“Ricordi di carta” – waiting for clandestina

Pubblichiamo oggi un altro tra i racconti del concorso effequ wants you che non entreranno a far parte della raccolta clandestina. Quello che segue si intitola Ricordi di carta, l’autrice è Elena Starna.

Silvano si sveglia. I brividi della notte lo punzecchiano alla schiena già da un po’. Li ha ignorati finora, perso nelle nebbie di un sonno alcolico ed irreversibile. Ora però non ne può più. Con infinita fatica apre gli occhi e si solleva pian piano. Fa freddo sotto l’arco della Porta Nord della città, quella che mette in collegamento la riserva protetta dei benestanti con la zona dormitorio, dove si rintanano i pendolari. La prima vive notte e giorno, la seconda notte e giorno dorme. A metà tra i due mondi, quelli come Silvano cercano riparo temporaneo, finché un poliziotto in vena di scherzi non li sveglia a forza di manganellate negli stinchi o qualche cane non decide di difendere il territorio che sente suo, schizzando loro addosso un po’ di liquido demarcativo.

Stanotte, qualcuno ha avuto un pensiero gentile per lui: vedendolo raggomitolarsi nei suoi stracci, una mano pietosa ha pensato bene di coprirlo con qualche foglio di giornale vecchio. Silvano si tira su seduto, si massaggia un po’ il cranio arruffato, ammicca. La luna artificiale che resta accesa tutta la notte sotto l’arco non è più in grado di turbare il suo sonno, ma riabituarsi alla sua luce, appena svegli, è sempre impegnativo. Lontano, una campana impertinente suona tre rintocchi gravi ed uno più acuto: sono le tre e un quarto di mercoledì 13 gennaio. Un altro giorno da diseredati sta per cominciare. Silvano si stiracchia, sparpagliando attorno a sé i fogli del quotidiano.

Chiunque abbia appreso l’alfabeto è costretto da un infallibile riflesso condizionato alla lettura di qualsiasi testo gli capiti sotto al naso. L’attenzione di Silvano è attratta da un titolo di cronaca: “Modena, tre tunisini arrestati dopo il furto di una macchinetta”.

Pensiero uno: “E ‘sti… ?”.

Pensiero due, con tanto di imprecazioni ad alta voce: “Quando l’ho fatto io, mica m’han messo sul giornale. Nottata in gattabuia, manco troppo male, era pure riscaldata. Al mattino, un caffelatte, due firme per il rilascio e un calcio in c… Arrivederci e grazie. Manco due righe nelle brevi. Eppure, c’avevo messo tutto l’impegno: assalto serale alle macchinette da caffè dell’Università. Entro dieci minuti prima della chiusura, mi chiudo nel cesso dei bidelli che tanto non ci guarda nessuno, dopo mezz’ora esco e attacco di cacciavite. Maledette telecamere interne. E tutto per venti euro di monetine. E niente cronaca locale. Certo che per esser sul giornale, oggi, bisogna proprio essere o arabi o rom”. Silvano accartoccia la pagina, se la rimpalla un po’ tra una mano e l’altra, la lancia in alto e la schiaccia come farebbe un pallavolista. Rantola una risatina, che subito gli provoca un accesso di tosse. Decisamente, pensa, nella top ten degli sfigati posso ancora piazzarmi bene. Un gatto curioso si avvicina alla pallina di carta e, constatatane a fiuto la scarsa commestibilità, scompare nel buio.

Silvano torna a distendersi, ma ormai fatica a riprender sonno. Le riserve alcoliche sono finite e la campana assassina continua a martellare rintocchi. “Già che ci sono, mi cerco un altro sfigato sul giornale”. Decide di farlo con stile: si siede su di un gradino di marmo gelido con l’aria di chi stia sprofondando nella più accogliente delle poltrone da emeroteca. Pesca un altro foglio a caso, accavalla le gambe, si strofina il mento con aria da intellettuale consumato. Osa persino inarcare un sopracciglio, con quel cipiglio di interessamento misto a sovrano disprezzo tipico del lettore borghese. “Morde all’orecchio agente della scorta”. Silvano strabuzza gli occhi, poi riprende a leggere: “L’aggressione, ad opera di un clandestino, è avvenuta nello scalo di Lagos, Nigeria. Si stava procedendo al rimpatrio dello straniero”. Adesso sì che Silvano ride, di una risata acuta e roca assieme. Lui non ha mai mostrato il benché minimo timore reverenziale nei confronti degli sbirri: spesso si è finto morto solo per il gusto di far sì che chiamassero l’ambulanza, li ha presi in giro pubblicamente, si è messo a cantare tutte le volte che se lo sono trascinato sottobraccio in macchina per portarlo in centrale e, quando gli capitano a tiro, lancia loro alle spalle gusci di noce vuoti e tappi di bottiglia. Molti altri tiri li ha solo immaginati, nei sogni o ad occhi aperti, ma mai aveva pensato di mordere l’orecchio di un agente. “Chissà che schifo, così a crudo e senza neanche due foglie di finocchio selvatico. Davvero doveva aver poca voglia di tornare a casa, quel tipo lì…”. Ride e tossisce finché non diventa paonazzo. Un nottambulo spavaldo gli passa accanto a passo lesto, gli lancia un’occhiata a metà tra pietoso e incuriosito, poi tira dritto per la sua strada.

Ormai non c’è speranza di riprender sonno. Silvano agguanta un foglio e prova a farne un aeroplanino, così, giusto per vedere se si ricorda ancora come si fa. Distende la pagina ben benino sopra la gamba, ripassandola col palmo della mano, sghignazzando ogni tanto al pensiero dell’orecchio morsicato. Ancora una volta, l’istinto del lettore lo prende alla sprovvista, ma stavolta il titolo che legge non lo fa affatto ridere.

“L’ombra della ‘ndrangheta sui fatti di Rosarno. In mattinata, a Gioia Tauro, un immigrato è stato ferito, alle gambe e a un braccio, da colpi di
fucile caricato a pallini…” Stop, basta così. Silvano ha visto il tg al bar dove, di tanto in tanto, si rifugia. Le facce dei disperati, scacciati dalle loro baracche in malo modo, non gli sono rimaste indifferenti. Ogni volta che, nella sua vita di senzatetto, gli è capitato di incontrare compagni di sventura, si è sempre augurato che fosse l’ultima. Che nessuno dovesse ripetere il suo calvario. E al diavolo chi dice che quella di vivere per strada è una scelta. Col cavolo. È una scelta degli altri, di chi decide che per i falliti non c’è posto dentro casa, che la strada è l’unica dimora che meritano. E che i disperati non possono nemmeno nascondersi sotto una tenda o in fondo ad un tugurio, dopo che le loro braccia hanno lavorato tutto il giorno per una manciatina di euro. Esiste solo una regola: chi è fuori è fuori, chi è dentro è dentro. Silvano l’ha accettata senza ribellarsi troppo: ha perso il lavoro a quarant’anni, la casa poco dopo, la famiglia non l’aveva più da tempo. È, semplicemente, uno come tanti altri. Lo sa bene, e non se ne lamenta. Ma che si possa anche solo pensare di sparare addosso a dei poveracci come lui, che non chiedono nulla e vivono come dei somari, sfruttati allo stremo e pagati solo quanto basta per sopravvivere, reintegrare le forze e continuare a lavorare, questo lo rende profondamente triste.

Una volta, da bambino, suo nonno gli aveva regalato un fucilino giocattolo. Era un bene di lusso, perché funzionava ad aria compressa ed era tra i primi in circolazione di quel tipo lì. Tutti i suoi compagni di gioco viaggiavano ancora con le cerbottane, ricavate da tubi di plastica o da canne vuote, che spesso tagliavano la lingua. Silvano, invece, poteva sparare pallini di plastica. Che proprio innocui non erano. Infatti, dopo che, nel corso delle sue esercitazioni, aveva frantumato numerose lampadine domestiche, suo padre gli aveva impedito di caricare il fucilino quando era in giro per il quartiere con gli amici, onde evitargli di provocare danni irreversibili, tirando al volto di qualche compagno un po’ troppo invidioso. E lui si era adeguato: caricava i pallini solo quando, in presenza del babbo, mirava ad un bersaglio fisso, mentre nei giochi di gruppo si limitava a sparare a salve, e pazienza se il colpo a vuoto suonava poco minaccioso. Spesso giocava anche da solo. Imitava la caccia al bisonte conosciuta tramite i Western che guardava, la sera, assieme al padre: prendeva di mira cani e gatti del quartiere, tirava il grilletto, faceva il verso allo sparo, mimava anche il rinculo. Sempre a salve. Sempre, tranne quel giorno in cui prese di mira una coppia di rondinelle appollaiate al filo del bucato, in giardino. Era convinto di aver scaricato il fucilino. Mirò a quella di destra e sparò, a vuoto. L’uccellino, chiaramente, non si mosse, ma nelle fantasie Silvano era stecchito. Mirò allora alla seconda. Con sorpresa, sentì il pallino uscire dalla canna e vide l’animale cadere a terra come un fazzoletto sporco. Non voleva, non era stata colpa sua, di solito non aveva nemmeno una mira prodigiosa. Eppure aveva centrato la rondinella e quel colpo, che indirizzato verso un compagno avrebbe potuto, al massimo, causargli un’ematoma, l’aveva abbattuta. Silvano raccolse l’uccellino e lo seppellì in giardino. Quel giorno a tavola fu molto silenzioso e non toccò quasi cibo. In cuor suo, sapeva di non aver voluto in nessun modo far del male alla rondinella, non poteva immaginare che la sua fantasia di cacciatore l’avrebbe davvero uccisa. Non raccontò mai a nessuno l’accaduto e giocò sempre meno col fucile. Da allora, tutte le notizie che riguardavano fatti violenti e sparatorie gli lasciavano uno strano senso di disagio, la cui ragione profonda era pian piano sfumata, sommersa da mille ricordi di ingiustizie ben più gravi. Stanotte, però, leggendo l’incredibile notizia degli immigrati presi a fucilate, non può fare a meno di tornare con la mente alla rondinella, uccisa per l’innocente gioco di un bambino. Immagina un ragazzo nero sui vent’anni, colpito a tradimento da una scarica di pallini da caccia, cadere a terra come un uccellino indifeso. Chi era quello straniero ferito, se non una rondine venuta da lontano a cercare riparo? Come si può pensare di poter giocare con la vita? Com’è possibile sparare su degli esseri umani inermi, come se si trattasse di bersagli troppo miserabili per essere sensibili al dolore? Prima che la sua mente affaticata si perda nel tentativo vano di rispondere, le sue mani si mettono in opera.

Silvano raccoglie i suoi fogli di giornale. Ne divide alcuni a metà, altri li lascia interi. Come gli avevano insegnato a scuola tanti anni fa, comincia a piegarne i bordi ad uno ad uno, con metodo e precisione. Non sa da dove gli vengano quei movimenti, ma ora ricorda perfettamente la sequenza: in pochi minuti, ha creato una flotta di rondinelle di carta, bianche e nere come le pagine del quotidiano, più grandi, più piccole. Incastrandole e sovrapponendole, ne fa un piccolo stormo, disordinato e irregolare, eppure in grado di reggersi da sé. Le appoggia al muro che, ormai da anni, è la testiera del suo letto. Poi torna a sedersi sul marmo gelido, a far da custode alla sua opera.

I primi passanti del mattino lo trovano lì, con lo sguardo fisso su quella strana installazione di carta. Alcuni accennano un sorriso, altri lo ignorano come d’abitudine. Lui non ci fa caso. Non importa se stanotte non ha dormito, né se dovrà vegliare ancora nelle notti che verranno. Nessuno, da oggi, potrà abbattere le sue rondinelle.

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Comments
4 Responses to ““Ricordi di carta” – waiting for clandestina
  1. Paolo ha detto:

    Molto intenso: complimenti a te, Elena!

  2. Malih ha detto:

    ottimo, almeno quanto “ho incontrato Shahrazad” …complimenti Elena!

  3. Elena Starna ha detto:

    Grazie mille ad entrambi!

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  1. […] su queste colonne virtuali. Prima dell’estate abbiamo pubblicato tutti i racconti migliori esclusi, con questo post segnaliamo il vincitore e come di consueto proponiamo un assaggio dello stesso […]



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