Flick e Flack

Flick e Flack è un racconto di Lorenza Ghinelli tratto dalla raccolta Matrimoni.

Per semplificazione li chiameremo Flick e Flack.

Flick è maschio. Flack è femmina. Lei fa un lavoro creativo. Lui fa quell’altro. Belli, entrambi. Lei di più; intelligente anche, molto. Anche lui. Ma lei di più. Intenso feeling intellettuale e spirituale.

RIIIIIIIIING!

– Vai tu?

– Sono sotto la doccia!

– Naturale. Vado io.

Il tono con cui pronunciò quelle tre parole ebbe la consistenza di un respiro. Un sibilo soffiato fra i denti.

– Se è…

– … tua mamma non ci sei.

– …

Alice mise a icona la pagina word, scollò il sedere dalla sedia ergonomica rosso fuoco, attraversò scalza il corridoio, sollevò la cornetta.

– Sì? Ah, salve signora, bene… lei? Abbastanza eh?

Cazzo, ma tutte le volte che le chiedi come sta ti risponde ABBASTANZA?! Ma abbastanza che?! Abbastanza al dente?! Abbastanza morta?!

– Come dice? Ah, no, è che c’è la linea disturbata… lei sente bene? Mi fa piacere… suo figlio? Suo figlio…

Comparve in piedi sulla porta, avvolto nel suo accappatoio arancione.

– … è sotto la doccia.

Giacomo sgocciolava sulle piastrelle. Alice lo carbonizzò con lo sguardo. Lui si passò la lingua sulle labbra, in un gesto inequivocabilmente erotico. Volontario. Le estorse un sorriso.

– Facciamo che la faccio richiamare appena torna… sì, anche lei, mi raccomando… a presto, sì.

E chiuse la cornetta.

– Come sta?

– ABBASTANZA.

– Immaginavo.

– Sgoccioli.

– Dopo asciugo.

– Potresti farlo adesso.

– Dopo asciugo.

– Biancaneve sotto i nani.

– Dopo asciugo.

– Perfetto, volevo verificare la gravità della sindrome autistica.

– È che prima volevo tagliarmi una fettina di…

Il caustico gioco del ribattersi verbale si spezzò all’improvviso. Giacomo si era fatto prendere la mano. Si era scordato.

– Di? Di che?

– Di niente.

– Di salame no, ne abbiamo parlato…

– Una fettina…

Alice tracimava insofferenza. Ne avevano parlato.

– Fai come ti pare. Vado al computer.

– Dai, aspetta, vieni qui.

Soprattutto Alice detestava il comportamento capricornico di Giacomo. Mai uno scontro aperto. Lui cercava sempre di mettere una pezza e ora le si parava davanti sbarrandole la strada. Si guardarono da universi lontanissimi. Nella testa di Alice l’atmosfera era prossima a una scena da saloon; un secondo prima di uno scontro a fuoco. In quella di Giacomo campeggiava più una musica in stile Momenti di gloria. Le premesse erano pessime. Anche perché Giacomo continuava a sorriderle. Come se stessero litigando per una cazzata. Come se volesse RICORDARLE che litigavano per una cazzata. Come se non esistesse un sottotesto. Alice tentò uno sfondamento. Giacomo non si spostava. Alice tentò uno scatto. E ancora uno sfondamento. Le grandi mani di lui, appena ruvide, la pararono e la strinsero. Intuirono la morbidezza sotto la maglia del pigiama. Alice provò a divincolarsi. Scalciò; ma aveva intuito la consapevolezza di quelle mani. E anche se non era sua intenzione, iniziò a eccitarsi. Ogni suo movimento diveniva meno brusco e più fluente. Morbido. Sensuale. Era la prassi. Sbalzi d’umore devastanti. Vampate improvvise. Schizofrenia di coppia. Alice lavorava ancora per tenerlo lontano, ma senza troppa convinzione; le sue mani lo spingevano, gli afferravano i capelli tirandogli appena indietro la testa. E lui gliele morse, quelle mani. Mentre lei le ritirò ridendo lui la morse ancora. Al seno. Senza violenza. Con desiderio. Stavano andando bene.

Le gambe di Alice smisero definitivamente di scalciare. Si avvilupparono ai suoi fianchi. Strinsero. Dilatarono. Alice cercò i suoi occhi. Li trovò. Di un verde acceso, impudico. Vorace. Inchiodati ai suoi. Poi gli cercò le labbra, gliele annusò. Prese a leccarle. Volle la bocca intera. Giacomo si lasciò baciare. Quei baci se li sentiva scendere. Deflagrare. Sentiva il suo sesso rispondere. Prepotente. Poi si slacciò dall’abbraccio.

– Sono forti i tuoi baci.

Si slacciò dall’abbraccio e sparì in cucina. Stavano andando alle solite. La sensazione che si faceva strada in Alice era quella del freddo. Quella di mani bollenti sprofondate nella neve. Una sensazione di dolore. Mentale. Ma anche un po’ più in basso. Dentro le costole. Non avrebbe usato la parola cuore. La parola cuore le repelleva. Avrebbe usato la parola dentro. Dolore dentro. Poi ancora più in fondo avrebbe usato la parola vuoto. Non chiese niente. Il corridoio era libero. Quasi asettico. Spalancato. Alice raggiunse la sedia rosso fuoco e mise la pagina word a tutto schermo. Sublimare, si ripeteva. Sublimare.

Ho detto che Flick è maschio e Flack è femmina. Insieme da tre anni, sposati da due. Lui ne ha trenta lei ventisei.

– Alice?

La voce proveniva dalla cucina. Aveva parlato masticando. Il suo nome pronunciato dalle sue labbra aveva l’invisibile fragranza mentale di un insaccato schiacciato fra i molari. Triturato. Aveva parlato come se niente fosse. Con indifferenza. Aveva parlato ELUDENDO.

– Alice? Cosa vuoi mangiare stasera?

Moto di stizza. Pollice e indice a massaggiare la fronte.

– Quello che c’è in frigo, Giacomo.

– Ma non c’è niente.

– Faremo spaghetti aglio e olio, ok?

– Ok.

Le dita si riassestarono sulla tastiera, pronte a colludere i tasti.

– Cosa scrivi?

Questa volta la voce era vicina. Alice balzò in piedi coprendo lo schermo.

– Niente.

Giacomo sorrideva ancora.

– Come niente, dai, fammi vedere. È per il premio Colsalvatico, vero?

– No.

Sì. Premio Colsalvatico. Racconti comici di massimo quattro cartelle. Trenta righe per sessanta battute. Qualcosa le diceva che Giacomo avrebbe riso poco. Qualcosa le diceva che no era la risposta più rispettosa.

Giacomo le cinse la vita; Alice avvertiva l’insicurezza di quella stretta che pure restava forte. Desiderabile. Appoggiò la testa, con tutta la delicatezza di cui era capace, sul suo petto, lasciando che il viso affondasse dentro l’accappatoio. La pelle esalava ancora penetranti effluvi allo zenzero. Caldi. Dischiuse le labbra. Voleva sentirne il sapore. Poi intuì: intuì che Giacomo viaggiava su altre rotte, sentiva il suo sguardo gravitarle proprio dietro… per la precisione gravitava sul computer. Un sonoro vaffanculo campeggiò nella sua testa.

– Posso leggerlo? È comico, vero?

– Prima lo finisco e poi te lo passo. Ok?

– Ok.

Alice cercò sul petto di Giacomo, per una manciata di secondi, le precise coordinate su cui si era interrotta. Poi semplicemente lasciò perdere. Preferì cercargli gli occhi. Fu allora che Giacomo si rese conto della fatica che gli costava mantenere quel sorriso idiota appiccicato alla faccia. Qualcosa gli disse che era meglio smettere. Qualcosa gli disse che era più rispettoso. Alice era occhi giudici. Attenti. Penetranti. Troppo. Si sentì alle corde. Tentò un montante.

– Non sto fuggendo.

Silenzio. Tollerabile. Pensò di essere stato convincente. Azzardò un secondo montante.

– Non ti rifiuto.

Silenzio. Silenzio e basta. Primo e secondo montante schivati. Alice prese la parola. E gliela scaraventò addosso.

– Vado a mettere su l’acqua.

Giacomo si girò e se ne uscì: knock out.

Nella stanza, in sembianze di un poltergeist non richiesto, continuava ad aleggiare indisturbata una nota appena più fredda di bagnoschiuma allo zenzero. Quell’odore che fino a poco prima l’aveva eccitata ora le risultava nauseante. Devo comprare quello al sandalo, fu il pensiero di Alice; troppo veloce per essere registrato.

Si riassestò sulla sedia rosso fuoco. Sublimare. Si ripeteva. Le dita iniziarono a ballare la rumba:

Lei ha l’ormone assassino, il temperamento di un amazzone indomita, la vocazione faunesca all’amore selvatico, all’accoppiamento selvaggio, alla copula alla Tetris, all’azione alla Matrix; romagnola purosangue kamasutra e tagliatella. Non è maliziosa, non è volgare. Ma ha qualcosa di peggio: l’irrimediabile fottuto vizio di essere fedele. Niente di etico, né tanto meno di religioso. Se siete soggetti alla gastrite lo siete. Punto. Flack è soggetta alla fedeltà. Tuttavia sente che è una cosa che può essere risolta, ci si può lavorare su, insomma. In ogni caso, questo vizio della fedeltà, viene da lei percepito come una piaga: una vera e propria piaga d’Egitto: l’undicesima. Sì, perché le piaghe d’Egitto sono undici. Non sette. La Verità le fu svelata giocando a Trivial Pursuit

Oltretutto: lui è raffinato. Amante attento e delicato. Molto delicato. Delicatissimo. Quasi non si sente. Non per incapacità. Peggio: per una perversione socialculturalepostfascista che porta l’uomo a elevare a Madonna (non la cantante, quell’altra) la propria amata, riservando le fantasie più turpi e arrapanti magari proprio alla Madonna stessa (la cantante, non quell’altra) o, perché no, a una fascia di rispettabilissime professioniste che svolgono un’importante funzione vicaria di sostegno psicosociale nonché di mediazione culturale: le puttane.

FLACK si chiede: ma quale cataclisma ha spazzato via la fiorente civiltà celtica? Che ne è della tanto amata poliandria? Certo, in alcune zone dell’India dove la poliandria era una prassi, come da noi l’aspirina per il mal di testa, le donne cucinavano un po’ per tutti, ma va be’. Andiamo. Buttare giù mezzo chilo in più o mezzo chilo in meno di spaghetti non farà mica ’sta differenza.

Ma sull’argomento Flick non ama il dibattito. Si serra nella sua virile mascolinità, per nulla intaccata dalla moda finocchia che impera, con lo sguardo perso sulle dune della Parigi Dakart.

Flick di romagnolo sta mettendo su solo la esse. Un curioso miscuglio di sangue gli turbina nelle arterie. La schizofrenia gli si annida nelle radici. Cresciuto nella siberiana ed etilica Valle d’Aosta ha innegabili origini campane. Alterna emozioni calde e fredde, bufala e fontina, slanci e sbarramenti con la stessa velocità con cui ti arriva una fattura. Nella Sacra terra di Romagna auspicava una conciliazione. Gli capitò Flack.

Si prese una pausa. Rilesse le ultime righe e abbozzò un sorriso. L’unica cosa che importava era che ora andava meglio. Sentiva il fuoco scivolarle via dalle gambe, estinguersi. Rarefarsi. La mente bruciava un po’ di meno, ora. Ora poteva riflettere. Decise che si sarebbe alzata, che avrebbe rimediato qualcosa che poteva assomigliare a un sugo alla carbonara. Nel frigo restavano due uova scadute da appena un giorno e un tocco di pancetta. Era un classico che la domenica il frigo languisse. Spense il computer.

Fecero fuori mezzo chilo di spaghetti numero12 della De Cecco. Mangiarono veloci. Parlarono di niente. Praticamente non parlarono. La tentazione di una rissa verbale era forte per entrambi. Astenersi era impegnativo. Doloroso. Erano veri e propri tossici della rissa verbale. Non c’era molto altro da aggiungere. Cercavano solo di non aggravare la situazione. Quando infine i piatti furono spazzolati ad arte, non restò che guardarsi negli occhi.

– Io faccio fatica, Giacomo. Più che altro vorrei capire.

– Io non ti rifiuto.

– …

– Dico davvero, figurati se ti rifiuto.

Sentivano la rota. Irresistibile. Era il classico momento critico in cui potevano scegliere se tirarsi addosso vagonate interstellari di merda, compresa quella stagionata e già archiviata negli armadi della memoria, o se invece tentare un incontro; sampietrino dopo sampietrino fino a comporre una strada, per quanto dissestata, su cui continuare. Giacomo decise di insistere.

Quello era proprio un punto importante. Anzi. Era IL punto.

– Non ti ho mai rifiutata. È che è proprio una cosa istintiva. Tu mi chiedi di lasciarmi andare fino in fondo. Sempre. Io ho bisogno di sentirmi pronto.

– Ma lo eri…

– Non dico fisicamente. Non è che se mi tira il cazzo allora è tutto ok.

La strada era decisamente dissestata. E questo era un caspita di momento critico. Le vagonate interstellari si apprestavano a scagliarsi nello spazio. Alice si alzò di scatto e agguantò una birra dal frigo. Scardinò il tappo. Beve a canna.

– Parliamo di tutto. Giacomo. Di ogni fottuta fantasia. E credimi che fottuta è la parola giusta. Capisco se mi dici che la tua collega ti eccita. E non ti dico che per questo sei l’uomo più banale del pianeta. Perché non lo penso. Anche se ci vai molto vicino. Capisco se ci sono tre o quattro ragazze al bar che ti arrapano decisamente. Capisco se ti cadono gli occhi sui culi per la strada. Capisco se mi dici che sei curioso di andare con quei tuoi simpatici amici del cazzo a vedere com’è quel fantastico night club che Pietro ha aperto scoprendo una vocazione nella vita…

Prese fiato. Le vagonate procedevano verso la rotta di collisione praticamente sfondando la barriera del suono.

– Io le capisco queste cose. Non sono stupida. Non sei mio. Mi piacerebbe. Ma non sei mio. Siamo liberi di scegliere. Anche io ho fantasie sessuali con altri uomini. Praticamente sempre. SEMPRE. Ok? Poi di fatto SCELGO di fare sesso solo con te. Tu mi dici che è la stessa cosa anche per te. Perfetto allora! E invece no! Ma proprio per niente! E sai perché? Lo sai?

– Eh.

– Perché ti fai problemi a scoparmi come desideri solo perché sono tua moglie e non sono un cazzo di figa qualsiasi!

– E vorrei vedere che tu fossi un cazzo di figa qualsiasi! Certo che non lo sei. Non l’ho mai pensato.

– Ne sono onorata.

Il sarcasmo sprezzante di quelle parole lo vece avvampare. La rota aveva raggiunto livelli insopportabili. Crollò una mano sul tavolo.

SBAM

– Ma che cazzo vuoi da me?! Dimmelo tu come ti devo trattare. Sei mia moglie! Io ho imparato a essere dolce solo con te. Sei la cosa più preziosa che ho incontrato. Ti do tutte le attenzioni che posso. E tu… mi chiedi di trattarti come ho trattato tutte le altre. A parte i primi tempi fare l’amore con te è diventato impossibile.

Time out. Solo il quieto ronzare del frigo. Alice si asciugò gli occhi. La parola impossibile le si era marchiata a fuoco nella mente. Bruciava. Poi deglutì. Sapeva cosa dire. Basta scavalcare l’ultima parola, la parola impossibile, e non perdere il filo.

– Io dico che ti castri da solo. Io sono prima di tutto una donna. E poi sono anche tua moglie. Sono tua moglie perché l’ho desiderato. Perché ti amo. Ma sono prima di tutto una donna. E come donna ho l’esigenza che tu non mi neghi.

– Ma io non-ti-ne-go.

– Se non ti concedi di essere come sei, come vuoi veramente essere, finirà che prima o poi, per quanto tu ci possa lottare, finirai con lo scopare un’altra. Io almeno finirò sicuramente con lo scopare un altro. Vedi tu. Perché io proprio non ce la faccio. Mi hai messo il terrore di prendere l’iniziativa. Quando parte da me non funziona mai. Devi essere sempre tu a cominciare. Devi avere sempre tutto sotto controllo e, chissà perché, cominci sempre nei momenti in cui mi va di meno.

– Credi che ne vada fiero? Guarda, mi sento proprio fiero. Avere una moglie sessualmente insoddisfatta era proprio il mio desiderio più grande.

– …

– È che quando ne hai voglia tu… ho paura di non riuscire a darti tutto quello che desideri. Anzi. No. Non è solo così. Ho paura che tu mi possa amare di più. E anch’io. È assurdo. Lo so. ho paura di non potere fare a meno di te. E allora chiudo. È vero. Mi capita. Allora?

– Allora vorrei che ci dessimo una calmata. La nostra soglia di sopportazione si è ridotta all’osso. Praticamente funziona che se ho solo voglia di carezzarti la schiena mentre guardi la televisione tu subito entri sulla difensiva.

– Guarda che a volte sei tu che entri sulla difensiva.

– Come no, adesso sono io.

– Ho detto che sei ANCHE tu. E lo sai perché?

– Sentiamo, Giacomo, sono molto curiosa.

– Perché sei insicura.

Giacomo provò una punta di dispiacere. L’aveva appena colpita con un gancio che non perdona. L’aveva morsa e le aveva sparato dentro una discreta dose di veleno. Tuttavia decise di continuare. Sampietrino dopo sampietrino.

– Tu mi chiedi sempre conferme. E me le chiedi col sesso. E io non posso renderti sicura scopandoti.

Alice era diventata viola. I capelli neri e ricci sembravano più arruffati del solito.

– Sei tu che mi hai messo questa insicurezza. Quando io ti porto il mio desiderio più grande, la donna che sono, tutto il mio amore, ecco che tu diventi freddo, ti allontani, torni quando sono fredda io. Quando mi sono RIDIMENSIONATA.

– Mi dispiace.

– Sei tu che…

– Siamo noi. Ok? Dai, Alice. Siamo noi. Io e te. Insieme.

Alice questa volta annuì. In silenzio.

Lei gli carezzò la guancia arroventata, ruvida di barba. Poi si sedette sopra di lui e si abbracciarono teneramente. Volevano entrambi molto di più. Si limitarono all’abbraccio. Insopportabile paura di un reciproco rifiuto. Di sbagliare il momento, che non poteva in realtà essere più perfetto.

Alice lavò i piatti. Giacomo fumò in terrazza. Fumava e pensava alle ragazze con cui era stato a letto. Parecchie. Pensava a cosa c’era che non andasse. Niente. Prima di Alice era sempre andato tutto bene. A parte qualche scopata triste. Ma quelle capitano. Era uno che piaceva. Era uno che non passava inosservato. Era uno che poteva avere quelle che voleva. Poi guardò Alice dal vetro. Anche lei poteva avere chi voleva. Lei parlava di tutto, rideva, scherzava sul sesso, giocava col sesso. Sapeva farlo, il sesso. Ecco. Era un po’ questo che lo destabilizzava. Era una prospettiva nuova. In un qualche modo si sentiva scoperto. Lei non gli chiedeva di essere perfetto. Non voleva i numeri. Lei gli chiedeva di essere. Sentì il suo pene irrigidirsi e il suo cuore stringersi. Erano un po’ inversamente proporzionali, per così dire. Alice lavava i piatti. Giacomo si detestò per questo; perché aveva ragione Alice quando diceva che si eccitava sempre quando lei era presa da altro, quando era lontano dalla relazione. Ecco, il solito cliché da film porno da quattro soldi, pensò: lei lava i piatti, arriva lui la mette a novanta e se la tromba. Se lei adesso si fosse girata verso di lui e l’avesse raggiunto sul terrazzo lui avrebbe sentito l’impulso di cambiare stanza. Da solo.

Lei però non si girò. Continuava a lavare i piatti. Giacomo le guardava i fianchi aspirando lunghe boccate dalla sua Lucky Strike; le guardava il culo, rotondo e sodo. Il collo. Ne aveva voglia. Aveva una dannata voglia di scoparsi sua moglie. Si sentì un idiota. Lei lava i piatti, arriva lui la mette a novanta e se la tromba. Si ripeteva. Che cliché del cazzo. Trovò molto appropriata l’espressione. Sorrise aspirando l’ultima boccata. Ebbene sì. Lei lava i piatti. Entro IO la metto a novanta e me la trombo.

In tutto questo, Alice continuava ignara a lavare i piatti, assorta e placida come una superficie palustre. Poco rassicurante, ma placida. E sicuramente non eccitata. Giacomo aprì piano la porta, non disse nulla, arrivò silenzioso alle sue spalle e schiacciò il suo corpo contro quello di lei, con forza. Le baciò il collo e glielo morse. Con violenza. Lei soffocò un lamento che sfumava nel piacere. Per lei era facile aprirsi. Era naturale. Giacomo le infilò la mano grande e forte nei pantaloni del pigiama. Alice semplicemente cercò il suo sesso con la mano. Si sfilò la maglietta. Lui la prese così. E poi sul pavimento.

Un’ora dopo era ancora sul terrazzo. Fumava. Pensava che gli era piaciuto. Pensava che era piaciuto anche ad Alice.

Alice era sotto la doccia. Non pensava. Respirava l’umidità bollente che saliva dalle piastrelle. Entrambi avvertivano una cosa: una certa inquietudine a reincontrarsi nello stesso letto. Cosa che avvenne, inevitabilmente, per abitudine; perché non avevano ancora provato a dormire, per esempio, uno sul divano e una sul letto. O viceversa. Come se la cosa preannunciasse una rottura imminente, anziché un’esigenza sacrosanta di contattare semplicemente se stessi, in una santa, beata solitudine. Sta di fatto che nello stesso letto ci finirono: Alice non disse e non fece nulla. Cercava una conferma. Cercava sesso. Non come quello che avevano fatto prima, che pure le era piaciuto. E tanto. Voleva che Giacomo la seguisse. Voleva che Giacomo si abbandonasse a lei. Sta di fatto che lui se ne rendeva conto. Perché il silenzio di Alice urlava. Sta di fatto che entrambi si risolsero al silenzio. Il sonno li rapì. Pesante e inesorabile.

La mattina Giacomo uscì come sempre alle otto. Alice come sempre restò a casa. Accese il computer. Sublimare. Si ripeteva.

Tuttavia vi sono momenti in cui la mente si obnubila, in cui le normali associazioni quotidiane vengono sbalestrate dall’ormone ballerino che alberga in ciascuno di noi, magari aiutato a emergere grazie a uno spaghetto alla carbonara o a litri di Sauternes bevuti in calici da birra. In quei momenti, rari, Flick sprigiona un eros degno di un mandingo del borneo ma stemperato nella rozzezza da variopinte fantasie raffinate da secoli di evoluzione e di gusto personale, che lo collocano, nella scala evolutiva, quasi al centro, nella perfetta figura dell’homo erectus, non troppo trivial, non troppo cerebralis. Il pasticcio che ne deriva è devastante. Lo stato di shock che segue la spensierata e libidinosa scopata è tale da mettere in crisi la struttura portante dell’identità di coppia. Chi è colei che guarda Flick con aria dolce, suadente e schietta, avvolta nelle lenzuola umide a aggrovigliate? Non può certo essere Flack, si dice Flick, poiché se fosse Flack…

Flick si barrica in un silenzio cementato; il contrasto angelo-puttana è inconciliabile, racchiudere il tutto nell’unità concettuale di donna è assurdo. Perché la donna la mattina va dal fruttivendolo di FIDUCIA, dal macellaio di FIDUCIA; il pensiero del macellaio, poi, causa a Flick un vero e proprio svalvolamento cardiaco, e da vero campano purosangue non può concedersi il lusso di rilassarsi, anzi, si autocolpevolizza in quanto probabilmente anziché recuperare con morigerata condotta la natura libertina, ma ingenua, della propria mogliettina, sente di spingerla all’eccesso, non la frena, la rende anzi CONSAPEVOLE. ADDIRITTURA NE GODE! E se disgraziatamente piacesse anche a lei? E se là fuori trovasse qualcuno con cui le piacesse di più? È troppo. Ne segue almeno una settimana di astinenza. Serrata. La schizofrenia, che Flick e Flack hanno scoperto essere virale, si è impossessata della coppia. Notti bianche si susseguono a scopate micidiali, frasi romantiche a turpi epiteti ripetuti ecolalicamente, irrintracciabili persino negli Zingarelli più aggiornati. Notti in cui, se Flack sfiora con un piede (per sbaglio!) la caviglia di Flick, questi si gira sull’altro fianco dandole la schiena! Mattine in cui, se Flack decide di dimenticare ogni questione psicosessualbiologica facendosi rapire dalle pagine del Faust, si ritrova senza capire come, diciamo, non più col libro fra le mani. Sembra infatti che Flick aspetti con perversa attenzione i rarissimi momenti in cui l’arrapamento di Flack possa essere paragonabile a quello di un protozoo stitico. E lì, lesto come una marmotta dopata, balza sulla preda con una foga preoccupante. Scopate sportive e brevi come pipì di farfalle nane segnano di solito la fase di stallo fra i due estremi inconciliabili. La coppia scoppia, ma resiste. Flack è intellettualmente, irrimediabilmente, attratta da Flick e gli propone l’immagine archetipica di Amore e Psiche. Azzarda un Eros e Psiche. Viene riportata traumaticamente ad Amore e Psiche. È il colmo. Il limite massimo di sopportazione. Flack sogna Flick con un enorme fallo all’altezza della fronte. Per la precisione, del terzo occhio. E, quel che è peggio, glielo dice. Flick barcolla, messo davanti alla cruda realtà si arrende. Ma cade in depressione. Mangia solo insaccati, formaggi e birra. Il fegato diventa una zampogna. L’alito il regno dell’Ade. Flack non demorde. Flick non riuscirà, con la repulsione che tenta di indurle, a eludere IL PROBLEMA: va in erboristeria acquista Legno Yang, trenta gocce tre volte al dì prima dei pasti, elimina gli insaccati e i formaggi dal frigo. Riduce le birre. Siamo al paradosso completo: Flick si sente istigato a essere un uomo libero e difende strenuamente il fallo alla Rocco Siffredi in perenne erezione all’altezza del terzo occhio. Guarda Flack che si aggira in innocue sembianze per la casa come una minaccia aliena, una mantide in pigiama, un interstellare buco nero carnivoro che zampetta su due gambe in stato di libertà. L’attività onirica impazza, i sogni li seppelliscono. Orge globali infestano le poche ore dedicate al rigenerare se stessi. Flick sogna figure mitologiche e deità in versioni improbabili. Tipo le quattro braccia della dea Kalì, rintuzzargli il terzo occhio.

La mattina, bertucce appese alle palpebre svelano inequivocabilmente IL PROBLEMA.

Flack vuole fondare un partito: DEFLAGRA LE SEGHE MENTALI.

Il simbolo è la testa di Flick, con fallo, barrata da una bella croce rossa.

Flick vuole fondare un partito: L’OMME É OMME E HA DA PUZZA’.

RIIIIIIIIING!

Alice sollevò le dita dai tasti, diede un rapido sguardo alle ultime righe e andò a rispondere.

– Sì? Mamma! Come stai? … quando?… cazzo.

Si trattava di Virginia. La nonna di Alice. Quella strepitosa donna che a ottantatré anni suonati sapeva bere e fumare come un ventenne. Quella strepitosa donna che aveva vissuto veramente una vita di merda. Trent’anni di lavoro alla fornace. Un lavoro da uomini. A caricare e scaricare mattoni. Lei che non ha mai superato i quarantatré chili. Quattro mesi prima le avevano trovato un cancro grosso come un cuore, proprio nell’intestino. L’avevano aperta e richiusa. Si limitarono a deviarglielo. Lei che non aveva mai avuto bisogno di nessuno. Da quattro mesi ne aveva. Eccome. Anche per andare al cesso. Ora la ferita le si era aperta. Era esplosa. Pisciava fuori carne macerata, pus e feci. Tutti sapevano che non si sarebbe mai più rimarginata, quella ferita. Tutti tranne Virginia. Lei sapeva di un’infezione. Quella mattina l’avevano portata di corsa all’Antalgico. A casa era caduta e aveva perso i sensi. La madre di Alice sentì il fetore dalle scale. Chiamò e richiamò finché si risolse a forzare la porta. Alice doveva andare dagli altri nonni. Quelli paterni. Doveva sostituire sua madre nell’intramontabile rituale della pressione mattutina. Cos’era il rituale? L’equivalente dello spinello per un gruppo di ragazzi. Anzi, meglio, un narghilè. I ragazzi siedono in cerchio e se lo passano, lo aspirano con cura, quasi con venerazione, ripetono gli stessi gesti, cercando di non scostarsi troppo dagli altri persino nelle espressioni del viso. Perfetto. I nonni di Alice e la Tonia, la mitica new entry russa, si sedevano intorno alla tavola ovale della sala. Appena ovale. Alice la ribattezzò tavola rotonda. Bene, si sedevano sempre intorno alla tavola rotonda. Seri. A turno scoprivano il braccio. Come i tossici per la pera. Ecco. Questo esempio è più calzante del primo. Bene. Si scoprivano il braccio e aspettavano il proprio turno. Ovviamente tutti si aspettavano che la madre di Alice dicesse ad alta voce i risultati di ognuno e poi tutti commentavano. Un po’ come dire: che sballo! E gli altri: vero? Te l’avevo detto che è un trip assurdo. E così via. La prima a provare ovviamente era la madre di Alice. Per provare che la roba fosse buona. Insomma. Per farla breve quella mattina toccò ad Alice. Scoprì di avere la pressione bassa. Scoprì che quella di Tonia era addirittura rasoterra. Scoprì che i nonni scoppiavano di salute. Sta di fatto che, finito il rituale dello spinello geriatrico, Alice si risolse a dire come stavano le cose. Sperando che i nonni non chiedessero un’altra dose. Poi li baciò, passò a prendere Giacomo al bar sotto l’ufficio e assieme raggiunsero l’Antalgico. Giacomo volle sapere ogni dettaglio. Virginia l’aveva conquistato dal primo momento. Tre anni fa. Con un bicchiere di Chianti alle cinque di pomeriggio e una nazionale senza filtro. Virginia era una donna da aperitivo pesante. Giacomo aveva gli occhi lucidi. Alice era concentrata.

L’Antalgico era asettico e tremendamente antiestetico. Come tutti gli ospedali. Di peggio c’erano le porte. Tutte chiuse. Zero persone nei corridoi. Niente vita. Una premorte. Un limbo in cui litri d’oppio circolavano legalmente. Perché il dolore è una malattia con cui c’è poco da scherzare.

– Credo sia questa – disse Giacomo davanti a una delle venti porte uguali.

Poi arrivò l’odore. Il tanfo. Quel fetore di morte. Senza dubbio Giacomo aveva ragione. Era quella. Si guardarono per un istante. Decisero tacitamente di non commentare. Giacomo aprì la porta. I quaranta chili scarsi di Virginia erano ordinatamente posati su un letto che sembrava inghiottirla. La pelle era quasi trasparente. La bocca sembrava improvvisamente troppo grande. E gli occhi troppo belli.

– I mi bel!

– Nonnina.

– Salve.

Quell’odore non aveva il diritto. Non aveva il diritto di prendersi quella donna. Perché quella donna era bella. E quell’odore la stava rendendo uguale: uguale a tutti gli altri morti. Virginia sorrideva. Alice le andò incontro e le baciò la fronte con tutto l’amore che poteva. Anche Giacomo.

– Senti male, nonna?

– Ades na. Ma stamateina avevo da murì.

– Qua il male te lo fanno passare. Sono bravi.

– L’è st’infezioun che mi s’è aperta… so cuntenta ca vo vist. Così vi voi veda. Belli, felici e innamuredi.

Giacomo si pizzicò forte il fianco per non piangere. Alice guardò intensamente sua nonna. Con un amore infinito. Poi Virginia la spiazzò completamente.

– Chi è caduto?

– Caduto?

– Capirossi – rispose prontamente Giacomo.

– Am dispis.

– Dispiace anche a me. Sarà per la prossima.

Motociclismo. Alcol. Sigarette. Era una nonna rock. Parlarono di cose leggere. Sembrava un pomeriggio qualsiasi se non fosse stato per quell’odore. Per quella bocca troppo grande. Per quell’aroma che si era aggrappato alle labbra di Alice e di Giacomo dopo che l’avevano baciata. Non se l’erano ancora detto. Se lo sarebbero detti dopo. Al surreale bar dell’Antalgico. Con vergogna. Con senso di colpa. Perché sulle labbra c’era il sapore della morte. Li aveva aggrediti. Quell’odore aveva anche un sapore e sapevano per certo che si era aggrappato anche ai vestiti. Di sicuro si era ancorato alla mente. Arrivarono i dottori. Chiesero a Giacomo e ad Alice di uscire. La dovevano cambiare. Doveva riposare. Prima di andarsene la baciarono ancora. E ancora più forte. Perché tanto la morte l’avrebbero incontrata. Mentre Virginia non l’avrebbero incontrata mai più.

Quegli occhi troppo belli Alice li fotografò nella mente. Li fotografò dentro.

Virginia morì nel pomeriggio.

– Ti riporto in ufficio.

– No.

Silenzio.

Andarono a casa. Alice infilò le chiavi nella porta. Entrarono. Si guardarono negli occhi. E al posto degli occhi avevano braci. Dolore e tristezza. Sapore di morte. Bisogno di vita. Dirompente. Spudorata. In quel preciso istante.

Giacomo non fuggì. Le sfiorò il bavero sinistro della giacca, glielo tirò giù con violenza. Le carezzò il collo. Alice continuava a guardarlo. Braci. Si slacciò la camicetta. Piano. Braci lucide. Patinate dal pianto. Un bacio. Sapore di morte. Lingue. Vive. La fame di Giacomo. Il desiderio inarginabile di venirle dentro. Fecero l’amore. In un silenzio umido e denso. Né violenti né dolci. Né tanto meno indifferenti. Alice e Giacomo. Punto. Precipitarono l’una nell’altro. Videro i fantasmi che si portavano addosso. Li sentirono urlare. Li trascinarono dentro. Li costrinsero a stare. A TESTIMONIARE.

Non si chiesero nulla, dopo. Rimasero muti a fissare il soffitto. Avrebbero avuto altri giorni per parlare. Avrebbero avuto altre notti. E questo bastava.

NOTE

Lorenza Ghinelli, classe 1981, diplomata in tecniche della narrazione alla Scuola Holden di Torino e in montaggio digitale a Bologna, conduce corsi di sceneggiatura e scrive cortometraggi, drammaturgie, fumetti e racconti. Con le Edizioni Il Foglio ha pubblicato il romanzo Il divoratore.

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