Nel nome del Parco – Un anno sull’arcipelago di Mario Tozzi – Greenreport

Nel nome del Parco, del noto geologo e divulgatore televisivo Mario Tozzi, è uno di quei piccoli libri agili e densi che scatenano discussioni (soprattutto tra chi non li ha letti) perché mette in dubbio il paradigma economico della crescita infinita e denuncia il raggiungimento del limite di un modello di sviluppo, quello del turismo sempre più concentrato in una stagione sempre più breve, e di un uso del territorio che non tiene conto della finitezza delle risorse ambientali che il turismo offre e “vende”. Non a caso i sindaci e i politici elbani e i giornali in questi giorni hanno preferito estrapolare alcune battute (che fra l’altro non sono farina del sacco di Tozzi e che circolano all’Elba come boutade senza che nessuno fino ad ora si fosse offeso) per denunciare il delitto di lesa elbanità. Ma cosa ha scritto Tozzi per suscitare questo putiferio mediatico che è arrivato ad interessare perfino il nuovo assessore all’urbanistica della regione Toscana, Anna Marson, che nella sua precedente attività di urbanista non era certo stata tenera con il modello elbano, fatto (dati Istat censimento 2001) di 22.000 seconde case in un’Isola di 25.000 abitanti reali e 5.000 di comodo e con il più alto tasso di abusivismo edilizio e di sanatorie della Toscana?

Il libro dichiara subito le sue intenzioni: «Pochi posti del Mediterraneo sono così carichi di fascino come l’Arcipelago toscano e così a rischio di essere rovinati in nome di uno sviluppo che dovrebbe, invece, seguire altre vie. Questo libro è la storia dell’esperienza di Tozzi presidente del Parco, ma anche uno scorcio sulla storia dell’ambiente e della protezione della natura in Italia». Infatti, Tozzi prima critica gli elbani per la loro predisposizione a mettere sempre la loro isola al centro di tutto, a credere che sia l’ombelico del mondo, e poi, spinto da un evidente amore per un Arcipelago che è diventato la sua seconda Patria, fa lui stesso questa operazione: mette l’Elba al centro di tutto per discutere dei limiti delle risorse ambientali, di uno sviluppo che non li riconosce e di una mono-economia, quella turistica, che per un illusorio guadagno momentaneo rischia di “mangiarsi” il bene ed il capitale sulla quale si basa, l’ambiente e il paesaggio.

Cose dette e ridette in saggi e articoli da centinaia esperti di ambiente e turismo o messe in atto silenziosamente dai semplici turisti che abbandonano le località banalizzate e con l’anima e la storia soffocate dal cemento per cercarne altre con natura ed identità intatte. Cose che evidentemente si possono dire (e che quasi tutti riconoscono) a livello generale ma che diventano intollerabili se trasportate in una piccola comunità insulare con un grande turismo, dove di fronte alla evidente crisi da rattrappimento del modello e evidente l’incapacità degli 8 sindaci elbani di gestirla e di dargli uno sbocco innovativo di nuovo governo. Non a caso sui blog e nelle lettere ai giornali sono molti i turisti che amano l’Elba che danno ragione a Tozzi. Invece, i problemi sembrano incancrenirsi e rispecchiare la crisi italiana e mondiale, un preoccupante pensiero unico cementizio che all’Elba si trasforma troppo spesso non in autocritica ma nella ricerca di un “nemico” esterno (Regione, Provincia, Parco…) a cui affibbiare le colpe di scelte che non si sono volute e sapute fare, a cominciare dalla “gestione” delle risorse e dei rifiuti e della pianificazione urbanistica concertata, dell’incapacità di uscire da un cortocircuito turistimo-edilizia-rendita che ha prodotto un’enorme economia in nero (dati Apt) e che mostra tutti i suoi limiti negli scandali edilizi a ripetizione che hanno svelato negli ultimi anni l’esistenza di cricche politiche e criminali che operano all’Elba e delle quali oggi tutti sembrano essersi dimenticati.

Il libro di Tozzi irrompe in questo negozio di porcellane elbane in equilibrio su vecchi scaffali come un piccolo elefante ed ha il difetto e il pregio, nella sua agilità di pamphlet semplificatorio di denuncia e di viaggio quasi antropologico, di parlare di tutto questo facendo nomi e cognomi, citando le critiche degli elbani e degli isolani per confutarle, di attaccare le miopie della politica nazionale su parchi ed ambiente di indicare la luna di uno sviluppo urbanistico che ormai ha raggiunto il limite ed il rischio di tramutare l’Elba ancora splendida in un’isola cementificata come Ischia o Capri… la cosa incredibile è che alcuni sindaci elbani preferiscano guardare il dito delle battute di Tozzi per continuare a puntare proprio a quel modello, che dicano che all’Elba si è costruito troppo poco e che potrebbe avere 200.000 abitanti come Malta…

Il problema per Tozzi è che se queste cose gli elbani possono dirsele tra loro, magari litigandosi furiosamente, se le dice un “forestiero” diventano offensive. Un esempio è la battuta che tozzi riporta nel libro sull’Elba che potrebbe essere salvata da sé stessa solo deportando gli elbani in Montenegro (in realtà sarebbero i calmucchi) e i montentenegrini all’Elba, per poi far tornare gli elbani nella loro isola dopo che i montenegrini avessero rimesso a posto le cose, si tratta di un paradosso che circola fra le risate nell’Isola da qualche decina di anni, coniato per scherzo da un elbano doc, Umberto Mazzantini di Legambiente, e ripreso decine di volte da un altro elbano al 100%, il direttore di ElbaReport Sergio Rossi, eppure appena tozzi lo (ri)riferisce nel libro tutti si scandalizzano… Che poi a capeggiare le fila degli scandalizzati per Tozzi e il suo libro ci siano davvero dei “montenegrini”, esponenti di quel terzo di elbani che non sono nati all’Elba ma che all’Elba sono venuti spesso a fare affari e politica, magari sfoggiando gli ultimi deliranti slogan di “Elba Nazione” o “Elba provincia autonoma”, è un altro paradosso di un’isola dove “l’invasore” o chi “insegna agli altri come vivere” è sempre ben accetto purché si conformi al modello e non lo critichi, magari sbandierando la bandiera dell’elbanità offesa con accento milanese o fiorentino.

Tozzi invece denuncia la diffidenza verso il nuovo e il mondo, la malafede e l’ignoranza dei temi ambientali di una parte di elbani (e neo-elbani e italiani), facendo incazzare molti e ingigantendo code di paglia già grosse come quelle dei pavoni, ma nessuno sembra accorgersi che dietro la polemica c’è una genuina preoccupazione per quei sette gioielli che ancora sono le isole dell’Arcipelago Toscano e la sincera ammirazione per i molti isolani «di qualità e genio» che Tozzi dice di aver incontrato in questi tre anni nell’Arcipelago che il presidente-geologo paragona a quelli Emilio Lussu sull’altopiano: «Un’esperienza fondamentale di vita e la possibilità di imparare laddove sembrava ci fosse solo da insegnare».

greenreport.it

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