Itinere alieno | good thing

Serendipità, dice Wikipedia“è un neologismo indicante la sensazione che si prova quando si scopre una cosa non cercata e imprevista mentre se ne sta cercando un’altra.”

Molte conquiste fondamentali per l’umanità sono state fatte sotto questo segno. Per dire, l’America, visto che Cristoforo Colombo aveva tutt’altra intenzione, e cioè “buscar l’oriente par l’occidente”. Ma anche la penicillina, o la dinamite fino ad arrivare al Viagra, sempre per dire.

Quale termine bisognerebbe usare, invece, quando una scoperta incredibile, rivoluzionaria abbia avuto effettivamente luogo ma gli scopritori non siano stati in grado di realizzarla in quanto tale (e a beneficio dell’umanità tutta) perché inconcepibile e inaccettabile per i loro spiriti di cristiani della controriforma? Ma se di questa scoperta ci rimane traccia attraverso un agile cronaca manoscritta vergata dalle penne degli stessi inconsapevoli discovritori? Noi uomini del XXI secolo cosa dovremmo andare a pensare?

E’ proprio quanto accade nel bel libro di Maurizio CavinaBruno Leporatti, “Itinere Alieno” (editrice Effequ, anno 2006, 96 pagine, 6 euro).

Qui se ne possono leggere degli ampi stralci.

E’ la storia di un manipolo di ardimentosi conquistadores che sotto le due insegne salvifiche del secolo e dello spirito (la bandiera portoghese e la croce cristiana, re Sebastiano I (il Desiderato)Gesù Cristo) si avventurano nelle terre incognite a nord del Rio delle Amazzoni alla ricerca delle Sette Città dalle strade lastricate d’oro. A far loro da guida ci pensa un’altra narrazione: lo scritto di Alvarado da Oporto, viaggiatore (?), che già aveva calcato quelle terre malsane e pericolosissime molti anni prima e che riportava minuziosa descrizione sia del cammino che del suo esito meraviglioso, fonte di ricchezze degne di Re Mida.

Naturalmente lo stesso Alvarado, in spregio a qualsiasi avidità e desiderio di arricchirsi personalmente, donò tutto l’oro che riuscì a trasportare ai Cappuccini e alla loro missione nel regno del Prete Gianni. Così come i coraggiosi portoghesi protagonisti dell’Itinere, guidati dal capitano Vasco Nunes de Sousae da Padre Nuno Larceda, adopereranno ori e gemme che contano di trovare in quantità enorme, per finanziare la riconquista della Terra Santa in mano agli infedeli, ad maiorem dei gloriam. Magari la truppa potrà tenersi quel tanto che basta per concluder l’esistenza alla stregua di principi.

Bè, alla fine, la ricerca delle Sette Città li porterà…

E’ un libretto delizioso e, con licenza, si potrebbe definire un romanzo di non-formazione nel senso che pare proprio che gli attori della vicenda non subiscano alcun cambiamento di sorta nello svolgersi della trama ma anzi, fino alla fine, persistano avvinghiati al loro stato di pervicace stordimento spirituale, è proprio il caso di dire in buona fede, divertentissimo da osservare (da lontano?) e di sicura efficacia umoristica. Gli ingredienti dell’”ascesi” ci sono tutti, a partire dalla selva all’incontro con fiere e demoni e stranezze, le privazioni, il sedizioso che insinua il dubbio, la morte che arriva quando meno te lo aspetti, il fatto che la vicenda si svolga a ridosso della Santa Pasqua.

Il tutto è poi raccontato attraverso un umorismo sottile, dissimulato (quasi timido) sebbene il registro scelto sia filtrato dal “verbale” di un ufficiale militare la cui indole appare fiera ma timorata: certo le necessità impongono rigore e privazioni marziali, certo conviene far uso strategico delle avidità e delle debolezze della truppa, certo l’obbligo è di dar lustro alla fama dell’esercito portoghese ovunque ci si trovi. Ma la parola dirimente, quando capiti di confrontarsi con una declinazione qualsiasi del “numinoso” o, semplicemente del dubbio, spetta sempre a padre Nuno che con l’autorità spirituale propria del suo ruolo funge da potente totem di riferimento. A prescindere dagli esiti delle sue parole gode di un consenso ascritto e mai messo in discussione da alcuno:

“[…] Li nostri soldati chinarono il capo alla Santa volontà del Padre, confidando che per loro stessi rimanesse abbastanza oro da campare come principi per il resto dei loro giorni.

Vedendoli ubbidienti, il padre Nuno disse: «Dio premierà il vostro Cristiano Ardore. Domani lo cammino sarà privo di perigli».

3 de Abril 1565

Per tutto il giorno abbiamo marciato per la scura foresta bagnati da una pioggia che mai ebbe a cessare.

Gli uomini e i cavalli hanno molto patito per l’acqua battente e per le spine di questo bosco che hanno una tal durezza da trapassare le suole degli stivali ferendo le carni delli piedi e provocando piaghe purulente.

Durante lo cammino ebbimo a perdere il nostro fedele tamburino Otello da Costa, che mentre marciava in testa alla colonna, allietandoci col suono del suo tamburo, fue afferrato da un’enorme serpe maculata lunga quanto dodici uomini e gossa come il tronco di un cedro.[…]”

Del resto, è pur vero che la giustizia non è di questo mondo, ma di un Altro… e la forza di un’autorità fa spesso leva sui sommi assunti di apparati narrativi vecchi di millenni e interpretati all’occorrenza per guidare i destini e i percorsi del sentiero umano. Tutto si spiega. Chi siamo noi per permetterci di dubitare? Il mondo è infestato dai demoni, occorre farsene una ragione.

La soldataglia, dicevamo, va spesso tenuta a freno. Anche in nome di un codice cavalleresco che deve essere valido e applicato a prescindere dalle latitudini, dai tempi e dalla natura del nemico con il quale ci si va a confrontare. Fosse anchelo dimonio in persona. Sempre bisogna tener ferma la distinzione fra uomini e caporali : una “prerogativa castale” deve necessariamente tutelare il degno dal meno degno. Gli ufficiali devono combattersi preferibilmente fra pari grado, è accettabile che la carne meno nobile di un soldato sia oggetto di cieco furore (pure se cristianissimo) , e così avviene ma…:

“[…]Trascinati da Cristiana ira alcuni delli soldati vennero verso di Noi, che ce ne stavamo convenientemente appartati presso lo corpo decollato dell’uffiziale dei dimoni, coll’intendimento di far di quel corpo infernale similmente scempio.

Al che Noi li fermammo dicendo: «Tornatevene indietro, chè mai Uffiziale di Portogallo permetterà che semplici soldati, uomini di niun conto, avvezzi a faticar di remo e a tirar l’aratro, vengano a squarciare a brani lo corpo di un nobile uffiziale da lui combattuto e vinto, fosse pure egli uffiziale dell’armata dello Inferno. Se oggi infatti li dimoni vi avessero battuto essi avrebbero fatto pasto delle vostre carni, ma allo nostro corpo di uffiziale , l’uffiziale dei dimoni avrebbe reso onore e data Cristiana sepoltura, così come adesso Noi renderemo e daremo a lui, essendo in vigore pure nell’Inferno lo medesimo codice della cavalleria che Noi Uffiziali, Cristiani, maomettani o luterani e financo infernali, abbiamo da rispettare».[…]“

Insomma, se è lecita una punta di ironia, la politica: brandelli fossili della “questione morale” fanno capolino anche nelle più intricate frasche della foresta amazzonica al cospetto dei cadaveri maciullati di esseri che nulla hanno di umano.

Ah, la politica :-) ! Naturalmente questo romanzo credo proprio che non abbia velleità di interpretazione secondo un criterio di allegoria a chiave, è solamente una mia suggestione, così per pungolare. Però ciò non toglie che nel corso della trama ci siano diversi elementi adatti ad ispirare una qualche considerazione un po’ meno superficiale. I presume. Cos’è in fondo un buon racconto se non “una storia falsa che racconta cose vere“. (ndr- questa non è mia, è di un’altro).

Mi fermo qui: è un racconto tutto da leggere e rimuginare pieno di trovate umoristiche, narrative e scenografiche di sicuro effetto. Una menzione speciale va senza dubbio attribuita alla lingua usata per dipanare questa matassa affabulatoria: un italiano antico (o anticato?), non saprei se definirlo volgare oppure no, lezioso ma molto efficace per creare precisamente le condizioni adatte ad una lettura immersiva e a tutto vantaggio della verosimiglianza delle immagini richiamate dalle parole.

Mi chiedo se questo tipo di scelta linguistica sia il frutto di una appassionata consuetudine con le cronache e le fonti storiche dell’epoca oppure una metalingua inventata all’occorrenza. Cercherò di scoprirlo…

Fra l’altro, così, fra il serio e il faceto, mi viene in mente che codesto plot potrebbe ottimamente fungere da sceneggiatura per un molto opportuno fumetto. Chissà, qualora queste righe venissero intercettate da un valente disegnatore ne potrebbe nascere un bella graphic novel, che mai male non fa ;-).

Sir Robin, good thing

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