Scrittura ed eterno presente

Questa notte è stata una di quelle notti in cui il letto mi ballava, sotto. Mare mosso involontario. Da qualche anno bevo solo – meglio: cerco di bere solo – vodka, perché m’han spiegato che è “bianca”, appunto. Il giorno dopo non c’hai i soliti problemi di stomaco e di testa che dà l’alcol, sei grossomodo normale. Il giorno dopo ti svegli e puoi lavorare, scrivere, leggere. Da qualche giorno leggo e rileggo questa cosa qui: collettivomensa ascolta Moresco. La cosa bella è che io ero lì, ho visto Antonio Moresco seduto per terra, davanti al Teatro della Pergola, e i due del collettivomensa a girargli intorno, a domandargli, a fotografarlo. Leggo: «Oggi sembra che chi è visibile è un essere umano, chi non è visibile non esiste. Come se fosse una non persona, non è così». Ecco: lo status. La patente. La carta d’identità. Molti stampatori a pagamento vendono questo, vendono una parola, un motivo di boria. Vendono una figura retorica, una perifrasi che suona, più o meno, così: ho scritto un libro. E che sta per: io sono uno scrittore.

Cerco nell’intervista a Moresco qualcosa che suoni simile a “io sono uno scrittore”, oppure “uno scrittore deve” e giù l’elenco preformattato dell’impegno, degli intendimenti dello scrittore. Tutto quello che trovo è: «Ho sessantun anni, ho il mio pubblico, pubblico con editori grossi eccetera, ma non è che mi percepisca come uno scrittore di punta, visto che faccio la vita che facevo prima, ricevo un numero molto ridotto di telefonate, la mia cassetta delle lettere è sempre vuota. Non è come se non fosse successo niente, per carità, perché qualcosina è successa in questi anni, riesco a pubblicare libri che prima non riuscivo a pubblicare, ma mi sento come uno che deve ancora camminare. Vorrei fare di più, dare di più». Strano, no? Leggo di continuo scrittori che dispensano consigli di scrittura, che scrivono o pronunciano la parola ‘scrittore’. Che evidenziano la loro necessità di essere riconosciuti, vantando – di continuo – lo status che avrebbero raggiunto. Flaiano diceva: «Un buon scrittore non precisa mai». E invece, il media espanso – dalle rare porzioni di tivì, fino al web “letterario” – è pieno di precisazioni, di dichiarazioni d’intenti, di spiegazioni.

Quest’ansia diffusa di essere pubblicati è strana, sì. Ma in realtà sono i tempi – il nostro tempo – a essere strani. Guy Debord, nei Commentari a La società dello spettacolo, parla di «eterno presente»: siamo dentro una società ammalata di attualità, nella quale «l’importante si fa riconoscere socialmente come ciò che è istantaneo e lo sarà ancora nell’istante successivo, altro e identico, e che sarà sostituito da un’altra importanza istantanea». Per tornare agli scrittori: le librerie devono essere sempre piene di libri, e di libri sempre diversi. L’eterno presente reclama sempre più libri, e libri che siano sostituibili. Che scompaiano dolcemente. Come la vodka che ho bevuto ieri. Ma ci servono tutti questi libri?

Chi scrive – a prescindere dal dannato status – dovrebbe, invece, sfidarlo, l’eterno presente. Confliggere col non-importante istantaneo. Chi scrive dovrebbe riuscire a guardare oltre, immaginare un tempo che non sia circolare. Dovrebbe, sì. Credo sia questo che intende Moresco quando dice: «Tutti quelli che partono subito coptati, lanciati, non è detto che siano i migliori. Anzi, quello che trova un’immediata accettazione, non fa attrito, entra in un circuito commerciale come un dejà vu e quindi viene imposto al pubblico, e da esso riconosciuto e accettato a prescindere. E perde inevitabilmente di contenuti». E questo, l’essere riconosciuti, si riferisce a un numero piccolissimo di libri e autori – di “successo”. Per tutti gli altri è solo un istante, l’attimo breve del primo sguardo alla copertina del primo libro stampato, l’euforia inutile che dura nulla, che termina quando diventa evidente che di quel libro non c’è già più traccia, perché cooptato dai tempi, dalle pretese energiche dell’attualità. Dell’attuale. E quest’oblio istantaneo, alla fine dei conti, non è dissimile dalla sensazione di non compiutezza che dà un libro che rimane nel cassetto, giudicato non pubblicabile. Ma pubblicabile non può essere l’unico punto di vista col quale riferirsi a una scrittura.

Ultimissima cosa: la vodka, in realtà, non è poi così “bianca”. La testa – il giorno dopo – si fa leggera leggera, e tutto diventa un po’ ovattato, e stranamente lento.

Enrico Piscitelli

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