All’ombra di Caravaggio, di Susanna Cantore

All’ombra di Caravaggio – Nota dell’autrice

Attraversando la pineta di Feniglia, striscia sabbiosa tra il mare la laguna di Orbetello,  non molto distante da Porto Ercole, si può incontrare una piccola stele marmorea, sotto gli alberi, in una radura al crocicchio tra una strada sterrata principale e un sentiero che porta alla spiaggia. Si tratta di una figura dalla testa ricciuta e scompigliata, dall’aria di orgogliosa sofferenza. Non ci sono iscrizioni, ma è risaputo che quello è il luogo dove Caravaggio lasciò la sua vita travagliata, per trovare, si spera, un po’ di pace nell’aldilà.

Quando soffia lo scirocco in quel punto si sente il rumore delle onde, nel silenzio del bosco, e non è raro intravedere tra i cespugli più lontani le corna di qualche giovane daino curioso.

Non so se l’effetto sia stato ricercato con l’enigmatico aspetto della figura scolpita e con quella ambientazione particolare, ma in quel punto viene da interrogarsi: il mistero chiede spiegazione.

Per anni e anni sono passata da quel crocicchio per andare al mare (ho avuto la fortuna di nascere e vivere in questa zona bellissima) e sempre ho mandato un pensiero a quel grande pittore che già conoscevo fin da bambina proprio perché si diceva fosse morto qui, e che mi stupiva per la capacità di rendere vivo, anzi tangibile tutto ciò che rappresentava.

Quella era una stele in sua memoria, solo l’ipotetico luogo della sua morte, perché il suo corpo, ovviamente, non è lì: non è mai stato ritrovato.

Alla fine degli anni novanta insegnavo a Porto Ercole, esattamente nella vecchia sede della scuola, sul lungomare Caravaggio. In certe giornate invernali il mare si frangeva quasi vicino al portone. Mi piaceva far parte di una scuola che si intitolava a quel grande che avevo sempre ammirato e che un giorno (d’estate, quella volta) del 1610 dal mare era arrivato lì, chissà da dove, per mettere fine prematuramente ai suoi giorni. Mi piaceva pensare che in quel porto fossero arrivate con lui alcune delle sue tele, che qualche suo capolavoro fosse passato momentaneamente di lì per essere andato a finire chissà dove. Immaginavo il pittore assalito dalla febbre cercare di raggiungere a piedi la strada per Roma, dove lo attendeva, forse, il perdono papale che lui aveva tanto aspettato, e trascinandosi sfinito per qualche chilometro passare Cala Galera sovrastata dalle fortezze spagnole  dei Reali Presidi, giungere alla Feniglia, e sull’antica strada romana spingersi fino all’Aurelia da dove non sarebbe stato difficile raggiungere il confine con lo Stato Pontificio, poco più  a sud.

Devo ammettere che alcune di queste immagini  corrispondevano a quelle del famoso sceneggiato televisivo dove un perfetto Gian Maria Volontè cadeva esausto non già nella pineta, ma sul bagnasciuga, finendo lì i suoi giorni nelle vesti di Michelangelo Merisi.

Insomma, la morte di Caravaggio e l’inspiegabile assenza di notizie sulla sepoltura erano interrogativi di portata mondiale, che però, guarda caso, riguardavano la storia del  nostro territorio dove era approdato(forse accidentalmente) il fuggiasco. Erano interrogativi che nessuno probabilmente avrebbe più sciolto, visto che tutte le fonti erano state esaminate, tutti gli archivi setacciati in cerca di qualche parola chiarificatrice, ma nulla era emerso per secoli. Non avremmo mai saputo perché Caravaggio era arrivato qua, come veramente fosse morto e dove fosse stato sepolto.

Pensai di trovare qualche indizio più preciso sulla sua morte documentandomi accuratamente sulla vita. Una vita breve, costellata, come è noto, di intralci, miseria, invidie, prigionia, latitanza. Quello che stupiva maggiormente era il fatto che nonostante tutto Caravaggio fosse riuscito a lavorare e a produrre capolavori di una tale originalità per la sua epoca, da diventare il pittore più quotato d’Europa. E tutto questo portando una taglia sulla propria testa, che molti avrebbero tagliato volentieri per incassare il dovuto compenso. La sua arte provocatoria dava scandalo: la vita reale non poteva essere accettata  in un’epoca di formalismo e di maniera; il suo modo di vivere era detestato dagli artisti affermati, di moda, che lo vedevano sovvertire i canoni tradizionali e la prassi comune per far carriera; il suo individualismo lasciava interdetti coloro che si circondavano di allievi nelle scuole d’arte, e si vedevano surclassati da un pittore solitario, che riusciva più di tutti gli altri a catalizzare l’attenzione e l’ammirazione dei più giovani. Uno dei suoi detrattori, Giovanni Baglione, diventò suo biografo e riversò in poche pagine tutta l’ostilità nei confronti del rivale. All’ostilità personale di molti si aggiungeva poi l’ostilità delle istituzioni religiose che non trovavano nulla di edificante nelle sue opere, anzi, le giudicavano quasi tutte indecorose, troppo reali nei temi e nel loro trattamento; niente era idealizzato: la pelle era pelle, il sangue era sangue, la morte era morte. Caravaggio sfuggiva a ogni tipo di controllo ideologico. Poteva solo essere rifiutato per non esporre i suoi quadri alla vista del popolo.

Eppure il pittore assassino creava capolavori, e nella Roma di inizio Seicento nonostante tutto si era affermato a tal punto da diventare l’idolo assoluto dei giovani artisti che ne imitavano addirittura  lo stile di vita, perfino le abitudini e il modo di vestire. Aveva salvato la pelle grazie a potenti protettori nell’aristocrazia romana e mentre fuggiva da Roma a Napoli, da Malta alla Sicilia, gli era stata data da quelli anche la possibilità di lavorare e di disseminare sul suo tragitto opere memorabili. Caravaggio aveva dovuto difendersi da tutto e da tutti, e la sua personalità brusca glielo aveva permesso, seppure a caro prezzo. Mi chiedevo cosa mai avrebbe potuto creare se fosse vissuto solo poco di più dei suoi trentanove anni.

E  se nessun sicario, nessuna corte di giustizia e nessun cacciatore di taglie l’aveva avuta vinta su di lui, ci pensò, a Porto Ercole, la malaria. Due dispacci inviati da Roma alla corte di Urbino dieci giorni dopo la sua morte provavano che proprio di Porto Ercole si trattava, anzi, come si diceva fino a qualche tempo fa, di Port’Ercole.

Ma un uomo così, in un piccolo porto lontano da tutto e da tutti,  non poteva passare inosservato. Al suo arrivo tutti dovevano sapere chi era sceso da quella nave, e alla sua morte non poteva essere stato seppellito nella fossa comune.

I suoi biografi raccontano che  da Napoli stava tornando a Roma per ottenere il perdono papale e arrivato a Porto Ercole (perché a Nord di Roma se veniva da Napoli?) era stato arrestato per sbaglio e poi rilasciato solo dopo che la nave che lo portava era ripartita senza di lui. Ammalato di febbri maligne, si sarebbe allora spinto verso Roma come poteva, morendo però sulla via, cioè sulla spiaggia .

Un giorno venne fuori un documento. Una pagina ingiallita, proveniente dall’archivio parrocchiale, mai vista prima d’allora. Era l’atto di morte di “Michel Angelo da Caravaggio, dipintore” morto nel convento di Santa Maria Ausiliatrice, per malattia.

Si seppe in seguito che si trattava probabilmente di un falso, ma al momento quelle parole mi colpirono. Poteva essere una fine plausibile, certo meno romanzesca di quella ipotizzata nella Feniglia ( anche se all’epoca la pineta non c’era, ma solo sabbia e arbusti bassi). Caravaggio non sarebbe riuscito neppure a intraprendere il suo cammino verso la grazia papale, morendo come un uomo qualunque in una branda d’ospedale, in un piccolo paese quasi sconosciuto, o, nella migliore delle ipotesi,  poteva essere riuscito ad arrivare solo a una spiaggia molto più vicina di quella di Feniglia: quella interna al porto stesso, dove i marinai tiravano in secco le barche.

E il corpo? Se fosse stato ritrovato nel tombolo di Feniglia, pattugliato dai soldati spagnoli del forte FilippoII, lì sarebbe stato trasportato, e lì seppellito, in zona militare. Successive ristrutturazioni del forte ne avrebbero reso impossibile il ritrovamento…

Gli interrogativi sono sempre aperti, e ancora, a Porto Ercole,  qualcuno cerca tracce del DNA del Maestro negli ossari del seicento.

Mi capita spesso di pensare a quanto le donne siano in genere solo sfiorate dalla storia, a quante donne qualsiasi si siano trovate per caso sulla strada di altrettanti uomini famosi o ‘transitate’ nel bel mezzo di fatti importanti, senza neppure rendersene conto.

Sono poche le donne ricordate, e innumerevoli quelle dimenticate. Mi piaceva rendere un piccolo merito a tutte quelle che non hanno fatto la storia perché non hanno potuto, e che hanno accettato il loro ruolo di ‘ombre’, rispecchiandosi in qualche modo negli uomini casualmente incrociati nella loro vita, uomini che avevano avuto la possibilità di studiare o di agire. Liberamente.

Mi piaceva pensare che nei suoi ultimi giorni Caravaggio si fosse  trovato ad essere assistito da una donna di cui si è persa la memoria.

È nata così  la suora del convento di Santa Maria Ausiliatrice.

Susanna Cantore ha pubblicato per effequ due guide d’autore storico-naturalistiche (Orbetello, e Pianta del Parco Naturale della Maremma) e due racconti storici – “Annata 1859″, nella raccolta La musica del vino, e “I lumi della ragione”, nella raccolta La voce dei matti – ; e per Sansoni saggi sulla Storia del teatro.

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Comments
One Response to “All’ombra di Caravaggio, di Susanna Cantore”
  1. iveta ha detto:

    Gentile Sig.ra Cantore, Le consiglio vivimente di vedere il film di coproduzione slovacca- caca- ungherese ed inglese “”Bathory” di Juraj Jacubisco prodotto nell’anno 2008, laddove un’ ampia parte del film viene riservata alla presenza – importantissima nella vita di Caravaggio della contessa Erzshebeth Barthory, che è stata descritta come sua amante. Vista la mancanza di fonti che possono rieferire circa la vita trascorsa, del grande pittore, durante la prigionia, mi faccia sapere cosa ne pensa. A me il film mi è piaciuto moltissimo. La saluto cordialmente. Iveta Mikusovà

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