Memoriale spartano | Waiting for clandestina

Memoriale spartano è un racconto di Davide Martirani. Un altro racconto di Davide sarà il secondo di clandestina. Altre tracce di Davide sono sul blog collettivo Il Grande Roe.

Tutti i viaggiatori a cui capita di trascorrere qualche giorno nella città di S. rimangono colpiti dalla capillare organizzazione che governa la vita sociale dei suoi abitanti. Dai racconti che ci sono giunti abbiamo appreso, ad esempio, che gli uomini si vestono sia in estate che in inverno con ampie camicie che arrivano fino alle ginocchia, mentre alle donne è assolutamente vietato mostrare le spalle e i piedi. Tutti gli abiti, inoltre, sono tendenzialmente grigi o neri, e se qualche eccentrico decide di indossare un capo dalle tinte più accese, ammesso che riesca a procurarselo, deve chiedere personalmente l’autorizzazione a ogni singola persona con cui potrebbe entrare in contatto durante la giornata, il che significa all’incirca l’intera città. A parte il pranzo, che molti consumano sul posto di lavoro, in grandi sale prive di illuminazione elettrica, i pasti hanno luogo in casa, ed è molto raro che ci si rechi in un pubblico locale. Se ciò accade, di solito per commemorare eventi di primaria importanza, i commensali non superano mai la mezza dozzina. Quanto sia radicata quest’abitudine si può capire dal fatto che i pochi ristoranti di S. sono composti da numerose camere contigue, lunghe e strette, in cui è assolutamente impossibile far sedere più di sei persone, se si vuole lasciare spazio al passaggio dei camerieri.

Da quando le vecchie religioni sono state abbandonate, l’amministrazione ha messo a disposizione dei cittadini centinaia di piccoli edifici in pietra chiamati semplicemente “celle”.
Le celle sono costruzioni circolari, del diametro di cinque metri e dell’altezza di sette metri e cinquanta. Le pareti interne, fredde e lievemente umide anche in luglio, ospitano un incavo a mezzo metro dal suolo, per consentire alle persone di sedersi. Sul tetto una minuscola feritoia, protetta da un doppio vetro che impedisce ai rumori esterni di penetrare, lascia filtrare una minima quantità di luce. Per il resto non c’è nulla, a parte il buio. I reggenti di S. si sono infatti accorti che le necessità spirituali sono, in ultima analisi, desiderio fisiologico dell’oscurità.

Dodici volte al giorno, ad intervalli di un’ora e cinquanta minuti, gli abitanti di S. dedicano dieci minuti al silenzio. Qualsiasi cosa stiano facendo, che si tratti di lavarsi i denti o di tenere una relazione accademica, si interrompono all’istante e restano pressoché immobili fino al termine della pausa. In quei momenti la quiete è così assordante, per chi non è abituato, che molti viaggiatori riferiscono di aver provato un violento impulso di gridare, a cui sono riusciti a resistere solo dopo enormi sforzi. Nei primi tempi successivi all’instaurazione di questa usanza (infatti la necessità di una quiete organizzata è nata con la modernità: prima il silenzio era ovunque), un grosso macchinario, posto sulla cima della collina che sovrasta la città, aveva il compito di annunciare l’interruzione del rumore scagliando un maestoso lampo artificiale nel cielo. Ben presto però la macchina cadde in disuso, perché i cittadini avevano accettato talmente volentieri l’imposizione da cominciare a tacere già uno o due minuti prima del segnale. Al giorno d’oggi l’abitudine si è fusa a tal punto con la natura che persino i neonati cessano immediatamente il pianto.

Benché molte delle opinioni e delle tradizioni proprie di questa remota cittadina abbiano suscitato lo stupore, l’incredulità o il biasimo dei rari forestieri che hanno avuto modo di conoscerle, niente sembra scuotere maggiormente i visitatori (e niente sembra spaventarli di più) dei costumi sessuali della popolazione di S. Fin dove le documentazioni ci assistono – quindi fin dai tempi in cui l’antico regno d’Egitto muoveva i suoi primi passi – non ci è giunta notizia della celebrazione di un matrimonio. Questa usanza, spesso ritenuta dagli studiosi un universale antropologico, è sempre stata fortemente avversata dalle autorità religiose e civili del luogo. Ogni individuo, quale che sia il suo sesso o la sua età, può dare libero corso al desiderio in appositi locali, dotati di ogni comodità. La differenza fondamentale, rispetto alle nostre modalità di accoppiamento, è che la scelta del compagno è affidata a un funzionario municipale, che si basa su una lista di preferenze olfattive compilata dal soggetto. Oggi questo lavoro è svolto quasi interamente dai computer, ma si racconta che in origine tale delicatissimo compito spettasse al borgomastro. Condizione necessaria era, ed è, che gli amanti non si fossero mai visti prima, né avessero modo di rivedersi in seguito. Se questa spiacevole situazione non poteva essere evitata in nessun modo (poiché dobbiamo pensare che anticamente la città di S. contasse poche centinaia di abitanti), i soggetti erano obbligati ad alterare il proprio stato di coscienza bevendo un decotto di erbe che aveva il potere di offuscare le percezioni dando all’evento l’apparenza di un sogno. Un metodo in qualche modo analogo viene applicato ai bambini. Quando una donna partorisce, il bambino viene trasferito al più presto nelle strutture di educazione, che si distinguono dai nostri orfanotrofi per il fatto che le balie, i maestri, i sorveglianti, cambiano continuamente, con ritmo settimanale. In questo modo, se pure accade che nella vita di un bambino ritornino due volte le stesse persone, la velocità del mutamento e il tempo intercorso fra le due ricorrenze rendono un eventuale riconoscimento impossibile quanto il riconoscimento di una stessa goccia d’acqua in due punti del fiume.

Alcuni viaggiatori, volendo contestare la validità dell’ordinamento sociale di S., riportano nei loro resoconti un episodio misterioso tratto dalle cronache di uno storico minore. Stando al suo racconto, in tempi assai remoti sarebbero vissuti due giovani che, colti da una passione tanto bruciante quanto inaspettata, avrebbero deciso di contravvenire alla legge, incontrandosi nottetempo in aperta campagna e abbandonandosi al piacere. Scoperti dopo poche settimane da un contadino che tornava a casa dal campo, dove si era addormentato, i due furono incarcerati e processati sulla piazza principale della città. Per quanto il crimine fosse abominevole, poiché offendeva i principi stessi su cui era fondata la comunità di S., e per quanto la popolazione fosse terrorizzata dall’idea che una simile empietà potesse essere presa ad esempio dalle giovani generazioni, trascinando la città nella rovina, i giudici inflissero una pena abbastanza clemente, condannando i colpevoli all’esilio. Il verdetto fu accolto con riprovazione dai cittadini, e suscitò nei due giovani grande euforia. Ubriacati dal miraggio di un mondo di libertà, pronto ad attenderli al di fuori di quelle mura che avevano rifiutato, partirono il giorno seguente con le migliori speranze.

Generalmente, i viaggiatori che riportano questa storia nei loro resoconti, desiderosi di sottolineare la disumanità delle leggi di S., terminano qui l’aneddoto. La fonte però prosegue, e narra che dopo anni di peregrinazioni infruttuose alla ricerca di un paese in cui stabilire la propria dimora, i due fecero ritorno a S., senza peraltro ottenere il permesso di entrare. Dunque scoppiò fra di loro una lite feroce, perché ognuno addossava all’altro l’intera responsabilità dell’azione che li aveva perduti. Dopo essersi separati fra gli insulti e le maledizioni reciproche, entrambi finirono per morire di stenti, ai punti opposti del confine della città.

Il nostro mondo, figlio della sua diretta concorrente, si è fatto beffe per secoli dell’insensata rigidità di questa invisibile cittadina. Ma col passare del tempo, e col progressivo venire meno delle nostre antiche certezze, sempre più siamo costretti a constatare quanto superficiale fosse il nostro giudizio. Sfolgorante del suo antico nitore, la città di S. sorride, guardandoci di lontano. Noi, sulle nostre ossa scricchiolanti, non possiamo reprimere un tremito quando il suo sguardo ci attraversa.

[tutte le illustrazioni di clandestina sono di sara pavan]

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Comments
4 Responses to “Memoriale spartano | Waiting for clandestina
  1. Filosseno ha detto:

    Molto rimarchevole, tra Kafka e Borges – con un tocco di levità che lo rende più crebramente umano. Mi permetto di segnalare una prossimità, forse addirittura una tangenza, con un mio modesto raccontino, Com.net (se vi va è reperibile nel blog Hortus Confusus – non quello omonimo sul giardinaggio, ça va sans dire…).
    Lo leggerò ancora, come merita, per offrire impressioni un po’ meno umbratili.

  2. federico ha detto:

    Filosseno lasciaci pure senza tema il link al tuo racconto 😉

  3. dave ha detto:

    Ti ringrazio: il grosso scrupolo era proprio quello, di mettersi a fare una cosa à la, risultando necessariamente ridicoli. Il caso del tuo racconto (che, per chi volesse, è qui: http://hortus-confusus.blogspot.com/2010/03/comnet.html ) però dimostra come ancora oggi si possa felicemente spendere una simile moneta, senza dare mai la sensazione di arroganza o di impostura. Interessante il fatto che i due racconti siano in qualche modo speculari: dove il primo immagina i costumi perduti di una società radicalmente altra, il secondo rilegge i nostri, di costumi, dal fondo di una prospettiva che è insieme futura e antica (o forse semplicemente distaccata, tirata a secco dalla corrente).

  4. Filosseno ha detto:

    Proprio così, una specularità che tenta di proiettare raggi verso un unico punto. Solo con l’ala – non proprio platonica – di questo spaesamento ci si può in qualche modo accostare, io credo, a ciò che ci sembra prossimo ed è invece il più remoto, il presente. Ivan Illich consigliava ai suoi studenti di comporre lettere in latino in cui descrivere ad immaginari (ma vivissimi e realissimi) amici del Medio Evo i diversi aspetti della civiltà contemporanea – le armi da fuoco automatiche, la salute pubblica, i trasporti, la burocrazia…

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