1948, sarà simboleggiata dall’immagine delGenerale su una stella a cinque punte. Secondo Ernst Cassirer, i miti moderni nascono dalla combinazione di genuini desideri collettivi e di un’adeguata tecnica manipolatoria dei mass-media. L’analisi di Cassirer si riferisce in particolare ai miti nati fra le due guerre mondiali, ma le sue teorie possono applicarsi anche al più antico mito garibaldino. Sebbene la sua origine sia certamente legata alla spontaneità e alla naturalità della cultura popolare, è innegabile un’appropriazione e una strumentalizzazione da parte della cultura dominante e ufficiale, con l’intento di dare legittimità agli elementi costitutivi del nascente stato italiano. Di recente Della Peruta ha opportunamente distinto tra la leggenda garibaldina e il vero e proprio mito: la prima già contemporanea alla stessa epopea garibaldina fin dal 1848, il secondo, invece,formatosi alle soglie del nuovo secolo con la funzione di fondare una tradizione e di convincere gli italiani della validità del processo unificatore da poco compiuto. Questa operazione culturale si avvale soprattutto degli strumenti messi a disposizione dall’arte, dall’iconografia, dalla letteratura e dalla stampa. In realtà, però, la particolarità di Garibaldi e della sua storia è proprio di essere stato già durante la propria vita un vero e proprio mito.Naturalmente, negli anni successivi alla sua morte, gli strumenti e le tecniche con cui si è propagatala sua immagine e si è diffusa la sua leggenda sono cambiati e hanno sfruttato i progressi tecnologici nel campo della comunicazione, ma anche rispetto all’apparato mediatico del suo tempo, Garibaldi può davvero definirsi un ‘mito vivente’: “Chi compì l’impresa ne creò anche il mito, e tutti gli elementi della leggenda garibaldina sarebbero stati già maturi nella mente dello stesso eroe”. Garibaldi stesso è quindi il primo artefice del suo mito: “Egli stesso con la sua indeterminatezza ideologica, il semplicismo delle sue formule, la sua elementarità sentimentale, finisce, anche senza proporselo, per alimentare il mito di se stesso” e appare “indiscutibilmente il più lucido fra gli uomini politici della sua epoca nell’utilizzazione delle comunicazioni di massa (…) a scopo di consenso e di amplificazione della propria figura”. La sua vita offre facilmente elementi su cui fondare un racconto mitico: i viaggi in terre lontane, l’abbigliamento esotico e inusuale, gli amori romantici, i racconti delle sue gesta; tutto questo ha alimentato nell’immaginario collettivo la figura del condottiero capace di polarizzare le aspirazioni degli italiani e diventare simbolo dell’Eroe invincibile, dell’uomo forte e generoso. Sono le avventurose imprese in America (a sostegno del Rio Grande contro il Brasile e dell’Uruguay contro l’Argentina, nonché la difesa di Montevideo) a creare inizialmente l’alone leggendario intorno alla figura di Garibaldi, testimoniato dal successo ottenuto dalla sottoscrizione – iniziata nel 1846 – per una spada d’onore al combattente, quando egli era ancora Generale della Lega italiana a Montevideo.Sulla stampa, poi, oltre alle cronache entusiastiche,appare nel 1847 un inno per i ragazzi delle scuole: “Sappiano i nostri pargoli / il nome delCampione / (…) In ogni seno palpiti / il cuor di Garibaldi”, firmato dal piemontese Giuseppe Bertoldi. È poi un altro ‘padre della patria’, Giuseppe Mazzini, a farsi portavoce e costruttore del mito garibaldino, con gli articoli encomiastici apparsi sull’Apostolato popolare e con la corrispondenza con il Generale, iniziata tramite Giambattista Cuneo nel 1841. In questi scritti, la guerra americana combattuta da Garibaldi è vista come preparazione di quella italiana, creando così un clima d’attesa per un futuro sbarco dell’Eroe sulla penisola assieme ai suoi volontari.Il mito del Nizzardo si rafforza in seguito con i fatti di cui è protagonista in Italia nel 1848-49: Luino e Morazzone, la vittoria del 30 aprile 1849 sotto le mura romane, Palestrina e Velletri con la ritirata delle truppe borboniche dal Lazio meridionale, la difesa della Repubblica Romana fino alla fuga attraverso l’Italia con la morte di Anita. L’alone leggendario intorno a Garibaldi non si offusca nemmeno con il secondo esilio a New York e con il ritiro nella solitaria isola di Caprera com e allevatore e agricoltore, eventi che anzi alimentano ancor più la sua immagine popolare e genuina. Il consolidamento del mito avviene, infine, con le imprese militari al comando dei Cacciatori delle Alpi nel 1859-60 e soprattutto con la spedizione dei Mille e la liberazione del Mezzogiorno: “C’è un Eroe in Europa. Uno. Non ne conosco due”.

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