Santino | Waiting for clandestina

Santino è un racconto di Giacomo Buratti. Un altro racconto di Giacomo sarà il sesto di clandestina. Altre tracce di Giacomo – gb, per chi lo conosce via web – sono su La collana della regina e Il Grande Roe – due blog collettivi a cui collabora attivamente – e sul suo tumblr personale Insipienza. Suoi racconti sono presenti nelle raccolte Jukebook di Quintadicopertina, e Rien ne va plus di Las Vegas.

Che ti devo dire, Santino?

Certo che non è stata più lei da quando te ne sei andato. Non me l’ha mai voluto dire, ma io lo sapevo. Cieca sì, stupida no. Io lo sapevo che non stava bene. Lei – forse lei non lo sapeva. O non lo voleva sapere. Non se ne rendeva conto, di quanto le mancavi. Non è che voglio dare a te la colpa, eh. Lungi da me. Direi che è stata una delle cause, al massimo, una delle tante. Sempre che in una cosa del genere si possano trovare delle cause. Poi te l’avrà raccontato, tuo padre, come è successo.

Ma mi senti? Sei ancora in linea?

Mi sa che tuo padre non t’ha detto tutto.

Diceva di essere stanca, sempre stanca. Si alzava dal letto, la mattina, e era stanca. Io le dicevo di starsene tranquilla a riposare e lei lo sai una volta come m’ha risposto? M’ha detto: “Se mi riposo allora è meglio che m’ammazzo”. Tu lo capisci che c’era qualcosa che non andava. Io l’ho detto a tuo padre. Gli ho detto pure che forse era il caso di avvisarti. Lui ha voluto fare di testa sua. Lo sai com’è fatto. Adesso mi sa che s’è pentito. Io non mi sono azzardata a dirgli niente.

Del resto, ci s’è messa di mezzo pure tua zia, che ti pare. L’ictus non poteva venirmi in un momento peggiore. Non che ci sia un buon momento per un ictus, però, insomma, tra il ricovero, il fatto degli occhi, e poi che sono venuta a casa vostra, e all’inizio non riuscivo nemmeno a infilarmi le ciabatte da sola – tra una cosa e l’altra non ci s’è più pensato, a tua madre. Dopo, quando ormai ci avevo fatto l’abitudine, le ho detto che potevo tornarmene a casa mia. Lei disse che non m’avrebbe lasciato da sola a vagare a tastoni, che ero l’unica famiglia che le era rimasta. Nelle sue condizioni – tutto questo me lo disse distesa sul letto – era sempre la persona più gentile. E aveva ragione, a casa da sola mi sarei ammazzata per le scale o solo per provare a scaldarmi la minestra. Te l’ha raccontato zia di quando a momenti condiva l’insalata col sapone dei piatti? Te l’avrà detto tuo padre. Lui non è che fosse entusiasta di avermi sempre tra i piedi, l’avevo capito subito. Cieca sì, stupida no.

E non s’è reso conto che  – non lo dico per vantarmi, ci mancherebbe altro –  se non fosse stato per me la moglie se ne sarebbe andata nella metà del tempo. Che poi, Dio mi perdoni, magari sarebbe stato meglio, risparmiarle quell’agonia. Te l’ha detto, no?, com’è andata. Te l’ha detto del foglio di carta, il pezzo di giornale?

Io non sento niente, Santino. Mi senti?

È cominciato – quando sarà stato? Tre settimane? Un mese prima? Non te lo so dire di preciso. Alla fine, è stato un attimo. Nemmeno il tempo di capire. Entro in camera sua – alla fine s’era presa la camera che era stata tua, diceva che aveva paura di attaccarcelo, quello che aveva, qualunque cosa avesse – e sento un odore strano, una puzza, tipo, sai?, quando vai dal macellaio. Lei mi saluta, io dico: “Maria, ma lo senti l’odore?”. Lei non mi risponde, non dice più niente. Io mi son messa paura. Così, cieca, m’immaginavo le peggio cose. Chiamo tuo padre. Lui entra e niente, manco lui riesce a parlare. Io come una matta dicevo: “Che c’è? Che è successo?”.

Allora tuo padre mi prende per un braccio, forte, e mi porta fuori della stanza. Chiude la porta. Dice – adesso a ripeterlo mi vengono i brividi – dice: “L’utero. Sullo scendiletto”.

Come faceva a sapere che era l’utero di tua madre non lo so proprio. Sta di fatto che il dottore disse che era proprio l’utero, e che stava lì, sullo scendiletto. Tra le lenzuola c’era un po’ di sangue, per terra c’era un po’ di sangue. Lei, tua madre, era come tutti gli altri giorni. Parlava poco, ma parlava. Rispondeva con quella voce bassa bassa. Solo quando le abbiamo chiesto che era successo non ha risposto. Non ti so dire che faccia faceva allora, ma da come tuo padre si infuriava mi sa che sembrava felice. Lui aveva messo l’utero nella formalina. Non chiedermi dove l’ha trovata ché non lo so. So che ci ha messo tutto, nella formalina. Sei barattoli. Li tiene in cantina. Secondo me non è bello.

Il dottore, all’ospedale, disse che non c’era da preoccuparsi. Che, per quanto fosse assurdo, sembrava un’isterectomia fatta con tutti i crismi. Io glielo dissi, a tuo padre, che non c’era da fidarsi. Potevamo sentire qualcun altro, anche solo così, per sicurezza. Ma tu m’hai dato retta? Una povera zia cieca. Che ne sapevo, io?

Quando sullo scendiletto ci trovammo metri e metri d’intestino, una settimana dopo, allora sì che si poteva chiamare un altro dottore. Che poi venne e disse che era sicuro che non era mai successa una cosa come questa, che non stava in nessun libro di medicina. Io dissi: “Al diavolo i libri di medicina!”. Ero fuori dalla grazia di Dio. Lui disse che bisognava ricoverarla. Non gli avessimo dato retta! Se a casa, in camera tua, s’era fatta quello che s’era fatta, praticamente a mani nude, figurati in ospedale, coi bisturi e tutto! Ma chi ci pensava? Tu, Santino, che sei tanto sveglio e studi, magari a te sarebbe venuto in mente. Ti dovevo chiamare io. Certo, quel telefonino non lo sapevo come funzionava nemmeno quando ci vedevo, eh, Santino?

Mi senti bene?

Mi sa che la storia dell’ospedale te l’ha già raccontata tuo padre. Ma lui son sicura che non t’ha detto che voleva denunciarli tutti, e s’è messo a urlare al primario certe cose che non ti posso ripetere. Non che avesse torto. Tutti quei dottori, nessuno che sapeva dove mettersi le mani. Quando sul comodino vicino al letto di tua madre c’erano i reni, quasi che non ci siamo resi conto, ma quando ha visto un polmone, il giorno dopo, tuo padre non lo fermava più nessuno. Il primario disse che erano scioccati come lui, del resto però lei era viva, respirava da sola. Solo dopo il polmone l’hanno attaccata a quell’affare, come si chiama? Al massimo si poteva parlare di coma farmacologico, ma dicevano che non ce n’era nemmeno tanto il bisogno.

Mettiti nei nostri panni. Che avresti fatto, tu? La riportavamo a casa? La portavamo in un altro ospedale? Lì notte e giorno c’era un’infermiera che non la lasciava sola un secondo. Avresti dovuto sentire come singhiozzavano quando s’accorgevano di quello che era successo, con loro lì presenti. Non si capacitavano. Spergiuravano di non essersi assentate, di non aver dormito. Una di loro, dopo, ha cambiato reparto.

Alla fine, la lingua era l’unica cosa che si poteva capire come aveva fatto a togliersela. Già parlava pochissimo, ormai. Senza lingua era proprio finita. L’ultima cosa che le ho sentito dire, dopo il polmone, è stata “bene”. Per me è morta allora. Non la potevo vedere, non la potevo sentire. Le tenevo le mani. Ore intere, certi giorni, senza lasciargliele mai. Erano fredde, non ti immagini quanto. Tuo padre dice che sorrideva. Non lo so mica, se dargli retta. Ancora non s’è ripreso. Tutti quei barattoli di formalina. Ieri m’ha detto che vuole che li prendi tu, li porti via. Almeno quello col cuore. Quello me l’ha fatto tenere in mano, una volta. Pesava un po’.

La pagina invece la tiene nel portafoglio. Lo so perché stamattina m’ha detto di prendere i soldi e l’ho trovata, ho riconosciuto la carta. È una pagina strappata da Famiglia Cristiana. Lo sapevi, no?, che tua madre era abbonata. È un articolo sulla Bibbia. Il titolo dice “Svuotò se stesso e Dio lo esaltò”. L’abbiamo trovato vicino al cuore, sul comodino, il giorno che è morta. Quando tuo padre me l’ha letto m’hanno dovuta far sedere su una sedia a rotelle, le infermiere. Lui poi non ha detto più niente. Col foglio ci ha fatto su il cuore, per portaselo via. A casa l’ha messo nel barattolo.

M’ha detto di chiederti se vuoi che te li mette tutti quanti in uno scatolone, così quando arrivi sono pronti.

Hai sentito?

Pronto?

[tutte le illustrazioni di clandestina sono di sara pavan]

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