Le intenzioni di Cecilia…

Come forse qualcuno avrà notato è già da un po’ di tempo che qui, sul nostro sito, è apparsa una sezione di Poesia in cui, oltre ad alcuni pezzi prevalentemente dialettali, vengono raccolte e proposte poesie novecentesche di area americana, le cui traduzioni sono a firma – e questo l’avranno visto solo i più attenti per davvero – sempre della stessa ragazza: Cecilia Piantanida. Cecilia mi mandava le poesie e io le postavo, più o meno finiva lì, erano belle, niente da ridire… ma, mi chiedevo, ci sarà un disegno, un percorso, un filo rosso che lega le poesie scelte dalla mia amica? Lei era restia a rispondere fino a che ieri, in coda a un giro di mail, un piccolo manifestino se l’è lasciato scappare, e allora colgo l’occasione e lo copio qui:

Ringrazio il sito di Effequ per avermi messo a disposizione questo spazio (matti…). Uno spazio in cui vorrei richiamare l’attenzione su certa poesia spesso ignorata in Italia; quella poesia americana che ha lasciato una traccia da qualche altra parte nel mondo, o la lascerà – perché magari non tutti lo sanno.

Poi, visto che me lo si chiede, volevo dire anche che un percorso in un certo senso c’è. All’inizio ho cominciato a proporre alcune poesie “da passerella”: un mostro sacro del Modernismo, un premio Nobel, un Pulitzer. Dopo qualche tempo ho pensato fosse ora di sottolineare che anche gli Yankees del genere un po’ meno patinato due robine le sanno scrivere. Da lì, ho azzardato inoltrarmi per una strada un po’ meno battuta (tipo Moss).
Le poesie che scelgo e infliggo al prossimo sono legate da un sottile filo conduttore: dialogano deliberatamente tra loro e con la tradizione. Un po’ perché le singole poesie, di solito, giocano con immagini molto concrete: sono visibili; cantano alla gente, ma amano il silenzio… Belle lapidarie e nitide, à la Saffo. Un po’ perché tutti i poeti considerati hanno in testa, chi più chi meno, il pallino del frammento classico e della mitopoiesi. E un po’ perché la fissa della tradizione classica ce l’ho pure io… sublime fenomeno di rinascita, la tradizione.
Per lo più, continuerò a seguire questo labile filo d’Arianna fra i meandri della poesia americana, e magari oltre. Altre volte invece, mi capiterà (e ooh, se capiterà) di mandare delle cose in cui mi sono imbattuta per caso, che sono sempre le migliori, ovviamente.
Il percorso che voglio fare qui, in sostanza, è quello di una ri-scoperta di carattere un po’ reverenziale, ma neanche tanto. La riscoperta di una poesia umile che abbassa la cresta, disarmata dal peso di una tradizione non sua; che della tradizione ne fa una madre adottiva, facendosi a volte baciare, a volte prendere a schiaffi — una poesia con la speranza ultima di lasciare una traccia. Una traccia salvifica.
Sì, direi di sì, una traccia. Perché, secondo me, alla fine ha poi ragione Ezra Pound quando dice che:

nothing matters but the quality
of the affection –
in the end — that has carved the trace in the mind
dove sta memoria.

(Canto 76, p. 457)

Ecco, l’ho detto. Grazie mille e a presto.

Cecilia Piantanida

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