Uruguay 1950

Dalla 33esima Squadra, di Bruno Barba

Obdulio Varela, Uruguay
Brasile 1950
Pasta del capitano

È il personaggio più letterario della storia del calcio. Più ancora di Garrincha, più di Pelé e più di Maradona. Imprescindibile, perché pochi eroi hanno saputo incarnare con tanta forza (nel senso di vigore), con tanta efficacia, e… tanto romanticismo (si potrà dire, visto il tipo?) il ruolo di centrale difensivo.
E poi, ancora, perché Obdulio Varela è stato il capitano dell’Uruguay campione del mondo 1950, ovvero colui che ha dato gloria, notorietà e considerazione – insieme ad altri, certo – a un paese piccolo (oggi, poco più di 3 milioni di abitanti), marginale, periferico.
È il 16 luglio del 1950: chi ha voluto raccontare la figura di Obdulio (Eduardo Galeano, Osvaldo Soriano, Darwin Pastorin), da qui, dal Maracanaço, è dovuto partire, da quella giornata, da quella sua umanità dolente osservata da un trentatreenne logoro e a fine carriera, che staglia la propria figura straordinariamente umana nella vicenda, drammaticissima, della Hiroshima tropicale. Nel giorno della disfatta della nazionale brasiliana nel Mondiale del 1950.
Duecentomila spettatori, titoli dei giornali già pronti e, per di più, per via della particolare formula di quel torneo, alla nazionale in divisa bianca (sic! bianca), basta un pareggio. A proposito, il verde-amarelo delle maglie della Seleção brasileira sarà una conseguenza successiva. Si indice addirittura un concorso per scegliere foggia e colore.
Il percorso del Brasile per arrivare fin lì era stato trionfale. Insomma, c’è da scommetterci, non soltanto sta per affermarsi una squadra imbattibile, ma sta addirittura nascendo il Brasile moderno. Afro-discendente, meticcio, nero: nel cuore, nell’anima e nella pelle. Jules Rimet, presidente della Fifa, la federazione internazionale, ha già pronto il suo discorso celebrativo in portoghese.
E invece avvenne qualcosa che marcò la nazione, rallentando il processo del meticciato etnico e culturale che pareva così ben avviato.
Il Brasile segnò per primo: Friaca.
Nel racconto di Soriano “Obdulio, un ragazzone tagliato con l’accetta, raggiunse la sua porta già violata, prese il pallone in silenzio e lo strinse tra il braccio destro e il corpo”.
Se Clint Eastwood in Invictus ha raccontato la vicende di quella partita di rugby che diede unità al Sudafrica, perché non c’è nessun regista che prende Denzel Washington e gli fa interpretare Obdulio che, con quella palla in mano “piantò gli occhi grigi, neri, bianchi rilucenti, contro tutta quella luce, gonfiò il petto massiccio e si avviò muovendo appena i piedi, provocatore… e la gente dovette aspettare tre minuti prima che arrivasse in mezzo al campo e rivolgesse all’arbitro dieci parole in uno spagnolo incomprensibile”?
Me la immagino la scena: carrellata dal basso e l’omone freddo che dice “Yo soy Obdulio”. In realtà Obdulio vuole protestare, provocare, intimorire i brasiliani. Infondere coraggio ai suoi. Si sente un’artista: deve dominare la scena. È un torero: se non controlla l’arena, il toro gli vola addosso.
Obdulio Varela brutalizza i compagni pavidi, va dal terzino brasiliano Bigode e lo prende per la gola.
L’Uruguay impatta con Schiafino, poi Ghiggia gela il Maracanã. Barbosa, portiere mulatto, è battuto. Lui e gli altri mulatti sono i colpevoli della sconfitta: dove vuoi andare con quei negri degenerati in squadra?
E quel nome, da allora, è una maledizione, per tutti, ma soprattutto per il portiere stesso. Non dire Barbosa a nessuno, in Brasile, non provarci. Ci furono (pare) 10 infarti sugli spalti; in città (sembra) almeno 50 suicidi, furono proclamati (per certo) tre giorni di lutto nazionale.
E Obdulio?
Con l’Uruguay già in vantaggio per 2 a 1, il gigante mulatto resiste insieme alla sua squadra, ferma gli avversari mostrando con orgoglio la stinta maglia azzurra gridando: “È la celeste, è la celeste”.
Ma, Obdulio, valeva la pena infliggere una dolore così grande agli avversari? L’Obdulio di Soriano vaga, quella notte fatale, per i locali di Rio, insieme al massaggiatore, tra la gente che lo riconosce e che piange.
“Loro avevano preparato il carnevale più grosso del mondo per quella sera e se l’erano rovinato”.
Ha un cuore mulatto, Obdulio, e si rammarica per avere fatto piangere proprio quel Paese meticcio che stava, con grande fatica, affacciandosi alla storia.
In fondo, poi, a godere della vittoria sono soprattutto – già in quell’epoca – i dirigenti corrotti. Il calcio, già nel 1950, si avviava a diventare un grande business.
I brasiliani, che non perdonarono mai il loro sciagurato portiere – Dov’eri Barbosa? scrissero sui muri di Rio – solidarizzano, in quella notte di tregenda, con l’orgoglioso, carismatico, umanissimo nemico Varela.
Un vero capitano, che dà l’esempio ai compagni, fa tremare gli avversari, rende l’onore delle armi agli sconfitti.
Di più, piange insieme a loro. Già.
Ma, Obdulio, davvero valeva la pena far piangere un popolo intero, per una gloria che, stanotte, ti appare così effimera?

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