Intervista a Sabrina Zollo, al suo esordio “Con gli occhi di Amalia”

Cosa fa un uomo appena separato in cerca di un’abitazione? Ingoia amarezza e umiliazione, cerca di aggrapparsi al pensiero di quando rivedrà l’adorata figlia, e di arrangiarsi con quello che si può permettere per rendere meno squallidi i locali. Di certo, fra i suoi desideri, non c’è ritrovarsi un gatto ‘a pensione’, ospite fra le mura sottili dell’appartamento che prenderà in affitto…
Eppure, che meravigliosa storia ci racconta Sabrina Zollo, al suo esordio in: “Con gli occhi di Amalia”, per conto della casa Editrice EffeQu di Orbetello (160 pp., 9 €).
Protagonista silenziosa, a dirigere tutta la storia, è lei, Amalia, “una massa di pelo nero”, bisognosa di affetto e che gradirebbe poter uscire dal bagno dentro il quale è stata relegata alla morte della padrona, e su cui pende la mannaia di dover terminare la propria vita chiusa in una gabbia.
Poi c’è Carlo, un uomo che continua a ritenere che la propria figlia sia come tutti gli altri bambini, anche se con un alto deficit acustico e quasi cieca all’occhio sinistro. Perennemente in lotta con la scuola che ‘non segue’ Francesca e la emargina, alla fine anche il padre si ritrova a pensare d’aver sempre sbagliato ad intestardirsi sulle potenzialità della bambina, nonostante tanta abilità nei disegni, finché…
E c’è anche Beatrice, vecchia amica di Maria, la donna che aveva raccolto anni addietro la gatta Amalia abbandonata in un bosco in Piemonte, stremata, con un’unica gattina sopravvissuta alla cucciolata. Beatrice ha tre gatti in casa, uno più del consentito dal condominio, e si aggrappa a quel che vede: saprà quando dire che i volontari del gattile stanno per venire a prelevare Amalia…
Francesca è come la gatta Amalia: di lei sentiamo solo suoni, apparentemente indecifrabili. Ma il legame che si crea tra loro porta al ‘mistero svelato’ al fondo della storia.
Francesca è ‘diversa’ perché ha degli handicap; Amalia è ‘diversa’ perché è una gatta; Beatrice… oh, beh!, è una gattara, se non è ‘diversa’ lei… Carlo è ‘diverso’ perché combatte contro i pregiudizi delle istituzioni, perché ’spera’, perché non si ‘adagia’… e perché ritrova un po’ di serenità con le prime spazzolate ad Amalia.
Anche Giacomo è ‘diverso’, perché convive con Beatrice che ha superato i sessantacinque anni, e la vuole portare all’altare…
Alla fine vien da chiedersi chi siano i ‘veri’ sordi in questa storia: se coloro che hanno davvero problemi di udito, o coloro che non ascoltano i richiami del proprio cuore, quando le vicessitudini della vita ci invitano a riflettere. Come i colleghi di Carlo, a cui lui cerca inutilmente di spiegare chi è stata Amalia, ma si sente rispondere che “in fondo era solo una gatta…”.

D.: “Con gli occhi di Amalia” è il tuo primo libro: un racconto che investe molto sulla ‘magia’ dei felini… Ma non è né un libro semplice, né facile…

R.: No, non lo è, perché la vita non è mai semplice né facile. E “Con gli occhi di Amalia” non è altro che un racconto di vita, la storia di una famiglia come tante, di persone come tante. Vite semplici, come le nostre, con le loro difficoltà economiche, familiari, burocratiche. A volte sono solo avversità quotidiane, a volte veri e propri drammi familiari, da affrontare spesso con i pochi mezzi che si hanno a disposizione, cercando di andare avanti nonostante tutto e mettendo in campo ogni risorsa pur di difendere il lavoro, la casa o la famiglia. E soprattutto cercando di non arrendersi, sperando sempre in qualcosa di meglio. Si dice che il segreto per vivere felici sia  accontentarsi di ciò che si ha. È vero. È giusto. Ma è giusto anche lottare affinché le cose migliorino. Lottare per qualcosa in cui si crede o per qualcuno che si ama. Che poi si vinca o si perda ha un’importanza relativa. Ma una vita in cui non ci sia qualcosa o qualcuno per cui lottare, non ha molto senso.

D.: Carlo, il protagonista, è un papà separato. Francesca è la figlia di lui: ‘nasce’ fra le pagine del libro come ‘ritardata’, svelando un impatto con le istituzioni ‘micidiale’, che merita di essere raccontato come hai fatto tu, così, con tanta naturalezza. Come nasce questo interesse?

R.: Sebbene io non abbia grande esperienza diretta o indiretta con i bambini disabili, il personaggio di Francesca, che a causa di problemi durante il parto riporta gravi danni, non nasce casualmente. L’idea alla base del libro riguarda la comunicazione, in tutte le sue forme, sia tra esseri umani che tra umani e animali, in questo caso gatti. Per questo, per parlare di comunicazione, avevo bisogno di un personaggio che non potesse comunicare. O meglio che non potesse farlo in maniera convenzionale. Così è nata Francesca, sordomuta e con gravi difficoltà di apprendimento. Un personaggio difficile da gestire, sempre sul filo di lana, sempre con il rischio di farla apparire troppo “strappalacrime”, o poco realistica. Credo alla fine di essere riuscita a creare un personaggio ben bilanciato, convincente. Me lo confermano i lettori, sia quelli che incontro personalmente che quelli  che mi contattano su facebook. Mi parlano di Francesca, a volte mi dicono che gli ricorda qualcuno, un bambino o una bambina, che conoscono nella vita reale. Oppure io chiedo loro di descrivermela, di descriverla fisicamente, così come l’hanno immaginata, e loro lo fanno, mi parlano dei capelli, la lunghezza, il colore, mi dicono il colore degli occhi o l’espressione del viso o come è vestita. Di tutto questo nel libro non se ne fa il minimo accenno, eppure loro l’hanno immaginata in ogni dettaglio. Ogni lettore ha quindi creato la “sua” Francesca, è nata e cresciuta nella sua mente come una bambina reale. E questa è per me una soddisfazione enorme.

D.: Beatrice, co-protagonista della storia, conosce parecchi aneddoti sul popolo a quattro zampe che vivono presso amici o fatti che le sono stati raccontati. Sembra un po’ “pazza”. Ma lo è realmente?

R.: Credo sia impossibile anche solo tentare di definire il concetto di normalità o pazzia senza inciampare in pregiudizi o bigotti moralismi.
Normale è ciò che siamo, ciò che la nostra natura ci porta a fare, ad essere, ed è per questo che per alcune persone certe cose sono “normali” e per altre no. Ognuno – nell’ambito della legalità e del buon vivere civile – ha i propri margini di normalità più o meno elastici. In realtà più che di normalità molto spesso sarebbe più corretto parlare di generalità. La stragrande maggioranza della popolazione non è audiolesa come Francesca, non parla con le rose come Beatrice, non vive con dieci gatti in casa come me. Ma questa in realtà non è normalità, ma solo generalità.

Quindi Beatrice è davvero un po’ pazza?

Per qualcuno sicuramente lo è: una vecchia suonata, che parla con le rose, che racconta strane storie su gatti “magici”, che spende parte della sua piccola pensione per dar da mangiare ai randagi. Ma mi chiedo, chi potrebbero essere i “pazzi” per Beatrice? Probabilmente coloro che con gli stessi soldi che lei spende per curare i randagi comprano un abito che tra tre mesi sarà passato di moda. O coloro che non solo non riescono a parlare con le rose, ma neanche con i propri figli o  fratelli. O ancora, i pazzi per Beatrice potrebbero essere coloro che non si rendono conto che ci sono mille modi diversi di vedere le cose, e che se ogni tanto provassimo semplicemente a cambiare il nostro punto di vista, magari anche solo a guardare alla nostra esistenza con gli occhi magici di un gatto, tutto potrebbe essere molto più semplice.

D.: Nel tuo negozio di articoli per animali, a Genova, quante ‘gattare’ verranno a farti visita! E quanti ricordi avrai anche tu da ‘distribuire’ ai clienti, come romana di nascita, con le mitiche immagini delle colonie feline di Torre Argentina o dei gatti del Colosseo…

R.: Se parliamo di Roma mi viene subito nostalgia. Non sono mai riuscita a staccarmi del tutto dalla mia città natale, dall’atmosfera, dalle persone, dalla storia e dalla bellezza che ci si respira. E’ vero quello che dicono in molti: che se vieni da Roma, non puoi trovare altrettanto bello alcun posto al mondo. E questo nonostante Genova sia Genova, la Superba, città con mille difetti e contraddizioni, ma, come diceva Petrarca, “cui solo aspetto la indica Signora del Mare”. Ma in una cosa sono stata particolarmente fortunata: sono passata da una città dei gatti a un’altra. Da una città di colonie feline a un’altra. Perché la sensibilità e l’amore della maggior parte dei genovesi nei confronti degli animali è rinomata.  Nel mio quartiere, Sestri Ponente, ci sono una ventina di colonie feline, gestite da gattare e gattari. Credo di conoscere ormai tutte le gattare di Sestri, donne – ma devo dire anche qualche uomo – che ammiro infinitamente per il loro impegno fisico ed economico nella cura dei randagi.
E con loro, ma anche con tutti i clienti gattofili e cinofili, passiamo molto tempo a parlare dei gatti e dei cani nostri compagni di vita, a raccontarci storie, piccole avventure e aneddoti. Questa è di sicuro la parte più bella, più divertente, a volte, quando l’inevitabile accade, anche triste del mio lavoro.
Genova è inoltre la città di uno dei canili migliori d’Italia, il canile di Monte Contessa, sulle alture di Sestri. Una struttura che ospita alcune centinaia di cani e gatti abbandonati o recuperati da situazioni di maltrattamenti e violenza, in cui operano decine e decine di volontari che dedicano il loro tempo libero a questi animali. Queste persone sono a mio avviso veri e propri angeli, perché quello che fanno, aiutare, far passeggiare, curare, guardare negli occhi i cani e i gatti che hanno subito spesso crudeltà terribili, è qualcosa che strazia l’anima, che non ti fa dormire la notte, che ti costringe a rassegnarti all’idea che nella realtà i buoni vincono raramente, e molto spesso il dolore, la cattiveria, la miseria umana non ha semplicemente un senso.
Per questo ho scelto di devolvere la metà dei diritti d’autore al Canile di Monte Contessa. Perché per quanto sia tra i migliori d’Italia, un canile è sempre un canile, fatto di gabbie, recinti, e tanta sofferenza. E se qualche cane o un gatto potranno stare un po’ meglio grazie al mio libro, se potranno avere delle coperte calde in più, o dei medicinali di cui hanno bisogno, allora, comunque vada, sarà il mio piccolo successo.

D.: Il prossimo tuo progetto letterario? So che non ti fermerai qui…

R.: Spero proprio di no, spero di poter continuare a percorrere a lungo questa strada. Anche se non avevo mai avuto il coraggio di mettermi in gioco e spedire i miei scritti alle case editrici, ora sono contentissima di averlo fatto. E ringrazio la casa editrice EffeQu che ha voluto credere in me e nel mio romanzo.
Al momento sto lavorando per terminare due progetti, un altro romanzo che ha per protagonista un gatto, e una storia diversa, la classica storia che ogni scrittore ha chiusa nel cassetto, o meglio, in una cartella nel pc. Preferisco non rivelare molto per scaramanzia, ma spero che per il prossimo anno si potrà parlare dell’uscita del mio secondo libro.
Intanto, invito tutti il 15 maggio, alle ore 17, alla libreria Mastro Libraio, via Gioacchino Rossini 48, a Rivarolo (Ge), dove ci sarà un incontro-presentazione per: “Con gli occhi di Amalia”.

Laura Sergi, Savona & Ponente

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