Siamo una squadra fortissimi!

{Il sogno del mondiale con 23 giocatori da sogno}
è il nuovo Saggio Pop di Bruno Barba

I Mondiali sono una festa. Di popolo, di squadre, di calciatori. Sono una fiera di vanità, di identità etniche, di scuole tecniche, e ci parlano della maniera di vivere e di pensare delle genti. Ancora, possono rappresentarsi come una mostra di preconcetti e di stereotipi. I campioni – che sono super-partes, e universali – conquistano prime pagine e attenzioni, provocano ammirazione e devozione e molto spesso, nei bambini soprattutto, suscitano un sentimento che secondo alcuni andrebbe rivolto altrove: l’amore, l’amore vero.

Ma non tutti i giocatori che amiamo o abbiamo amato, il “nostro” patrimonio di affetto, i “nostri” compagni, i “nostri” sogni, ecco, sono necessariamente quelli più forti, più belli, o più vincenti. Certo, ricorderemo per sempre vittorie, gol, e gesti esaltanti. Ma nella rétina e nella mente di chi ha passato notti insonni, marinato la scuola o preso ferie per non perdersi un corner, un rinvio o una punizione, per chi ha voluto godersi l’entrata in campo delle squadre – di tutte le squadre – e persino l’uscita dal campo dei calciatori – rimangono anche, o soprattutto, altri particolari. Piccoli dettagli che ci hanno reso la partita indimenticabile, quel giocatore amico, quel  momento cruciale.

Perché ogni istante della partita, di ogni partita, ci ha raccontato un momento della nostra vita. Che eccezionale selezionatore di memoria che è il calcio. Rivera segnava in Messico e i Beatles cantavano il loro tramonto – “Let it be” -, Cabrini e Rossi esplodevano in quella lontana Argentina e alla radio Venditti suonava “Sara, svegliati è primavera…”, e quando Zoff alzava orgoglioso quella coppa, Pertini era il nostro presidente e la Berté confessava: “Non sono una signora”. Particolari futili, dettagli, abbiamo detto, ma le vicende calcistiche mondiali possono anche collegarsi ai grandi eventi internazionali: alle guerre – del Vietnam, delle Malvinas, al “nostro” terrorismo -, alle dittature – di Brasile, e d’Argentina -, alle tragedie – le alluvioni, i terremoti, gli attentati. E poi i sorrisi, quanti sorrisi ci hanno regalato i Mondiali. Eh sì, e anche qualche pianto.

Ecco allora che i 23 giocatori che sono stati selezionati per questa trentatreesima squadra del Mondiale – giocatori da sogno, per una squadra da sogno – possono parlarci non soltanto di se stessi, ma raccontare un pezzo di storia, un frammento di memoria, un attimo infinito di eternità. Se no, sarebbero figurine sbiadite, e invece sono eroi, i “nostri” eroi. Perché sono, semplicemente, la “nostra” vita.

Bruno Barba è ricercatore di Antropologia all’Università di Genova. Si occupa da vent’anni di meticciati culturali e di sincretismi religiosi in Sudamerica. Oltre che di Brasile, è “malato” di calcio. Tra le sue pubblicazioni: “Il gioco dei Buzios” (Xenia, 1999), “Brasil meticcio” (il Segnalibro, 2004), “Bahia, la Roma negra di Jorge Amado” (Unicopli, 2004), “B.I. di Exu e Pombagira”, (apenas livros, 2006), “Un antropologo nel pallone” (Meltemi, 2007), “Rio de Janeiro, la poesia di Ipanema” (Unicopli, 2007), “Tutto è relativo. La prospettiva in Antropologia” (Seid, 2008), “La voce degli dei” (Cisu, Roma, 2010). In uscita per Unicopli,  “San Paolo, Lévi-Strauss, saudade tropicale”.

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