Le morti di Salinger

La morte a 91 anni del leggendario narratore americano – l’irraggiungibile J.D. Salinger – l’autore del Giovane Holden, dei bellissimi racconti, della saga della famiglia Glass – quella di Franny e Zoey – lo scrittore divenuto mitico proprio per aver deciso di sparire dalla vita pubblica al culmine della sua celebrità, e per essersi quindi ritirato a vita privata nelle sperdute lande di Cornish (dove si narra abbia continuato a scrivere privatamente moltissimo) – la sua morte dicevamo, per certi versi epifanica (vi è sempre del mistero che alimenta il trapasso dei miti), ha cominciato incredibilmente a far germogliare i primi frutti narrativi. Vi sono due racconti (se è lecito chiamarli così) nei quali ci siamo imbattuti nei giorni scorsi, entrambi ispirati al trapasso del narratore, sono pezzi notevoli tratti da due blog che vale la pena seguire. Ne copiamo qui sotto un breve estratto per ciascuno, invitandovi, se lo vorrete, ad approfondire le curiose letture nei luoghi dove sono apparse.

dal Grande Roe, di dave:

La morte di Salinger – Precensione


Con la bocca impastata di tabacco e gli occhi rossi per la prolungata veglia, il vecchio è seduto da 56 ore davanti allo schermo luminoso, dove rimbalzano alternativamente i tweet dei suoi contatti sparsi per il mondo, i pop-up di skype che annunciano decine di nuovi messaggi di chat, i feed dei centoventidue blog a cui è abbonato e di cui non si perde un aggiornamento.
L’esperimento è cominciato da anni, ormai, e si può dire che la faccenda gli sia sfuggita un po’ di mano. Da quella mezz’oretta iniziale, il tempo trascorso davanti al computer si è dilatato come una nuvola di gas, arrivando a occupare spazi prima riservati a riti quotidiani assai più antichi. Il tè, la lettura dello sport e dei fumetti sul Times, la passeggiata notturna: tutto prosciugato, sgonfiato, inglobato dalla marea montante del web 2.0. […]

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dalla Collana della Regina, di ludmilla:

Ultimo giorno dell’ultima licenza

Essere a Cornish, nello studio di J.D. Salinger, fa un po’ lo stesso effetto di toccarsi nella sagrestia di una chiesa.

Siamo qui su invito di Phyllis Westberg, l’agente, Marcia B. Paul, l’avvocato, e Matt, il figlio. Io, in realtà, ci sono per sbaglio. Tornavo a casa dopo essere stata alla presentazione dell’iPad quando il mio aereo è stato fatto atterrare nel New Hampshire causa allarme-bomba [ma era solo un calabrese che non riusciva ad abbottonarsi i pantaloni]. Chiedendo informazioni per l’Holiday Inn più vicino sono finita in quello in cui alloggiavano gli emissari del maggiore gruppo editoriale italiano, che quando hanno visto che me la cavavo bene con l’inglese mi hanno chiesto di accompagnarli. “Ma tanto a gesti ci saremmo fatti capire lo stesso”, hanno sottolineato. […]

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