Lettere a poche amanti scriteriate | Waiting for clandestina

Lettere a poche amanti scriteriate è un racconto di Alessandro Romeo. Un altro racconto di Alessandro sarà l’ottavo di clandestina. Altre tracce di Alessandro sono su Maciste – un tumblr in cui parla di cose che non esistono – e sulla rivista Inutile. Il Nostro cura inoltre insieme ad Alessandro Milanese la collana Jukebox per Quintadicopertina.

Cara Olga,

ti scrivo perché mi è tornato in mente quanto fosse piena di olive la nostra storia d’amore. Olive verdi, olive nere, olive al forno, olive greche, olive col pezzetto di pomodoro al centro, olive in salamoia, olive denocciolate, olive ripiene, olive a pezzetti, olive con l’origano, olive piccanti, olive giganti, olive minuscole, olive da passeggio, olive da mezzo pomeriggio, olive da dopo cena, olive da telefilm, olive da film, olive che sapevano di noci. Olive.

Ti scrivo nel momento in cui la mia bocca si piega al gusto amaro di un’ultima oliva rimasta sul fondo della vaschetta.

È che ho pensato: merda! Brutto è: finire la scatola di olive con un’ultima oliva mezza marcia che ti intacca la bocca e l’umore.

Ma ciò che, cara Olga, è ancor più brutto è finirla con l’amore.

Cara Kathrina,

ti regalo una parola prima di cominciare. La parola è: Amore. Detto questo, è bello scriverti proprio perché non capisci una parola di italiano e non hai amici. Già mi immagino. Passerai dal massimo di felicità derivata dal ricevere una lettera al massimo di infelicità per non poterla capire. È che mentre non stavo facendo niente a parte leggere qualche rivista scema sul mio divano, ho pensato che sarebbe stato bello poter dire “ho detto la verità a una donna”. E così ho pensato a te. Ecco, tu probabilmente penserai che ti ho mollato per incompatibilità culturali, problemi linguistici, o robaccia simile, quando invece ben sapevi che l’unica lingua che mi interessa parlare è la lingua dell’amore e poco mi importa di quale lingua linguistica accomuni o separi me e un’altra donna, dato che la lingua dell’amore parla con il corpo, con i liquidi e con il concetto di patchwork. Patchwork è la parola dell’amore. (Parola d’ordine? Patchwork!!!). D’accordo, è vero che mi sono rotto un po’ le palle quelle sere a passeggiare senza dirci niente facendo finta che fosse bello così “perché a volte è bello stare in silenzio”, quando invece non è vero un cazzo, e l’unica verità è che più si parla più ci si diverte. Sempre. Ovunque. Con chiunque. È vero, dicevo, ma il punto è un altro. E te lo dico proprio adesso, nel bel mezzo della lettera: perché tanto, siccome sei sempre stata una persona pigra, non proverai a tradurre che le prime parole e le ultime, salvo contare quante volte ci sia scritto “amore” e “mi manchi”, cioè le uniche parole che ti sei sforzata di imparare, e con cui io saggiamente riempirò proprio le ultime righe per darti il contentino. La verità è che sei stata adottata. Quelli che credi siano i tuoi genitori in realtà non lo sono. Lo so io, lo sanno i “tuoi”. Lo sanno pure i tuoi (quelli veri) sempre che siano ancora vivi. Non dovrebbe saperlo nessun altro. Sei proprio sfigatissima. La facilità nel dirti questo è la stessa con cui tu ti sei fatta mio cugino alla festa, davanti a tutti, quando avevamo diciotto anni e tu eri venuta due mesi in Italia per lo scambio culturale. Ora, ciò che in tutti questi anni mi ha reso pieno di rancore è stata l’ottusità con cui mi hai tradito. Il modo in cui ridevi con mio cugino, il modo in cui hai ballato vicino a lui, il modo in cui mi hai evitato lungo tutta la serata, senza un valido motivo, fin dall’inizio. Tutto. Tutto era dettato da una forza ottusa ma consapevole, come se tu avessi messo in conto che sarebbe finita così, perché così a quell’età finiscono certe cose. A diciott’anni l’amore è una cosa importante, forse l’unica cosa veramente importante, e tu l’hai spazzata via così. Ora sei cresciuta e probabilmente avrai capito che l’unica cosa importante è essere in vita e combinare qualcosa, non necessariamente qualcosa di sbalorditivo, o che ti renda famosa. Io lo so che se qualcuno leggesse queste righe direbbe che sono ingiusto, sadico, che non si può confrontare un tradimento di un’adolescente con una presa per il culo per il fatto che sei adottata, però io ti faccio notare due cose: la prima è che io non sono la causa della tua adozione, quindi siamo uno a zero per te; la seconda è che sì, il tradimento tra diciottenni è una cosa normale, ma anche sapere di essere adottati è una cosa normale (se non fosse che i tuoi sono due squilibrati e ti vogliono tenere all’oscuro della cosa per sempre per paura di perderti), quindi sono due cose perfettamente affiancabili, e io te l’ho dimostrato con il rigore della mia logica. Quindi uno a uno. Pari. Che poi tutto questo discorso è completamente inutile perché, come ho già detto, ti conosco e so che ti sarai fermata una ventina di righe più su, alla parola “Amore” (molte persone – nella vita, intendo dire – si fermano alla parola Amore). Mi sono ben guardato di metterci punti a capo. Comunque sai, è stato bello, eravamo piccoli ed è bello conservare la nostra storia come un ricordo pieno d’amore e di affetto. Sembrerà strano, ma mi manchi mi manchi manchi. Ora non fraintendermi, siamo distanti, abbiamo preso strade diverse, ma credo sia bello ricordarci così, ingenui e affettuosi. Il ricordo dell’amore è l’amore. Perché l’amore passa come l’amore, però l’amore è infinito come l’amore dell’amore. Mi manchi.

MOLTO IMPORTANTE: tu ricordare mio cappellino Chicago Bulls nero con front marrone? Ridare. Grazie. Molto amore.

 

Cara Fecisti Fecit,

come ben sai, sei e sarai sempre la mia preferita. Di te mi mancano un casino di cose, tipo il fatto che il giorno in cui, al buio, da ubriaco, ho cagato nel bidè tu non ti sia scomposta e abbia buttato tutto in ridere, tutto salvo la merda. Quella l’ho buttata via io, nel cestino.

Forse sei l’unica che apprezzasse battute come quella che ti ho appena scritto.

Ti ricordi quanto cazzo ridevamo? Una volta abbiamo riso un’ora e mezza di fila perché una tua amica aveva partorito un figlio col pelo. Che poi era proprio una cazzata, perché di fatto ci eravamo capiti male, cioè ad avere il pelo non era il figlio ma la madre, per via di uno scompenso ormonale che le aveva fatto crescere due ciuffetti di pelo nero e setoso vicino ai capezzoli. Però continuavamo a ripetere “un figlio… col pelo…” e giù a ridere e a non riuscire a fare niente di niente per un’ora e mezza. Prendevi lo scolapasta, io dicevo “figlio”, tu dicevi “col”, io dicevo “pelo” e bum! lo scolapasta per terra. Io prendevo il cordless, tu dicevi “figlio col”, io dicevo “pelo” e sbam! il cordless per terra. E alla fine, ti ricordi, c’è stato uno strascico di questa cosa anche a distanza di qualche ora, quando eravamo a letto, e io cercavo di addormentarmi ma tu mugolavi “un figlio… col pelo” e poi “mpff… mpff” e alla fine mi sono pure girate le palle e ti ho urlato “cazzo, se ti fa ridere, ridi! Non fare mpff mpff che poi mi arriva l’aria sulla spalla e mi viene prurito, mi innervosisco e non riesco ad addormentarmi”.

Però tutto sommato abbiamo passato un bel periodo insieme.

Cara Fecisti Fecit, scusa. Ho appena riletto la lettera e mi sono reso conto che la battuta che ho scritto, quella sulla merda, nelle prime righe, è davvero eccezionale. Quindi non ti invio questa lettera. “Buttare tutto in ridere, tutto salvo la merda”. Cristo, se fa ridere.

Che poi tra l’altro Salvo La Merda potrebbe essere un nome.

 

Cara Kathrina,

banane banane.

Banane banane e merda.

 

Cara Fecisti Fecit,

ti avevo scritto una lettera in cui celebravo la nostra bellissima storia d’amore, ma poi ho pensato che forse certe cose è bello dirsele di persona, così quella che ti scrivo è una semplice lettera di servizio. Devo chiederti se per caso hai in casa un cappellino dei Chicago Bulls, con il frontino marrone. Non è per me, ma per un amico che me l’aveva prestato e io credo di averlo perso, così ne sto cercando in giro uno uguale, sperando che non si renda conto di niente. Mi sembra di ricordare che tu ne avessi uno fatto proprio così, che tra parentesi forse era mio – ma naturalmente se dovessi esserti tenuta un mio cappellino non ci sarebbe nessun problema, non sono assolutamente un tipo geloso delle proprie cose, tant’è che qualora lo avessi tu e tu me lo ridessi, lo renderei immediatamente a questo mio amico. Grazie.

 

Cara Olga,

due lettere una dietro l’altra, l’avresti mai detto? È che ho la sensazione di non essere riuscito a dirti molto con la lettera precedente.

Veniamo al sodo. Passeggiando per il centro mi sono imbattuto nel tuo nuovo libro di poesie. Quello con la natica in copertina. Sono rimasto mezz’ora seduto su una sedia a leggerlo, e mi è venuta in mente una cosa, e cioè: la poesia ha avuto un’evoluzione no? Siamo arrivati a Ungaretti, e quell’uomo se la sapeva cavare con quattro parole, quando solo cinquant’anni prima più lunga e larga era una poesia meglio era. Ecco, quello che voglio dire è che se l’evoluzione della poesia porta a una sempre maggiore brevità, il passo successivo a quello di Ungaretti sarebbe di smettere di scrivere poesie. Essere poeta senza scrivere una sola riga. Hai mai preso in considerazione la cosa? Sono serio.

Va da sé che considero il tuo libro di poesie una merda.

Poi un’altra considerazione. La natica. O, più in generale, il corpo nudo. Sono secoli che ce la meniamo con questa storia del corpo nudo. Ora se c’è una cosa che negli ultimi tremila anni – dico tremila a caso, potrei dire trentamila – è rimasta uguale è il corpo umano. Ci fosse spuntato un braccio dietro alla schiena potrei capire questa esigenza di riaffrontare il discorso, invece no, il materiale è sempre lo stesso: testa, braccia, gambe, petto, sesso. E non tirare fuori il nudo artistico: è un’invenzione ipocrita dei produttori di faretti luminosi.

Paolo Ebner

PS: guarda nei tuoi cassetti se hai per caso un cappellino dei Chicago Bulls con il frontino scamosciato marrone. Se ce l’hai sappi che è mio e che lo rivorrei indietro.

PPS: il frontino, nella parte che guarda il terreno dovrebbe essere di un verde intenso, come quello dei tavoli da biliardo.

[tutte le illustrazioni di clandestina sono di sara pavan]

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Comments
One Response to “Lettere a poche amanti scriteriate | Waiting for clandestina
  1. federico ha detto:

    Fantastico! Sarebbero tutte perfette per la rubrica lettere d’amore per non farsela dare, anzi se ne hai altre e se ti va (queste erano meravigliose!) mandamele pure, che la rubrica si sentirebbe di cotanto onore onorata!

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