Che Nazionale, roba da matti! – La gazzetta dello sport

Un antropologo che diventa cittì, per raccontare, in maniera deliziosa, il suo sogno: una squadra da portare al Mondiale sudafricano che sta per cominciare. Con tante sorprese: da Jongbloed a Mussi, da Cuciuffo ad Anastasi. Ma per tutti c’è una motivazione: perché «non tutti i giocatori che amiamo o che abbiamo amato sono necessariamente quelli più forti, più belli o più vincenti». Maradona e Pelè? Nella seconda squadra, quella assemblata con canoni tecnici e non dettata dal cuore

MILANO, 6 giugno 2010 – Il Sudafrica è qui. Luci, colori e suoni (non solo Shosholoza o vuvuzela…) di quel lontano Paese mai così vicino, ci stanno invadendo. Scatenando commenti, pronostici e la voglia di essere in prima fila dei commissari tecnici di tutto il mondo. Non solo quelli ufficiali. In Italia, se ci fermiamo ad un dato preciso e certificato, quello del XIV Censimento (21 ottobre 2001: il prossimo arriva tra un anno…), i colleghi di Marcello Lippi dovrebbero essere almeno 59.995.774. Compresi anziani e neonati. Adesso, tra vere e proprie enciclopedie, volumoni sulla storia del calcio, revival e dvd in serie, ne è spuntato un altro che ha, su tutti, un pregio: racconta la sua passione in un delizioso volumetto che si legge in un attimo, che scappa via, ma guarda un po’, proprio come un sogno. Non da condividere in toto, ci mancherebbe, ma sicuramente insolito, originale (documentatissimo: basta dare un’occhiata alla bibliografia citata nelle ultime pagine), come può essere solo un ricercatore di antropologia (Università di Genova) che, da vent’anni, si occupa di meticciati culturali e di sincretismi religiosi in Sudamerica. Il punto esclamativo mettetecelo voi, se vi pare. Noi potremmo condividere, aggiungendo solo che il nostro c.t., Bruno Barba, oltre che di Brasile, è malato di calcio. Ah, ecco: l’abbinata può già spiegare (e giustificare) parecchio.

La copertina del libro della Editrice effequ e, a destra, la delusione di Jan Jongbloed, battuto dal rigore di Breitner a Germania 1974
La copertina del libro della Editrice effequ e, a destra, la delusione di Jan Jongbloed, battuto dal rigore di Breitner a Germania 1974

MALATO O MATTO? — Uno, se dovessimo raccontarla in fretta, deve essere davvero un po’ malato (o un po’ matto?) se, raccontando della sua squadra ideale da portare al Mondiale, ad esempio, parte con Zoff e Higuita in porta. Cosa che potrebbe (anche) non sorprendere del tutto, se il titolare non fosse Jan Jongbloed, una delle poche falle di quell’Olanda stellare di Cruijff, guidata sulle panchine di due Mondiali da Rinus Michel (Germania 1974) e da Ernst Happell (Argentina 1978). Il fatto è che al nostro cittì-antropologo, per disegnare la sua squadra, «… non interessa se questi giocatori non sono i più forti». Quello che conta, spiega, è che «… ognuno ha voluto dire qualcosa. Ad alcuni è bastato un gesto, uno sguardo, un tiro. Questi personaggi – abbiano vinto, perso, gioito, pianto – hanno capito Kipling e hanno saputo trattare il successo o la sconfitta come due grandi impostori. Di sicuro. Sennò non li avrei scelti». Così, nel pacchetto dei sette difensori, può trovare posto anche Roberto Mussi. Su la mano chi se lo ricorda nella finale di Usa ’94 (durata per lui solo 34 minuti)? Ma prima di allora l’Italia aveva perso con l’Irlanda del Nord (0-1), aveva sconfitto 1-0 la Norvegia (gol dell’altro Baggio, Dino, dopo essere stata a lungo in dieci) e pareggiato 1-1 con il Messico, prima del momento magico del difensore massese: in quel torrido 5 maggio di Boston. «È l’ultimo istante di una partita che abbiamo già perso, Italia-Nigeria. Un’altra Corea, meno sorprendente, perché fino a quel momento la nostra squadra era stata francamente penosa (…). Bene, Mussi, va su quella fascia, ignaro che sta per accendere Roberto Baggio, un uomo, e un’idea che ci faranno quasi vincere quel Mondiale. Certo quasi è qualcosa di più che un dettaglio, ma Mussi non può saperlo. Un mezzo dribbling, un rimpallo e un passaggio facile, elementare, ma si sa che quelle palle, in quei minuti, in quelle partite e per certi giocatori scottano assai. Mussi non sbaglia: ed è un assist mondiale per l’alato animale».

Roberto Mussi in azione con la maglia azzurra: il difensore massese è tra le grandi sorprese proposte da Bruno Barba
Roberto Mussi in azione con la maglia azzurra: il difensore massese è tra le grandi sorprese proposte da Bruno Barba

COERENZA — Provate a pensarci: nell’orgia di ricordi che ci sta invadendo, qualcuno ha mai riportato alla memoria questo episodio? Non ci pare. Ma qui sta la filosofia del cittì-antropologo che la sua formazione di partenza (c.t. Arrigo Sacchi), la schiererebbe così: Jongbloed; Mussi, Facchetti; Falcao, Cuciuffo, Varela; Garrincha, Ardiles, Tostao, Rivera, Luque. «Una formazione – precisa l’autore – scelta, per coerenza, non in base alla forza dei singoli, ma seguendo un criterio ben definito: tutti i convocati hanno significato qualcosa di importante». E ancora: «Un giorno Giampiero Boniperti disse: “Il calcio non è importante (qui ci vuole una pausa), il calcio è tutto”». Ecco allora che la Nazionale dei sogni di Bruno Barba «esprime i migliori frutti – nel senso dei più significativi, più ribelli, più pazzi, più dentro il canone o più fuori le righe – di diverse culture e di diversi tempi. Eroi veri o decaduti, miti opachi di epoche e di varie nazioni». Insomma: i migliori frutti raccolti da Barba meritano di essere… letti, dalla prima all’ultima riga. Partendo dai 23 convocati. Portieri: Jan Jongbloed, Olanda (Mondiale di Germania 1974): il calcio totale (o il sesso?) spiegato a un ragazzo; Dino Zoff, Italia (Spagna 1982): tutta la vita in una parata; René Huguita (ma se vogliamo essere precisi e correggere un refusino dovrebbe essere José René Higuita Zapata), Colombia (Italia 1990): il loco a passeggio. Difensori: Roberto Mussi, Italia (Usa 1994): Io? In finale?; Giuseppe Bergomi, Italia (Spagna 1982): lo zio bambino; José Luis Cuciuffo, Argentina (Messico 1986): i giochi del destino; Paul Breitner, Germania (Germania 1974): il maoista cappellone; Obdulio Varela, Uruguay (Brasile 1950): pasta di capitano; Giacinto Facchetti, Italia (Messico 1970): il nostro Apollo; Fabio Grosso, Italia (Germania 2006): un tram che si chiama… rigore. Centrocampisti: Carlos Caetano Verri «Dunga», Brasile (Usa 1994): il cucciolo gigante; Marco Tardelli, Italia (Spagna 1982): semplicemente un urlo; Nobby Stiles, Inghilterra (Inghilterra 1966): uno brutto così…; Osvaldo Ardiles, Argentina (Argentina 1978): un ballerino nella follia; Roberto Falcao, Brasile (Spagna 1982): il divino; Fabio Capello, Italia (Germania 1974): un anno prima, peccato; Giancarlo Antognoni, Italia (Spagna 1982): il putto che guardava le stelle. Attaccanti: Manoel dos Santos «Garrincha», Brasile (Svezia 1958): l’allegria del popolo; Gianni Rivera, Italia (Messico 1970): il coraggio dell’abatino; Leopoldo Luque, Argentina (Argentina 1978): il suo sangue freddo e il sangue del fratello e il sangue di un popolo; Eduardo Goncalves de Andrade «Tostao», Brasile (Messico 1970): un tesoro, altro che monetina; Eusebio Da Silva Ferreira, Portogallo (Inghilterra 1966): la pantera africana; Pietro Anastasi, Italia (Germania 1974): il sorriso del terrone.

PELE’ E MARADONA — Il Mondiale, dice in pratica l’antropologo-cittì, è una festa, una fiera di vanità, di identità etniche, di scuole tecniche e parla della maniera di vivere e di pensare dei popoli. I campioni – che sono super partes, e universali – conquistano prime pagine e attenzioni, provocano ammirazione e devozione. Ma non tutti i giocatori che amiamo o che abbiamo amato sono necessariamente quelli più forti, più belli o più vincenti. E’ qui la filosofia su cui basa lo scritto di Barba, che del tutto matto non lo deve essere. Visto che precisa (anche): «Per le mie scelte potrei essere deriso, lo so. E allora vi dico che squadra avrei scelto assecondando un criterio semplicemente tecnico-tattico, scandita sempre con il ritmo di una volta: Buffon; Djalma Santos, Cabrini; Neeskens, Cannavaro, Beckenbauer; Cristiano Ronaldo (Messi); Di Stefano (Platini), Cruijff, Pelè, Maradona. Allenatore, tutta la vita, “zio Uccio” Bearzot». Più la certezza finale: «Ma con ognuna delle due (formazioni, ndr) sono sicuro che vincerei il Mondiale». Se vi pare matto, ditelo voi.

La 33esima squadra (il sogno del Mondiale con 23 giocatori da sogno), di Bruno Barba. Editrice effequ Orbetello. Pagine 108, € 7,00

Massimo Ciuchi, La gazzetta dello sport


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