Fernando, l’editore, dice che vince il Brasile, dice che lo dice da prima di ieri sera.

Eduardo Gonçalves de Andrade
‘Tostão’, Brasile
Messico 1970
Un tesoro, altro che monetina
.

Quella capacità di scivolare nelle pieghe della partita, la sua tecnica, la sua intelligenza smisurata facevano di Eduardo Gonçalves de Andrade, detto Tostão, (monetina, per via delle sue dimensioni ridotte), un campione, in una squadra di campioni.

Il mitico Zagalo, già campione del mondo da giocatore, succeduto al controverso, sinistrorso João Saldanha, aveva assemblato così il suo attacco: Jairzinho (Botafogo), Gerson (São Paulo), Tostão, Pelé (Santos), Rivelino (Corinthians). Cosa c’era di strano, a parte la rima immortale e l’irraggiungibile cifra tecnica? Che erano tutti numeri 10, nelle rispettive squadre di club.

Tostão, mineiro, ovvero di Belo Horizonte, indossava la camiseta dez del Cruzeiro. C’era del dualismo tra Pelé e Tostão. O rey pareva alla fine della sua parabola discendente, logoro fisicamente, distratto dalle sue attività commerciali e tatticamente incompatibile con il mineiro. Un anno prima una pallonata in volto compromise la vista di questo grande centravanti, causando il distacco della rètina e costringendolo al ritiro precocissimo, a soli 27 anni. Divenne medico e quindi affermatissimo commentatore e autorevole critico. Insomma, un re Mida del calcio.

Quello, tra l’altro, fu il Mondiale della dittatura brasiliana, che durò un ventennio, dal 1964 al 1984. Due giorni dopo la vittoria al Mondiale, il 23 giugno del 1970, il dittatore Garrastazu Medici proclamò la festa nazionale. Il futebol, arte sublime e musicale, divenne in quel frangente uno straordinario collante ideologico.

Il miracolo brasiliano di quegli anni contemplava la costruzione della Transamazzonica, l’uso di slogan e metafore calcistiche, quali il “Brasile ha ribaltato il risultato contro l’inflazione”, o “Prà frente Brasil/Salve a nossa seleçâo”, o ancora “Brasile, amalo o lascialo”.

Il governo di Brasilia voleva distrarre il popolo e ancora una volta il calcio si fece complice dei carnefici.

Eppure a me Tostão, per quella sua fronte altissima, per quel colore bianco, per quella bassa statura, pareva innanzitutto la controfigura di un personaggio inquietante e importante, un uomo che odiavo, ma la cui vita mi ossessionò per un po’ e che avrei voluto conoscere meglio. Più che me, in realtà, e per ragioni più importanti, ossessionò i giudici americani, a partire da Jim Garrison. Parlo di Lee Oswald, l’assassino – il presunto tale – di John Fitzgerald Kennedy. Somigliava a Tostão, è vero.

E poi c’era la questione del sole: tanto a Dallas, 22 novembre 1963, ore 12,30, quanto a Città del Messico, 21 giugno 1970, ore 12,00, il sole del mezzogiorno picchiava dritto, in verticale, in maniera innaturale.

Noi non siamo abituati a questi mezzogiorno di fuoco. Ricordo di un fotomontaggio grottesco che venne impugnato contro di lui, ritraeva un uomo armato, con il volto posticcio di Lee Oswald. Si scoprì l’inganno proprio sulla base dell’osservazione delle ombre diverse. Anche Tostão, nelle foto, presenta un’innaturale smorfia, dovuta al suo problema all’occhio, ma anche, evidentemente, a questo sole incombente.

Allora, ho pensato, è evidente che l’ora fatale in America non scocca a los cincos de la tarde, ma verso mezzogiorno, o giù di lì.

Bruno Barba, La 33esima squadra

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Comments
3 Responses to “Fernando, l’editore, dice che vince il Brasile, dice che lo dice da prima di ieri sera.”
  1. federico ha detto:

    Secondo me è un libretto prezioso ed è una specie di piacevole introduzione a qualsiasi mondiale di calcio, di certo non solo a questo, di cui giustamente non si parla. C’è il calcio dei ricordi dentro, quello di quando si era bambini, è legato al mondiale come mito, più che come accidente corrente.

  2. federico ha detto:

    Senza contare che Fernando sbaglia, almeno spero. Mi sto per convincere a tifare Olanda o Portogallo, tra un po’ ce la faccio eh.

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