Marlon | Waiting for clandestina

Marlon è un racconto di Francesco Sparacino apparso anche sulla rivista ‘tina. Un altro racconto di Francesco sarà il terzo di clandestina. Altre tracce di Francesco sono su Colla – la rivista letteraria che ha contribuito a fondare. Suoi racconti sono apparsi nell’antologia Biancoghiaccio (Villaggio Maori edizioni) e nelle riviste Inutile‘tina.

Marlon era morto. Mia madre, come sempre, dormiva. Restai immobile qualche istante, andai a lavarmi le mani, tornai in camera mia a fissare il cadavere.

Mancava poco a Natale, il termosifone della stanza era rotto, fuori era tutto bianco.

Il giorno prima io e Andrea eravamo al parco sotto casa, a dondolarci sull’altalena. Lui spingeva, io stavo seduta. Andrea abitava nel mio stesso palazzo, un piano più su, quando andavamo al parco insieme suo padre restava a controllarci da dietro il vetro della finestra fingendo di leggere il giornale, mia madre dormiva. Nonostante mi fossi coperta per bene con cappotto, sciarpa, berretto e guanti di lana, avevo freddo, e iniziavo a stancarmi dell’altalena. I lampioni si erano appena accesi, tenevo lo sguardo fisso sulla fila di abeti innevati di fronte a me, trattenendo il senso di nausea provocato dal dondolio. Di tanto in tanto un debole vento faceva oscillare i rami, che si alleggerivano di poche manciate di neve. Stavo giusto calcolando che se il vento non fosse aumentato prima che riprendesse a nevicare gli alberi non sarebbero mai riusciti a scrollarsi di dosso tutto quel peso, quando il mio stivaletto destro venne toccato da qualcosa. Una museruola si strofinava sulla gomma celeste: il proprietario muoveva la grossa coda nera, cercava di abbaiare, ma poteva aprire la mandibola solo di poco e finiva per emettere dei lamenti prolungati.

Andrea smise di spingere, si precipitò dal mio lato. – Scappa, Nina – disse. – Ci penso io a lui.

Aveva abbracciato con entrambe le mani il collo del cane e cercava di spostarlo. I piedi uno davanti all’altro, distanziati di mezzo metro, la gamba sinistra piegata in avanti a sfiorare la pancia del suo avversario col ginocchio, la gamba destra distesa all’indietro. Sembrava un corridore in attesa del via. Un corridore reso ridicolo dal continuo scivolare del piede destro e dagli occhiali gialli, di plastica, rotondi e appannati. Il cane scambiò gli attacchi di Andrea per degli inviti a giocare e si rotolò a terra trascinando il mio vicino di casa con lui. Quando arrivò il padrone, aiutò Andrea a rialzarsi, si scusò, e portò via il cane al guinzaglio.

– Non sono fortissimo? – chiese Andrea aggiustandosi gli occhiali.

Scesi dal seggiolino e ripresi a fissare gli abeti.

Ignorai le insistenze di Andrea che reclamava il suo turno sull’altalena, volevo lavarmi le mani alla fontana e andare da Giungla, il negozio di animali dall’altro lato della strada. Dopo Natale avrebbe chiuso, la fotocopia in bianco e nero VENDESI affissa in vetrina era un annuncio anticipato di lutto.

Passarono tre Fiat Uno e un furgone. Passò un minuto. Passò una nuvola a forma di videoregistratore. Sotto lo sguardo attento del padre di Andrea attraversammo la strada affondando gli stivali di gomma nell’ammasso di neve.

Il proprietario di Giungla si chiamava Targliabene, era un signore sulla sessantina, calvo e con un enorme bernoccolo al centro della testa. Secondo Andrea, gli era venuto perché conosceva troppi nomi di animali e il suo cervello non bastava a contenerli, così, per farsi spazio, i nomi avevano spinto forte fino a creare quel rigonfiamento. Secondo mia madre, aveva il bernoccolo perché la moglie stava sempre nella bottega del macellaio accanto, e presto gliene sarebbe spuntato un altro uguale.

Da Giungla c’era sempre puzza di pipì, così quando entrammo mi tappai il naso, e Andrea mi imitò.

Il signor Targliabene stava facendo vedere dei conigli a una coppia. Girammo indisturbati trascinando i piedi sulla segatura sparsa sul pavimento, tra gli acquari ricoperti di addobbi riciclati dagli anni precedenti, voliere vuote, piccoli topi bianchi che schizzavano da un’estremità all’altra delle teche di vetro.

Io mi fermai a guardare i pesci rossi, Andrea tentava di fare parlare un pappagallo.

– Forza Juve – gli faceva – Foooorzajuve, –  e lo diceva come se fosse lui stesso il pappagallo, moltiplicando le O, prendendo un momento di pausa quando arrivava alla R e accelerando di colpo dalla Z in poi.

– Come stanno i miei due clienti preferiti? – chiese il signor Targliabene appena finì con la coppia. Anche se ci aveva nominati suoi clienti preferiti, né io né Andrea avevamo mai comprato nessun animale.

– Benissimo, – risposi.

– Benissimo, – ripeté Andrea. – Perché il pappagallo non parla, è sordomuto?

Sul volto del signor Targliabene si disegnò un largo sorriso che mostrava qualche spazio vuoto tra i pochi denti gialli.

– Ci sono più di trecento specie, alcune parlano, altre no. Ci sono i parrocchetti, c’è l’ara, c’è il cacatua, c’è il cenerino, c’è…

Conoscevo la storia, avevo letto tutto su Il grande libro degli animali che mi aveva regalato papà tre anni prima. Così ritornai a fissare i pesci rossi. Erano in sette, all’interno di un acquario essenziale, due di loro avevano una macchia nera intorno all’occhio sinistro e si tenevano alla larga dagli altri. O forse erano gli altri a tenersi alla larga da loro. Forse gli altri erano spaventati dalla macchia nera. Ma allora perché i due pesci rossi con la macchia nera non erano spaventati l’uno dall’altro? Magari non era una questione di paura: stavano lontani dal gruppo perché si vergognavano della macchia. Anche in questo caso, però, c’era qualcosa che non tornava: come faceva ognuno di loro a sapere di avere una macchia nera intorno all’occhio?

– Ti piacciono? – chiese il signor Targliabene.

Feci sì con la testa.

– Sceglietene uno ciascuno. Regalo di Natale.

Indicai uno dei pesci rossi con la macchia nera. A caso, perché erano uguali.

Poi Andrea disse: – Anch’io voglio quello con l’occhio nero.

Il signor Targliabene riempì d’acqua fino a metà due buste di plastica trasparenti, usò un retino per prendere i pesci e li fece tuffare ognuno dentro una busta.

Quindi ce le offrì, e io afferrai quella di sinistra.

Avrei voluto chiedergli per quale motivo aveva deciso di chiudere, che fine avrebbero fatto gli animali non venduti, cosa sarebbe successo quando, scomparso il negozio, a riempire i pomeriggi sarebbe rimasta solo l’altalena arrugginita del parchetto sotto casa.

– Avete già fatto l’albero di Natale? – chiese invece lui, e Andrea strillò un “sì” che fece voltare i pochi clienti. Disse che il suo albero era stupendo, era pieno di palle colorate, cioccolatini, fiocchi, luci. Disse che insieme a sua madre e suo padre aveva fatto un presepe che occupava l’intera stanza.

Fuori dal negozio stabilimmo che ognuno di noi avrebbe scelto il nome del pesce rosso dell’altro.

– Il tuo si chiama Nina, – dissi.

– Non vale chiamarlo col tuo nome.

– No, vale! – Il tono non ammetteva repliche.

– Allora il tuo è Andrea.

Accettai, ma il nome “Andrea” non mi piaceva. Più tardi ne avrei pensato un altro.

Quando rientrai in casa, mia madre dormiva ancora. In cucina presi il contenitore rotondo di plastica dove mettevo la pasta che rimaneva dal pranzo. Lo riempii d’acqua e feci tuffare il pesce rosso all’interno. Posai il contenitore sulla libreria della mia stanza, andai in bagno a lavarmi le mani, tornai in camera e accesi la tv. Per un po’ saltai da un canale all’altro, poi mi distesi sul letto senza badare allo schermo. Mentre fissavo il soffitto pensai che mi sarebbe piaciuto avere un albero di Natale, anche piccolo, in casa. Mia madre si sarebbe potuta alzare per andarlo a comprare e io l’avrei accompagnata parlandole per tutto il tragitto delle mie idee riguardo alle decorazioni. Poi, con l’albero acceso, avremmo visto un film con Marlon Brando, proprio come facevamo quando c’era ancora papà, ci saremmo scambiati i regali e avremmo mangiato schifezze rubandole ognuna dal piatto dell’altra. Pensai al freddo. Guardai il pesce rosso che si muoveva in cerchio all’interno del contenitore.

Sembrava essersi abituato al nuovo ambiente.

Fu allora che mi venne l’idea. – Ciao Marlon – gli dissi.

Questo il giorno prima.

Adesso, invece, Marlon era morto. Immobile, sul pavimento. Disteso su un lato mostrava la macchia nera intorno all’occhio sinistro e aveva la bocca aperta come a ingoiare polvere.

Avevo messo troppa acqua nel contenitore e lui era riuscito a sgusciare fuori mentre ero via.

Non sapevo che i pesci rossi saltassero.

Continuai a fissarlo. Anch’io immobile, con la bocca aperta, prigioniera in uno spazio di tempo in cui nulla sarebbe mai più accaduto, in cui non c’erano rumori e le luci degli addobbi natalizi si sarebbero confuse per sempre a quelle dei lampioni nel buio del pomeriggio invernale. Poi mi divincolai e il tempo ricominciò a scorrere veloce: andai in bagno a lavarmi le mani, tornai in camera, presi la busta di plastica trasparente in cui il signor Targliabene aveva messo Marlon, la riempii d’acqua, raccolsi da terra il cadavere, lo lasciai cadere all’interno della busta che chiusi con un nodo e infilai nello zaino.

Luisa, la mamma di Andrea, mi aprì la porta sorridente.

– C’è Nina, – gridò rivolta verso l’interno della casa. In realtà Luisa non gridava mai, alzava il volume della voce di quel tanto che bastava perché il suo messaggio superasse gli ostacoli e arrivasse a destinazione. Come una ninna nanna la sua voce addormentava muri spessi, tv a palla, rumori di clacson.

– Entra, Andrea sta guardando i cartoni in salotto.

Sul divano Andrea e suo padre si dimenavano giocando alla lotta. Suo padre gli aveva appena immobilizzato le gambe e lo invitava ad arrendersi mentre sullo schermo comparivano le facce del cane pupazzo Uan e di Paolo Bonolis. Il mio arrivo e l’inizio dell’ultimo stacco di Bim Bum Bam misero fine al combattimento.

– Ciao signorina, vieni a sederti, – disse il padre di Andrea, aggiustandosi la camicia.

E Andrea, recuperando gli occhiali dalla moquette, ripeté: – Ciao signorina, vieni a sederti.

Mi fecero spazio e, dopo aver posato lo zaino a terra, mi piazzai in mezzo a loro.

A darmi fastidio, di Bim Bum Bam, era tutto quello sfoggio di rosa. Il pelo rosa del pupazzo, il suo scambio di battute col presentatore, il chiassoso colore dello studio televisivo, tutto questo faceva di quel programma un’enorme, accecante, palla di pelo rosa pronta all’esplosione.

Luisa entrò in salotto e disse che se volevamo c’era la cioccolata calda, appena preparata.

– Solo per Nina e Andrea. Per papà niente –. Ci strizzò l’occhio.

Il padre di Andrea aggrottò la fronte fingendo di essere offeso.

– Che facciamo, la diamo anche a papà la cioccolata? – chiese allora Luisa.

Andrea fece sì con la testa e lei decretò che per quella volta, ma solo per quella volta, la cioccolata calda sarebbe spettata anche al marito.

Seduti al tavolo della cucina, bevetti dalla mia tazza personale a forma di giraffa. Ne conservavano una solo per me, l’avevo scelta un giorno che ero andata da Standa insieme a tutti loro.

– Mamma e papà mi hanno comprato un acquario bellissimo come quelli che ci sono da Giungla, anzi più grande – disse Andrea.

– Da Giungla gli acquari non sono belli –  precisò suo padre.

– Sono un po’ vuoti – aggiunse Luisa. Poi mi chiese del mio pesce rosso. Mandai giù un sorso di cioccolata. Spiegai che gli avevo già cambiato l’acqua tre volte in un solo giorno e che gli avevo dato da mangiare le code di gamberetti.

– È senz’ombra di dubbio il più grande ingordo dell’universo! – esclamai. E i genitori di Andrea scoppiarono a ridere. Anche Andrea rise. E anch’io.

Quando terminai la cioccolata gli altri non erano arrivati neanche a metà. Guardai l’orologio e dissi che era ora di andare.

– Posso lavarmi le mani, prima?

– Vai già via, non vuoi dei biscotti? – chiese Luisa.

Risposi che mia madre mi aspettava per preparare l’albero insieme, dissi che era impaziente, si era addirittura svegliata all’alba per organizzare tutto.

Passai dal salotto, presi lo zaino, andai nel corridoio. Il bagno era in fondo, ma io mi fermai a metà. Tesi le orecchie per capire se qualcuno si fosse mosso dalla cucina, poi mi infilai in camera di Andrea.

Il presepe occupava mezzo pavimento, ma al posto dei pastori c’erano degli orribili soldatini di plastica grigi. L’albero era poco più alto di me, completamente soffocato da nastri rossi e fili ingarbugliati, luci verdi e gialle si accendevano a intermittenza. Sotto c’erano già dei regali. Staccai da un ramo centrale due Baci Perugina e li misi in tasca.

L’acquario stava sulla scrivania. C’era un vascello pirata, c’erano le pietre, c’erano le piante, c’erano dei legni. E c’era Nina, con la sua macchia nera intorno all’occhio sinistro, che si nascondeva in mezzo al relitto e poi usciva allo scoperto per esplorare il fondale alla ricerca di cibo.

Mi avvicinai alla finestra e scostai la tenda. Aveva ripreso a nevicare, gli abeti del parco avevano perso la loro battaglia: erano diventati bianco, solo questo.

Sul vetro apparve il riflesso delle luci a intermittenza dell’albero e del presepe.

Dovevo sbrigarmi.

Rimisi a posto la tenda, aprii lo zaino, tirai fuori la busta di plastica trasparente che conteneva il cadavere di Marlon, lo adagiai dentro l’acquario e tentai di afferrare Nina. Non era facile, continuava a sgusciarmi dalle mani, ma alla fine riuscii a prenderla e a infilarla nella busta. Nel dimenarsi aveva schizzato un po’ d’acqua sulla scrivania. Non avevo fazzoletti. Mi guardai intorno: presi da sotto l’albero il pacchetto che mi sembrava meno pesante, lo sollevai fino alla scrivania e utilizzai la parte inferiore per asciugare gli schizzi d’acqua. Quindi lo sistemai di nuovo per bene dov’era prima.

Dopo aver dato un’ultima occhiata al cadavere di Marlon che galleggiava nell’acquario, uscii dalla stanza, richiusi la porta stando attenta a non fare rumore, e andai a lavarmi le mani.

Quando tornai in cucina, gli altri mi accompagnarono tutti insieme alla porta e Luisa mi diede un bacio sulla fronte.

Sul pianerottolo aprii lo zaino, osservai il pesce rosso muoversi all’interno della busta.

Avevo bevuto la cioccolata troppo in fretta e mi bruciavano sia la lingua che il palato.

Mangiai un Bacio Perugina.

Aspettai qualche minuto.

Poi, dall’interno della casa, giunse distintamente il pianto di Andrea. Lo immaginai entrare in camera attento a non calpestare il presepe, controllare i regali sotto l’albero e spostare lo sguardo verso l’acquario aspettandosi di assistere ai veloci spostamenti del pesce rosso. Invece il pesce rosso galleggiava, immobile. Nina era immobile e Andrea iniziava a singhiozzare, e i singhiozzi, di fronte all’immagine sempre più vera di Nina immobile, morta, biancastra, si trasformavano in lamento e quindi in pianto, aumentando d’intensità fino a farsi sentire dai suoi genitori, in salotto, e da me, sul pianerottolo, che adesso, coi pezzi di nocciole tra i denti, percepivo il rumore di passi che veloci si dirigevano verso la camera di Andrea, e la sua voce che, rotta dal pianto, informava il padre e la madre che Nina era morta.

Nina era morta. E Marlon era vivo.

Chiusi lo zaino.

Mi avviai per le scale.

Pensai che questa volta sarei stata più attenta, avrei riempito il contenitore di plastica solo a metà.

[tutte le illustrazioni di clandestina sono di sara pavan]

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Comments
One Response to “Marlon | Waiting for clandestina
  1. pino ha detto:

    Ma che senso ha questo racconto?
    nessuno
    non vedevo l’ora che finisse malgrado le due paginette. Devo ammettere, tuttavia, che il finale (ampiamente prevedibile) mi ha fatto sorridere. La violenza dei poppanti.

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