Argentina 1978 | La Collana della Regina

Riportiamo la breve recensione alla 33esima squadra di Bruno Barba e il capitolo su Leopoldo Luque apparsi su La Collana della Regina.

È uscito da pochi giorni un libretto intitolato La 33esima squadra. Di Bruno Barba. Per l’editore effequ. Il libello è proposto come un saggio (è inserito nella collana Saggi Pop), ma si tratta in realtà di un riuscito e lieve divertissement, che l’autore – un antropologo genovese – fa con il calcio e con i suoi ricordi di appassionato. Barba allestisce una squadra di giocatori da sogno (ma giocatori dei suoi sogni, non necessariamente i migliori, quelli di Barba “non importa se non sono i giocatori più forti… ognuno ha voluto dire qualcosa. Ad alcuni è bastato un gesto, uno sguardo, un tiro. Questi personaggi – abbiano vinto, perso, gioito, pianto – hanno capito Kipling e hanno saputo trattare il successo e la sconfitta come due grandi impostori”). La squadra messa insieme dall’autore è commercialmente spacciata come la trentatreesima del mondiale in corso, ma questo secondo me è stato un errore di pianificazione editoriale: in questi racconti, in queste vite (più che un saggio questo è un libro di schegge, affreschi biografici di calciatori più o meno eroici) non c’è niente di ‘questo’ mondiale, mentre ci sono invece tanta nostalgia e passione, per il gioco e per la vita. “La 33esima squadra” di Barba – collezione di frammenti di vite parallele applicate al pallone – ricorda in qualche modo “Splendori e miserie del gioco del calcio” di Eduardo Galeano, ma meno di quello ha la spocchia e in qualche caso più poesia. Abbiamo l’occasione di proporne un capitolo (ero indeciso tra quello su Varela, il libero dell’Uruguay campione al Maracanà nel 1950, e questo su Luque, ma visto che è l’anno dell’Argentina… ), eccolo.

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Leopoldo Luque, Argentina
Argentina 1978
Il suo sangue freddo
e il sangue del fratello
e il sangue di un popolo
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Notti infinite, lugubri e fredde. Notti lunghe, ad aspettare la cascata di papelitos, quelle candite strisce di carta – e di coriandoli – che imbiancavano i campi di una neve falsa e ancora più triste. I voyeur del pallone aspettavano i campioni, i voyeur e basta aspettavano di vedere le gambe muscolose degli eroi platensi fasciate da inauditi hot-pants elastici.

Di quell’Argentina si ricordano certi campioni – Marito Kempes, il caudillo Passarella, Pato Fillol, matto, ma meno del Loco Gatti, escluso da Menotti – e poi certi capelli lunghi (del bel Tarantini, dello stesso Kempes, di Luque, di Housemann, di Olguin), e ancora la violenza di certi falli, e di quel clima generale.

E il sangue, il sangue, immaginario ma reale (siamo in Sudamerica, no? è questa la patria del realismo magico) di cui erano macchiate le mani del generale Videla, e il sangue reale (reale e basta) del volto di Luque. Il gomito lussato di Luque. Il fratello che muore, di Luque, in un incidente stradale. Il naso rotto di Luque, quel volto tumefatto di Luque, i baffi di Luque sporchi di sangue.

E Gonnella, l’arbitro italiano che tollera. Gli argentini, caras sucias, abituati a darle per la strada, almeno quasi tutti, e gli olandesi, marinai arruffoni e irascibili (niente di apollineo in questa finale). Un gran gol alla Francia. Poi niente Italia, niente Polonia (la Polonia già di Boniek), tra distorsioni e tragedie familiari.

Gol con il Perù nella partita dello scandalo. Anche se a rivederla, scandalo non mi sembra. Il portiere era un argentino naturalizzato e discrete fonti raccontano che i generali, prima dell’incontro, scesero negli spogliatoi dei teneri peruviani a minacciare, o a promettere, non si sa che.

Ma, a parte questo – che può essere abbastanza, me ne rendo conto – gli argentini furono travolgenti. E l’argentino Quiroga parò eccome, un po’ di tiri e all’inizio, sullo 0 a 0 gli eredi degli Incas colpirono perfino un palo. Risultato finale Argentina 6 Perù 0 (bastava anche il 4 a 0).

Finale, domenica 25 giugno 1978, Luque, insieme ad Ardiles, confeziona il primo gol di Kempes. Poi fa a pugni con il mondo, e le prende abbastanza. Quella notte il musical Evita debuttava a Londra, e avrebbe fatto parlare di sé. Quella notte, nel tetro giugno australe, quel sangue versato sul campo sapeva non soltanto di ferro amaro, ma anche di emblema, sacrificio, monito per un popolo che il sangue lo stava versando davvero e per intero, nei garage della caserme, nelle stanze dell’Esma, abbastanza vicino al Monumental (non così vicino come la leggenda vuole, ho potuto verificare, ma abbastanza vicino sì, certo), al punto che le grida del pubblico coprivano le urla dei seviziati.

Anche se poi non è che i desaparecidos avessero versato tutto ’sto sangue: intanto, come diceva Videla, non erano né vivosmuertos se erano desaparecidos (quindi, diceva il generale, che volete da me? Non chiedete a me di gente che non esiste) e poi sparivano nel silenzio, piuttosto: narcotizzati e poi giù, un volo silenzioso, dall’aereo all’Oceano, chissà se avevano modo di capire e di urlare e di farselo gelare, questo sangue.

I regimi hanno sempre cercato di sfruttare la passerella mondiale. Per il cuore delle madres e delle abuelas loucas di Plaza de Mayo, che sfilavano per conoscere la sorte dei loro figli e nipoti desaparecidos, quel trofeo era insignificante e quell’aria di trionfo inspiegabile e inopportuna.

Il golpe militare era iniziato nel 1976. Tutti sapevano, e tutti facevano finta di non sapere. Quella festa popolare raccontata con gioia, mentre migliaia di sovversivi venivano gettati vivi nel Mar del Plata dagli aerei della morte, rimane una vergogna per il mondo. Il calcio (i calciatori, i giornalisti, i dirigenti, i tifosi) non ha voluto o saputo fare nulla. Avrebbe potuto realmente fare qualcosa?

L’Argentina machista, nottambula e in perenne crisi di identità, paese del paradosso e dell’aforisma (“Gli argentini sono italiani che parlano lo spagnolo e che sono tanto boriosi da credersi francesi”. “L’Argentina è una promessa che non sarà mai mantenuta”) raccoglieva quelle vittorie con un entusiasmo popolare sfrenato, e tristemente immotivato. Crisi economica? Mancanza di libertà? Desaparecidos? La folla, si sa, non chiede altro che gratificazioni, non è fatta per pensare.

Non tutti, certo. Un tal Borges, proprio la sera dell’esordio Mundial dell’albiceleste, teneva una conferenza sull’Immortalità. Quello era un capolavoro d’ironia, che dimostrava tutto il carattere, discreto, assurdo e appropriato, di un popolo unico.

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