Compari d’anello

Racconto di Simone Sarasso, tratto dalla raccolta Matrimoni – l’amore non è mai pari
Questo racconto assomiglia alla realtà come un film di Maurizio Merli assomiglia a una pellicola di Charles Bronson. Fatti, nomi, cognomi e perfino qualche luogo sono frutto di invenzione.
Se non proprio d’invenzione, di libera interpretazione del reale.
Se leggendo la storia di Ettore Brivido vi venisse in mente la storia di qualcun altro, andatevela a rileggere la storia di quel qualcuno: vi accorgerete che c’entra poco o nulla con quella di Ettore.
Perfino la Milano del racconto è differente dalla Milano dei Settanta: perché lo scrittore è un bugiardo professionista. E finisce che si fa prendere la mano…
Compari d’anello
0. 14 luglio 1979
Mi chiamo Ettore Brivido, ho ventinove anni e sono vestito come un pinguino. In tasca ho due anelli e da dove sto seduto ora vedo una ragazza bellissima, vestita di bianco, che si aspetta che dica sì.

Mi alzo, faccio la navata a falcate sicure. Anche se questa non è una navata e al momento non siamo esattamente in una chiesa.

Questo è il carcere di Rebibbia. E quell’energumeno a destra della signorina in bianco si chiama Federico. Federico Talento: il mio testimone di nozze, il mio compare d’anello, il mio migliore amico.

Oggi è il giorno del mio matrimonio.

Mio e di Federico.

E questa è la storia di come abbiamo iniziato a spararci addosso e abbiamo finito per sposarci.

1. Federico

Adelina sanguinava dal naso. Una scarpa sola, l’altra chissà dov’era finita. La rabbia negli occhi, il labbro pulsava.

Adelina non guardava la strada: sapeva dove andare.

Si asciugò il labbro con un fazzoletto rosso, si risistemò i capelli.

Davanti alla porta suonò il campanello: due volte.

La casa era piena di gente. Una festa, forse. Comunque un sacco di casino.

Una sgallettata con la metà dei suoi anni fece scattare la serratura: “E tu chi cazzo sei?”.

Adelina la spinse via: “Levati di mezzo, puttana. Devo parlare con Federico”. La sgallettata si levò dalle palle. Tornò al tavolo di cristallo e alla sua striscia di Paradiso.

La casa era piena di fumo, tipi sbronzi sui divani si passavano un bong enorme.

Ragazze carine, quasi tutte minorenni.

Adelina si levò anche l’altra scarpa, salì le scale.

Il freddo del pavimento dai buchi del collant. Tirò su col naso e bussò.

Dietro la porta in cima alle scale una voce grassa: “Avanti. E prega che sia importante…”.

Adelina si fece coraggio.

Federico se ne stava in poltrona senza niente addosso, a parte una vecchia vestaglia di seta rossa e una biondina sui venti, che suonava la sinfonia in ginocchio.

Adelina, rossa in faccia: Federico nudo le faceva sempre quell’effetto.

Nonostante il mestiere. Nonostante la vita.

La biondina interruppe per un secondo. Si girò a guardarla. Federico fissò gli occhi di Adelina: troppo rossi e troppo gonfi. Abbaiò alla biondina di levarsi di mezzo, si allacciò in vita la vestaglia: “Siediti, tesoro… chi è che ti ha fatto piangere?”.

Adelina non si trattenne. Si accucciò ai piedi di Federico, le lacrime vennero da sole: “In un bar, dietro Piazza Vetra. Mi stavo riposando tra un cliente e l’altro. Stanotte fa un freddo cane. Ho preso un caffè e un cognac. Ho pagato appena m’hanno servita perché non si sa mai… col mestiere che faccio pensano che sono una paracula…”.

Federico accese due paglie. Ne passò una ad Adelina: “E, invece?”.

Adelina tirò di gusto: “E invece il padrone non la smetteva. Ha cominciato a dire di sbrigarmi, che lui non vuole puttane nel suo locale… io gli dico Calmati, bambino… è tutta la notte che sono in piedi. Una signora ha bisogno di un attimo di pausa”.

Federico non perdeva nemmeno una sillaba: “E poi?”.

Adelina: “E poi niente, la cosa è degenerata. Si è messo a urlare che non c’erano signore in quel bar. C’era solo una vecchia zoccola che dava fastidio ai clienti. Ha fatto il giro del bancone e mi ha presa per un braccio. Io gli ho detto: Attento, frocione! Così mi fai male… e lui s’è incazzato e mi ha fatto questo…”.

Adelina indicò il labbro gonfio.

Federico fece un gesto con la mano: “Basta così, tesoro. Ora fili in bagno a sciacquarti la faccia. Uno dei ragazzi, di sotto, ti rimedia un paio di scarpe e ti accompagna casa. Ti fai un buon sonno e ti dimentichi questa brutta storia”.

Adelina si alzò, si asciugò le lacrime. S’incamminò verso la porta.

Aveva ancora la maniglia in mano quando Federico la richiamò: “Tesoro?”.

Adelina: “Sì, Federico?”.

Federico: “Come si chiama quel bar?”.

Adelina: “Caffè Mimmo, Federico…”.

Federico: “Caffè Mimmo… bel nome del cazzo. Buonanotte, piccola”.

Federico parcheggiò in divieto di sosta, scese al volo e lasciò la macchina aperta. Nel bar c’erano dieci persone in tutto, dietro il bancone un tizio pelato armeggiava con lo straccio e un paio di bicchieri.

Federico si avvicinò al banco, fissò il pelato nelle palle degli occhi: “Ehi, biondino… tu lo sai chi sono?”.

Nessuno aveva più parlato da quando Federico aveva messo piede nel locale.

Il pelato resse lo sguardo: “Dovrei saperlo?”.

Un tizio magro con un riporto unto se ne stava al tavolino con una cedrata mezza finita. Parlò piano, ma si fece sentire. La voce tremava: “Io… io lo so, signore”.

“Bene…” disse Federico.

Poi allungò la mano dietro il bancone, serrò la gola del pelato. Strinse così a lungo che il barman perse conoscenza. Cadde in terra, fece un casino coi bicchieri…

Due energumeni si alzarono dal tavolo. Giocavano a tressette; piantarono lì e volarono addosso a Federico. Federico si girò di scatto: fracassò le mascella al primo e mandò i gingilli in bocca all’altro.

Poi uscì dalla porta a vetri. Si sentì scattare il bagagliaio dell’auto. Rientrò in un secondo, con una mazza da hockey.

Il lavoro lo fece per bene, Federico: in piedi rimase solo lo smilzo col riportino.

Federico gli arrivò a un millimetro dal naso: “Allora se lo sai, mezza sega… se lo sai chi sono io, dillo un po’ ai tuoi amici qua. E digli che se si azzardano ancora a mancare di rispetto a una delle mie ragazze, torno in questo buco di merda e lo rado al suolo. Ci siamo capiti?”.

Federico se ne andò senza voltarsi. Il fischio delle ruote sull’asfalto arrivò in Piazza Duomo.

Il pelato si rialzò. Tossiva sangue. Si avvicinò allo smilzo: “Chi cazzo era quel toro infuriato?”.

Lo smilzo non smetteva di tremare: “Quello è Federico Talento, capo. Il re di Milano. E ti ha appena risparmiato la vita. Mi sa che sei in debito con lui…”.

2. Ettore

A febbraio, a Milano, fa un freddo cane. Specie di lunedì mattina.

E il lunedì mattina, a Milano, nessuno ha voglia di andare a fare quello che deve.

Ettore non faceva eccezione, anche se questa cosa l’aveva studiata ad arte. Quasi due mesi d’osservazione, lui e il socio conoscevano i dettagli a memoria: il portavalori parte da via Tradate, svuota ogni cassa da là fin qua, in via Monterosa. E quando parcheggia in questo spiazzo è pieno come un uovo.

Questo il giro, funziona così.

Ettore guardò alla sua destra, sentì l’adrenalina in circolo, ingranò la prima. Si va in scena.

Erminio e Osvaldo a far le guardie ci erano capitati per caso. Paga buona, rischi pochi, lavoro tranquillo.

Erminio e Osvaldo quando era suonata la sveglia, quella mattina, si erano alzati a fatica. La fatica del lunedì, la peggiore di tutte. Il caffè sul fuoco, la barba, la moglie ancora a letto e la prima paglia della giornata.

Le vite di Erminio e Osvaldo si assomigliavano. Le vite, a Milano d’inverno, si assomigliano tutte quante.

Ettore strinse i denti, mollò il volante un attimo prima del botto, vide la testa di uno dei portavalori sbattere contro il volante. Calò il passamontagna, cacciò la ballerina dalla cinta, la spianò in faccia alla guardia. Con la coda dell’occhio vide il socio tirare giù l’altro dal furgone: era fatta.

Erminio una botta del genere non l’aveva mai presa. Tutto in un secondo: le ruote che fischiano, lo schianto, il volante che si avvicina di colpo e ti spacca la faccia.

Non sentiva niente, Erminio. Era di gomma.

Solo il cuore che rompeva il petto e qualcosa di caldo sulle guance, in bocca, sulla camicia. Poi la portiera, la pistola. Lavoro tranquillo un cazzo… ecco cosa pensò Erminio prima che il tizio col passamontagna lo mandasse a nanna.

Ettore fissò la guardia: occhi bovini, l’urto l’aveva stordito. Finì il lavoro: una gomitata alla tempia. Non avrebbe dato più fastidio. Rimase di ghiaccio, controllò l’orologio: tutto secondo i piani.

Fece un fischio al suo socio: “Le chiavi. Trova le chiavi”.

Osvaldo si stava cacando sotto. E non era un modo di dire.

Il caffè bevuto di fretta, due MS una in fila all’altra. E ora tutto ’sto casino.

La stretta alle budella era micidiale, quello con la pistola gli disse di inginocchiarsi. Osvaldo non se la sentì di contraddirlo. Lo diceva sempre a Erminio: “Noi qui rischiamo il culo per una miseria…”.

E ora il suo culo stava per esplodere.

L’urlo lo investì: “Le chiavi, pezzo di merda! Tira fuori le chiavi o ti schianto il cervello!”.

Osvaldo le cercò davvero le chiavi. Ma non le aveva in tasca, né sul cruscotto. Dovevano essere volate col botto. Quello col ferro non voleva sentire ragioni: un calcio in pancia lo piegò in due.

Le budella smisero di reggere.

Ettore: “Gesù Cristo, si è cagato adosso…”. Lo disse come si dice qui a Milano.

Guardò l’orologio, poi di nuovo il suo socio: “Datti una mossa a trovare le chiavi, bello. Siamo in ritardo. Un ritardo fottuto”.

Il socio sudava, sotto il passamontagna. La gente era appiccicata alla vetrina del supermercato e le sirene già fischiavano in lontananza. Ettore prese il borsone, tirò la zip.

Il socio: “Che cazzo fai? Si era detto niente armi…”.

Ettore: “Faccio quello che va fatto. Li tengo occupati mentre tu recuperi la grana. Datti una mossa con quelle chiavi. Tra poco si balla”.

Il socio trovò le chiavi, spalancò la porta: brutte notizie in arrivo e un sacco di proiettili sulla testa.

L’appuntato Daniele Cammaroto se lo sentiva, così aveva detto al Superiore. A centotrenta per le vie del centro, pareva di stare in un film di Maurizio Merli. Milano spara: e non erano nemmeno le nove e mezzo.

Il Superiore, la cosa, la vedeva differente.

In via Monterosa ci stava un casino che levati. Due guardie sull’asfalto: svenute oppure peggio.

Quattro stronzi armati fino a denti che sparavano giusto giusto verso di loro.

Un sacco di gente a strillare dentro il supermercato e nemmeno una pattuglia di rinforzo.

“Che jurnata ’e mmerda…”. Così la vedeva il Superiore.

Ettore ricaricò lo Sten: fanculo.

Doveva filare tutto liscio, nemmeno un colpo avrebbero dovuto sparare. E adesso guarda che casino…

Il primo palo nel culo: nel furgone c’era un decimo del bottino. Quelle stronze di guardie, Dio solo sa il perché, avevano fatto il giro inverso: cinquanta cucchi contro gli ottocento previsti. Dio Cristo.

Secondo palo nel culo: la Madama. Erano arrivati sul posto in cinque minuti. E ora si moltiplicavano come conigli. Ettore aveva già fatto fuori due caricatori. Si era rotto i coglioni. A momenti un colpo gli bucava la zucca. Aveva imbracciato lo Sten e risposto al fuoco: uno sbirro si era beccato una palla nel braccio. Si era messo a cuccia. Gli altri avevano recuperato il ferito ed erano indietreggiati.

Il socio aveva ripulito il furgone. Era ora di farla finita. Ettore levò la spoletta a una granata.

Epilogo: all’ospedale sua moglie strillava, l’appuntato Daniele Cammaroto non aveva più voglia di starla a sentire. Aveva avuto paura, Daniele, questo sì. Quando quel pazzo aveva cacciato fuori il mitra.

Il colpo al braccio nemmeno l’aveva sentito. Gli si era come smosciato di colpo. E poi le gambe non l’avevano retto più. Daniele aveva avuto paura pure quando quel diavolo aveva buttato la bomba.

Il Superiore teneva palle d’acciaio. Prima aveva dato un calcio alla bomba, poi lo aveva caricato in spalla, messo al riparo.

Il diavolo aveva tirato un’altra bomba. Questa volta il superiore non ce l’aveva fatta a schivarla.

E se ci pensava, a Daniele veniva da piangere.

Guardò sua moglie negli occhi. Le disse: “Basta, Maria. Mo asciugati il viso e vatti a dare una rinfrescata”.

Sua moglie se n’era uscita, in silenzio.

Daniele aveva parlato poco con i colleghi, nessuno sapeva cosa dire. Nessuno voleva parlare del Superiore.

Una cosa, però l’aveva chiesta: “Lo sappiamo chi è quel fighhiebbottana? Lo sappiamo o no?”.

I colleghi avevano detto che sì, lo sapevano.

Che gli dicessero il nome, chiese Daniele.

ETTORE. ETTORE BRIVIDO.

E quel nome, Daniele, non se lo levò più dalla testa.

3. Il malinteso

Mario Calandra era un tipo a posto: appena uscito di galera.

Furto con scasso: cinque mesi puliti.

In cella ci era stato comodo, Ettore non gli aveva fatto mancare nulla. Ettore non era solo il capo: era un amico. Mario aveva quel vizio, e Ettore, anche se gli faceva le menate, alla fine l’aveva sempre assecondato. La roba arrivava puntuale, anche nei mesi di magra, fin dentro al terzo raggio.

Gli faceva le menate, Ettore, e poi esagerava, glie ne mandava sempre di più di quella che Mario chiedeva.

Così finiva che pure Bucatino rimediava la sua riga.

Bucatino, che spettacolo!

Era fissato con la figa: ce l’aveva sempre in bocca, non parlava d’altro.

E senza pagare, questo è sicuro, ne vedeva poca. Anzi, non ne vedeva proprio.

Bucatino lo chiamavano così perché era un nano e gli piaceva la pasta.

Non quanto la figa, ma abbastanza per dargli quel soprannome.

Prima la pasta e poi la figa: era quello il programma della serata.

Mario stava giusto andando a prendere Bucatino per festeggiare la libertà. Ettore aveva rifiutato l’invito. Aveva degli affari da sbrigare.

Il night era in Porta Genova. All’ingresso due tizi enormi, giù dalle scale fumo e luci rosa. La musica era alta e Mario era pure contento. Non avrebbe più dovuto stare a sentire Bucatino e le sue stronzate. Per tutta la cena non aveva fatto altro che parlare.

“Tu non ti puoi immaginare che pezzo di fica, Mario! E taliava pure… Per tutta la sera mi ha lanciato certe occhiate. E allora io ce l’ho detto subbito: Amore, la conosci la legge della L? Buttati addosso la pelliccia che ci andiamo a divertire… e non mi si avvicina ’stu fetuso di buttafuori? Mi dice di lasciare perdere, che quella è la donna di un bravo ragazzo che se ne sta dentro da sei mesi. Che non devo scassare la minchia.

Mario, io sono buono e caro, ma se mi mancano di rispetto mi va il sangue alla testa.

Non ci ho visto cchiù, gli ho piantato la lama nella pancia e me ne sono andato”.

Mario l’aveva guardato come si guarda un povero stronzo: “La cassiera, almeno, te la sei scopata?”.

Bucatino: “Macché, a quel punto… è finita che ho dovuto andare in strada con una nigeriana e ho buttato un sacco di piccioli… a me le negre me lo fanno ammosciare”.

Questo era Bucatino: il re delle stronzate.

E prima o poi – Mario ne era convinto – una di queste stronzate l’avrebbe fatto accoppare.

Prima o poi: così pensava Mario. Ma si sbagliava.

Si erano seduti da un minuto neanche, e Mario aveva fatto ballare l’occhio.

Un’occhiata al locale e aveva sgamato in fretta che quel posto non era roba per loro.

Il night era cosa di Federico. Federico Talento, il re di Milano: quel posto era decisamente fuori dalla loro portata. Avrebbero fatto meglio ad alzare i tacchi e invece Bucatino comandò una bottiglia di quello buono.

La bottiglia arrivò subito. E insieme alla bottiglia arrivarono anche le cattive notizie: Federico in persona, insieme a uno scagnozzo di quelli cattivi.

Il culo di Mario si strinse a capocchia di spillo.

Bucatino si alzò in piedi. Sembrava ancora più basso di quando stava seduto. “Signor Talento, quale onore!”. Fece l’inchino e parve scomparire nella moquette a pelo alto.

Federico nemmeno lo cacò, mise una mano sulla spalla di Mario: “Fradelìn, contro di te non ho niente, però è una cosa che non ti riguarda…”.

Mario non ebbe il tempo di fiatare che Federico prese al collo Bucatino. Una mano enorme stretta intorno a quel collo minuscolo. Bucatino non respirava e Federico lo alzò mezzo metro da terra: “La prossima volta che ti permetti soltanto di posare lo sguardo sulla donna di chi è dentro, ti scanno come un capretto…”.

E gli squarciò la gola con un coltello da cucina.

Mario era di pietra, durò solo un secondo. In piedi, di scatto: “Bastardo…”.

Ce l’aveva con Bucatino, mica con Federico…

Ma l’uomo di Talento non si pose il problema e gli infilò otto centimetri di acciaio nel polmone.

Mario Calandra era un duro, questo è certo. Perché si sfilò la lama dalla schiena e guardò il tizio dritto negli occhi: “Scemo, non lo sai che Calndrino è fatto di gomma?”.

E come se niente fosse uscì dal locale. Sulle sue gambe.

Fuori fece quello che andava fatto: chiamò Ettore, gli disse di portare l’artiglieria.

Fanculo, fanculo, fanculo. Non doveva finire così, ma ora ci stavano dentro fino al collo.

Ettore era arrivato al volo, su una Giulia rosso fiamma.

Mario era uno straccio, Ettore gli disse che non era cosa, dovevano andare all’ospedale. E di corsa.

Mario rispose di no: i conti andavano regolati.

Ettore non fece obiezioni: era un uomo anche lui.

Il piano non prevedeva certo tutto questo casino.

Nell’ambiente funziona così: se qualcuno ti fa uno sgarro, hai il sacrosanto diritto di fargli saltare la testa e solo dopo fornire la tua versione.

Questo avevano intenzione di fare: aspettare lo scagnozzo di Federico, rompergli il culo. E poi andare dal suo capo e spiegargli che Mario non ce l’aveva con lui. Quel “bastardo” era per Bucatino, Federico aveva fatto la cosa giusta.

Era un buon piano, avrebbe potuto funzionare.

Ma Ettore, come sempre, aveva esagerato. Lo Sten della rapina di San Valentino non l’aveva mai fatto sparire. E appena lo tirò fuori, Mario sentì puzza di guai.

Attesero venti minuti appena, lo scagnozzo comparve sulla porta.

La prima raffica gli tagliò le gambe, la seconda lo passò da parte a parte.

Non si accorsero di Federico dietro di lui. Non finché lo videro appoggiato allo stipite, con un calibro sette e sessantadue nella spalla.

Mario e Ettore videro Federico e Federico vide loro due.

Avevano fatto una cazzata. Avevano appena scatenato una guerra.

E adesso erano cazzi da cacare.

4. Quando è troppo è troppo…

Dieci giorni dal casino. Dieci giorni pesanti. Ettore e Mario se ne stavano in una piazzola della Tangenziale Est, il culo appoggiato al cofano di una 1100 giallo canarino. Fumavano erba, ma la tensione col cazzo che se ne andava.

Ettore diede un tiro robusto, gli occhi gli si fecero rossi di colpo: “Mario, secondo me c’è ancora qualche possibilità di ricucire la cosa. Gesù Cristo, sono un bravo ragazzo. E Federico è uno a posto, giusto davvero. Non ho niente da temere da un bravo ragazzo come me”. Ettore insisteva a voler fissare un incontro.

Mario gli aveva strappato di mano la canna, dava di matto.

“Ma ti sei bevuto il cervello? Io da quello lì non ci vado, ma quale bravo ragazzo! Tu vivi ancora nel mondo delle fate: quello prima ti ammazza e poi ascolta quello che hai da dire. E poi, guarda, dopo la storia dell’Idrosacalo io mi caco sotto”.

La storia dell’Idroscalo: un tantinello pesante per il povero Mario. Federico, due giorni dopo la cosa fuori dal night, aveva mandato a dire a Mario di presentarsi all’Idroscalo. L’avrebbe piazzato a trenta metri e gli avrebbe tirato quattro raffiche di mitra. Se Mario avesse camminato ancora con le sue gambe, era libero di andarsene e finiva lì.

Mario aveva pestato a sangue il messaggero. Si fottesse Federico e il suo codice da strada.

Da quel momento in poi la situazione si era fatta spessa. Spessa davvero.

Mario aveva parlato chiaro a Ettore: “Ma che incontro e incontro… meno lo vedo, quel pazzo, meglio sto. In caso contrario, dove lo vedo lo vedo, gli sparo senza neppure il preavviso”.

Ettore insisteva, proprio come ora, in sosta in questa piazzola come due sbarbati il sabato sera. A farsi uno spino per ingoiare la tensione, durante l’ennesimo giro di ronda in caccia di Federico.

Lo spino non aveva funzionato, Mario si rimise al volante e optò per qualcosa di diverso.

A Milano, nel 1976, ci saranno state due dozzine di Bar Sport. Mario scelse il più lurido di tutti per farsi una Nardini gialla e mandare a nanna lo stress.

Il bar era di Sandrino, il fratello di Mario, ed era pieno di musi lunghi.

Sandrino se ne stava dietro il bancone, di spalle. Con lo straccio premuto sulla bocca. Mario nemmeno ci fece caso e ordinò le sgnappe.

Suo fratello lo guardò in faccia: aveva diciannove anni e gli occhi lucidi. Uno dei due era pesto sul serio.

Mario tornò nel mondo reale: “Che cazzo è capitato, Sandrino?”.

Sandrino si asciugò una lacrima: “Quello che capita di solito, fratellino: che tu fai casino e a pulire tocca sempre a me”.

Era successo. Gli uomini di Federico erano piombati nel bar dopo pranzo. Uno grande e grosso aveva attaccato Sandrino al muro ed era stato chiaro: “Dì a quel coniglio di tuo fratello che o si spiccia a venir fuori dal buco di merda dove è andato a rintanarsi, oppure la sua famiglia la pagherà per lui”.

E l’aveva suonato per bene.

Sandrino era fuori di testa: “Capisci, brutto stronzo? Sono venuti qui, a casa nostra! E tu che cazzo fai? Niente, come al solito. Ecco quello che fai…”.

Mario stava per rispondere, ma Ettore fece un gesto con la mano.

Parlò una volta sola: “Il tempo delle trattative è finito”.

Buttò giù la Nardini d’un fiato. “È ora di regolare i conti”.

5. Piombo

La cosa andava fatta ad arte, ed è il genere di merda che non si sbriga a mani nude: due mitra, una ventina di caricatori, un fucile a pompa e un canne mozze caricato a pallettoni, una decina di ananas, almeno tre pistole a testa. Mario e Ettore erano pronti, mancava un pizzico di coraggio.

Mario lo cacciò fuori dalla tasca dei jeans: due piste coi controcazzi sul cofano dell’Alfa.

Sniffarono, si alzarono all’unisono: era ora di fare sul serio.

Davanti al night in Mac Mahon tre Bmw cariche di cristoni grandi e grossi e nessuna traccia di Federico.

Mario: “Sono qua per noi, Ettore. Dove cazzo sta Federico?”.

Ettore, di ghiaccio: “Calmo, biondo. Sarà dentro a farsi una bevuta. Conta fino a dieci e fai un bel respiro”.

Uno…

Due…

Tre…

Uno dei gorilla smonta, apre la portiera e si guarda intorno.

Quattro…

Cinque…

Sei…

Eccolo il Re di Milano: pelliccia di leopardo e due sbarbine che insieme non fanno quarant’anni.

Sette…

Otto…

Nove…

Salgono in macchina. È ora di fare di ballare.

Dieci.

Peccato per le sbarbine. C’est la vie: posto sbagliato al momento sbagliato.

Il primo colpo fece saltare il lunotto posteriore, la faccia di un gorilla volò via. Ettore ricaricò; Mario tirava sicuro e preciso: il Remington tagliava l’aria a suon di calibro 12.

Dalla seconda Bmw, due giganti: mitragliette Uzi, l’Alfa assorbì la prima raffica. Alla seconda un proiettile si ficcò nel sedile: dieci centimetri dal culo di Ettore.

“Via, via, biondo! Ingrana la marcia e non smettere di sparare!”.

Ettore in ginocchio, il fucile a pompa bolliva. Fischi di gomme, fumo.

BUM! BUM!

Vetri in frantumi, urla, macchie di sangue. Ettore si chiese per un attimo se le ragazze stessero bene. Ma fu solo un attimo perché Mario fece rotolare un ananas in bocca ai fresconi.

Rumore assordante, la Bmw schizzò in aria. Riatterrò facendo un casino tremendo.

Dentro niente si muoveva più.

Mario fece inversione, continuava a vomitare piombo. Venti uomini a terra, in piedi solo un tizio con una pelliccia di leopardo.

Ettore fissò Federico dritto nelle palle degli occhi. Continuava a sparare col canne mozze, nell’aria cordite e fumo denso. Esplose una ventina di pallettoni, ma il tizio col leopardo addosso non ne voleva sapere di cadere. Le sirene gridavano nel silenzio, erano vicine.

Mario ficcò dentro la prima, fece fischiare le ruote: “La Madama, Ettore! La Madamaaa!”.

Ettore non credeva ai propri occhi, era in un bagno di sudore. Cacciò il ferro, sparò a Federico.

Federico si beccò una palla nella gamba. Nemmeno si scosse. Rispose al fuoco, e per poco non staccò la testa a Ettore. Lo striscio sulla guancia destra gliel’avrebbero cucito con sei punti.

Ettore tamponò la ferita mentre Mario si levava dalle palle. Urlò: “Ci si rivede, Talento, non ho ancora finito con te”.

Federico non si scompose nemmeno mentre gli sbirri gli mettevano i ferri ai polsi. Continuò a fissare Ettore: “Quando ti pare, pivello…”.

6. Scazzi in casanza

Primi mesi del ’77: le cose avevano preso una piega inaspettata.

Dieci mesi prima, la guerra: quella per Milano, quella che si fa in strada.

E ora? La guerra continuava, ma in strada non c’era più nessuno.

Non i capi, almeno. Non Ettore e Talento.

Federico era in casanza da quella notte in cui Brivido l’aveva riempito di piombo.

E Ettore ci era finito sei mesi dopo

In quei sei mesi era successo di tutto: i sequestri, il record delle centoventi rapine, poi il casino di Gaggiano, quello che aveva sbattuto Ettore all’Inferno.

L’Inferno degli ammazzasbirri.

Ettore, Mario e due ragazzi della Batteria viaggiavano decisi su un’Alfa familiare verso Vigevano.

All’altezza di Gaggiano una pattuglia aveva cacciato la paletta, comandato di scendere e tenere le mani bene in vista. Mario se la stava facendo sotto, Ettore lo sapeva che avrebbe fatto una cazzata.

Così la fece lui. Per primo.

Mentre lo sbirro controllava i documenti falsi, Ettore sentì il sangue alla testa, vide rosso.

Un botto assordante, puzza di cordite.

L’attimo dopo il cannone era caldo e lo sbirro era in terra. Senza faccia.

Il collega non fece nemmeno in tempo a slacciare la fondina.

Mario e gli altri lo investirono con una raffica di AK-47.

Nessuno aveva voglia di parlare. Nessuno badava al terzo pulotto rimasto in macchina.

Nemmeno l’avevano visto.

La Beretta d’ordinanza spuntò timida dal finestrino. Il primo colpo era per Ettore.

Lo prese in pieno: in pieno culo.

Il secondo era per tutti e per nessuno. Rimbalzò sull’asfalto e fece saltare un retrovisore.

Il terzo, lo sbirro, nemmeno fece in tempo a spararlo. Mario gli aprì la zucca come un uovo, col suo canne mozze nuovo di zecca.

Bel casino. Gran bel casino.

Misero le ali al culo, Ettore perdeva un sacco di sangue. Quel colpo sembrava una cosa da niente: finì per rovinarlo.

La prima operazione la fece un macellaio, fuori Milano. Mario andò a trovare Ettore e gli spiegò che cambiare aria era diventata una priorità, dopo quello che era successo.

Ettore andò a svernare a Roma, in un posto sicuro.

“Sicuro un gran bel cazzo” così disse a Mario per telefono chiamando dalla caserma dei carabinieri.

Prima un luminare della chirurgia gli ridusse il posteriore un colabrodo.

E poi il fattaccio: la mattina di San Valentino del 1977 il capitano Saputo dei Reparti Operativi Speciali di Roma bussò alla porta di Ettore.

Brivido era sciancato e disarmato. Aprì, che altro doveva fare?

Il grippa diede un’occhiata in giro. Gli avevano detto di portarsi un bel po’ di uomini, che il tizio da prelevare era un pesce grosso. Nomi, però, non ne avevano fatti.

E Saputo si era trovato davanti ’sto cencio sdrucito: senza un ferro, zoppo e con la barba sfatta.

Ettore per un attimo aveva pensato di potercela fare. Fu solo una frazione di secondo, perché Saputo ebbe l’illuminazione e lo fissò negli occhi: “Niente niente tu sei quel Brivido che sta cacando il cazzo a mezza Italia?”.

Fu così che il latitante numero uno dello Stivale finì al fresco.

Ora, al fresco, la cosa cominciava a farsi pesante.

Ettore e i suoi erano confinati al primo, terzo e quinto raggio. Federico e la sua banda controllavano il secondo, il quarto e il sesto.

I capi non si incontravano mai, anche se avevano un sacco di cose da dirsi.

Capitò per sbaglio un giovedì pomeriggio, fuori dall’infermeria: Ettore si faceva revisionare il culo una volta a settimana. La ferita non guariva, Brivido stava in piedi per miracolo.

Federico lo vide sulla sedia a rotelle e parlò a voce alta: “To’, guarda chi si vede, il mio adorabile nemico. Come ti va la chiappa? Comunque, vedi di sbrigarti a guarire perché io la guerra alla Croce Rossa non la faccio”.

Scoppiò un casino che la metà bastava.

Brivido schizzò in piedi, le gambe cedettero, ma col destro riuscì lo stesso a rompere il naso a Talento.

I secondini si misero in mezzo, Federico ne azzoppò uno con un calcio e spaccò quattro falangi all’altro.

Tre guardie non riuscivano a tenerlo, Brivido si appoggiava a uno stipite e gli faceva segno di farsi sotto.

Le guardie stringevano, le giunture di Federico le sentivi scricchiolare. Arrivò col muso a un centimetro dal bel faccino di Ettore: “Come la vogliamo mettere, biondino?”.

Brivido aveva una gran voglia di cavargli gli occhi, ma la cosa andava vissuta con un po’ di professionalità.

Tirò il fiato, parlò da uomo di rispetto: “In questa guerra, se ci sono stati morti, sono stati vostri, non nostri. Quindi, per quanto mi riguarda, possiamo anche piazzarci una pietra sopra”.

Federico sbuffò dal naso: un toro.

Poi si calmò, di colpo: “Ok, ragazzino. E tregua sia. I miei uomini smettono di far fuori i tuoi. Qui a Rebibbia e pure fuori”.

Brivido annuì. Stava per andarsene.

Federico, occhi di pietra: “A una condizione…”.

Ettore: “Sentiamo…”.

Federico: “Io e te dobbiamo parlare. Faccia a faccia”.

Ettore: un brivido lungo la spina dorsale. Il dolore alla chiappa nemmeno lo sentiva: in circolo un quintale di adrenalina. Tese la mano: “Affare fatto”.

Federico lasciò trascorrere un tempo infinito. E alla fine strinse la mano di Brivido.

Dopo quasi un anno e centocinquantamila pallottole era arrivato il tempo dei chiarimenti.

E c’era da giurarci che la cosa sarebbe andata per le lunghe.

7. Pallottole e fiori d’arancio

Quattro mesi. Quattro mesi del cazzo. Ecco quanto ci misero Ettore e Federico a chiarire.

Un braccio di ferro estenuante. Notti insonni, scazzottate, migliaia di Marlboro e qualche bottiglia di quello robusto. La galera dei boss non è quella della gente comune. E Talento e Brivido non erano solo boss; erano i re di tutta Milano.

Quando videro che la cosa andava per le lunghe, si fecero assegnare celle contigue.

E finirono per fare quello che non avrebbero mai creduto possibile: passare un sacco di tempo insieme.

Ogni singolo scazzo fu chiarito. La cosa di Mario fu la principale. È chiaro.

Ma non si trattava solo di quello. Dietro quella minchiata era nascosto il vero sapore della guerra.

Lo sapevano entrambi che prima o poi sarebbe successo. È la vecchia storia del western all’italiana: se in città ci sono due pistoleri, prima o poi si troveranno di fronte a vedere chi estrae per primo.

Era successo. Ed erano ancora in piedi tutti e due.

Non c’era ragione di continuare.

Al centoventesimo giorno ci fu la stretta di mano.

La pace, finalmente.

Nessuno aveva ceduto di un millimetro, beninteso. Federico non cedeva le bische e Brivido non avrebbe mollato di certo con le rapine.

Semplicemente non si sarebbero dati fastidio.

E se qualche pivello si fosse messo sulla loro strada… be’, avrebbe dovuto solo provarci.

Fu Federico a dire la fatidiche parole: “Pietra sopra?”.

Ettore non lasciò la mano di Talento a mezz’aria, la strinse forte.

Ettore glielo leggeva negli occhi: poteva funzionare.

“Pietra sopra”.

Si abbracciarono. Un abbraccio forte, da maschi.

La notizia fece il giro dello Stivale. Da Roma a Milano ogni soffia, ogni cavallo, persino il più misero dei gratta non parlava d’altro. La fine della guerra cambiava gli equilibri. Quando Brivido e Talento passavano le giornate a spararsi addosso, c’era un certo spazio di manovra. Pesci piccoli potevano ricavarsi piccole quote di mercato senza dovere nulla a nessuno.

Ora, però, le cose sarebbero cambiate. A Milano non si sarebbe mossa foglia senza il permesso di Ettore e Federico.

L’alleanza era una gran cosa, entrambi ne convenivano. Ma andava sancita.

Nessuno doveva avere il benché minimo dubbio.

Fu così che nacque la cosa del matrimonio.

L’idea venne a Federico: gli venne alle quattro del mattino.

Ettore dormiva poco, non ne aveva bisogno: si dedicava al suo hobby preferito.

Da quando era finito al fresco, i giornalisti avevano creato un caso: ETTORE IL BELLO, LO SPIETATO GENTILUOMO e via discorrendo…

I pennivendoli ci andavano a nozze e le sbarbine di mezza Italia fantasticavano su Brivido.

Ettore riceveva dalle due alle quaranta lettere al giorno. Roba da non credere…

E la notte la passava sveglio a rispondere.

Federico fece capolino col suo testone: “Sei sveglio, vero? Mi è venuta in mente un’idea favolosa: ne sarai entusiasta! Ti spiego domattina…”.

E fece per andarsene.

A Ettore già giravano perché il bestione l’aveva interrotto a metà di una frase. In più faceva il prezioso.

“E no, mio bel pirlone, adesso mi dici tutto…”.

Talento aveva un gran bel sorriso stampato in faccia. Pareva soddisfatto: “Che te ne pare se diventiamo compari?”.

A Ettore le comparanze avevano sempre fatto cascare le palle: nessuno mai aveva potuto chiamarlo così. Lo ripeteva spesso, al passeggio del terzo raggio: “Ne ho visti tanti di compari. Oggi compare, domani scompare…”.

Certo che con Federico sarebbe stata tutta un’altra cosa.

Federico giocò in contropiede: “Ho pensato che potrei essere tuo compare d’anello…”.

Ettore scoppiò a ridere.

Federico si fece di colpo serio: “C’è poco da ridere, pistola… io sono già sposato. E non penso che tu mi chieda di far fuori mia moglie solo per potermi far da testimone”.

Ettore quella sera la chiuse lì. Mandò a cagare Federico e ritornò alle sue squinzie.

Ma Federico era un osso duro. Ettore se ne sarebbe accorto presto.

8. Sposina cercasi

La mattina seguente Federico era tornato alla carica. Anche perché Giulietto Merola, il suo braccio destro, era appena arrivato dietro le sbarre. E mica la vedeva tanto di buon occhio questa improvvisa riappacificazione. Federico gli aveva spiegato come stavano le cose e Merola l’aveva detto chiaro: dovete dare un messaggio forte. O la gente non ci crederà e finirà per scoppiare un gran casino.

Merola aveva ragione.

Federico portava palla, a Ettore toccava stare sotto: “Ettoruccio bello, ho pensato proprio a tutto. Riflettici: Brivido fa notizia anche se piscia. Sposandoti saresti su tutte le prime pagine dei quotidiani d’Europa. Faresti scalpore persino negli States. Se poi, senza offesa, ti faccio da testimone io, abbiamo la prima pagina pure in Sudamerica”.

Ettore cominciava a stare al gioco: “Ok, diciamo che ti dico di sì. E chi minchia mi dovrei sposare?”.

Federico aveva pensato a ogni dettaglio: “Il massimo sarebbe se ti sposassi con l’avvocatessa. Talento compare d’anello. Ho già stimato una lista di un centinaio d’invitati. Non manca nessuno: politici, avvocati, gente di spettacolo. E poi cosa mi rispondi se ti dico che sarebbe il Papa a officiare le nozze?”.

Brivido lo guardava come si guarda un povero pazzo.

Federico non mollava: “Dai! Wojtyla ha già dimostrato di essere uno sportivo mica da ridere. Sono convinto che ci riusciamo. E con certe premesse, finiamo a nove colonne pure sulla Pravda. Su, Ettore, a parte la nostra superlibidine, sarebbe un modo per chiudere la bocca a tanti cessi che se la sciacquano…”.

Ettore aveva cambiato espressione.

Dopotutto, Federico non aveva torto.

E poi lo sapeva che fare a cornate con quel testone era una partita persa.

Disse che ci avrebbe pensato, ma in cuor suo aveva già deciso.

In capo a due settimane era in ginocchio dalla dottoressa Sarti, la sua avvocatessa, a chiederla in moglie.

Monica Sarti era bonissima. Semplicemente. Capelli lunghi fino al culo, un chilometro di coscia, occhiali da porno-segretaria. I due si piacevano fin dai tempi dell’arresto romano. In parlatorio, ogni tanto, le mani di Ettore sgusciavano sotto la gonna di lei. Monica nemmeno fingeva di scandalizzarsi.

Le bastava guardarlo negli occhi per toccare il cielo con un dito.

La cosa poteva funzionare. L’unico problema era il Vecchio.

Il Vecchio: il padre di Monica. Uomo d’oro, dirigente illuminato della Pirelli, era fiero che sua figlia difendesse Brivido. Ma quando venne a dirgli che se lo voleva pure sposare, le cose cambiarono.

Di brutto.

Al Vecchio venne un’emiparesi. La parte destra si bloccò di botto.

Monica scoppiò in lacrime: una strizza tremenda.

Fece un passo indietro.

Ettore non se la prese, ma le parlò senza peli sulla lingua: “Monica, io non posso aspettare. Non so quanto rimarrò qua a Rebibbia. E soprattutto non so quanto rimarrò così vicino a Federico”.

Addio Monica, avanti un’altra.

Ettore aveva fatto i compiti. Si era appuntato su un foglietto cinque nomi.

Cinque spose, cinque possibili signore Brivido.

Maria la rossa si sarebbe data anima e corpo, ma uno zio geloso l’aveva rinchiusa in casa.

Paola la mora non doveva chiedere il permesso a nessuno, ma a un passo dall’altare fece dietrofront.

Serena diceva d’averne ventuno, di anni: venne fuori che ne aveva sedici. Ettore a quel punto alzò le mani: quattro ergastoli bastano e avanzano…

Il gioco della margherita si fermò al nome di Sara.

Sara Tenderini: l’unica, autentica signora Brivido.

9. Sara

A Sara il cuore batteva forte, questo è sicuro. Aveva cominciato a battere il 14 febbraio del 1977 e non aveva più smesso. Aveva cominciato per caso, quando aveva visto alla TV quel tipo strano con solo il pigiama indosso portato via dai caramba e assediato dai fotografi.

Si era chiesta chi fosse. Ma oramai non importava più perché le era bastato vederlo nel bianco e nero mal contrastato del Grundig del soggiorno per perdere la testa.

Ettore Brivido, ecco come si chiamava quel tizio. Almeno così raccontavano i giornali.

E Sara di giornali ne aveva ritagliati una tonnellata: teneva gli articoli in un faldone sotto al letto.

La mamma li aveva scoperti ma aveva fatto finta di nulla: le altre sbarbine fantasticavano sui fotoromanzi e lei aveva questo. Una ragazzata, niente di grave.

La cosa si fece più incasinata di lì a qualche mese. Sì, perché il destino si mise di mezzo.

Rocco Pane era qualcuno nella Banda Brivido. Si può dire che facesse coppia fissa con Mario Calandra da quando Ettore era al gabbio. Claudio, come tutti, aveva una mamma. E guarda caso questa mamma era la zia di Sara.

Beninteso, nessuno ne sapeva un cazzo della vita di Rocco. La famiglia di Sara era a posto. Gente perbene, fuori dal giro della mala. La mamma di Sara aveva perso da tempo le tracce di sua sorella e di quello sbandato di suo nipote.

Solo che Milano non è New York e a scuola da Sara le voci giravano in fretta. Da quando era entrata in fissa per Ettore non parlava d’altro, e qualcuno le aveva messo una pulce nell’orecchio.

Sara era una testaccia, e tanto fece e tanto brigò che riuscì a parlare con quel mezza tacca di suo cugino e a chiedergli se poteva scrivere a Ettore.

Rocco andò a trovare Brivido a Rebibbia. Era una domenica di maggio e a Roma faceva un caldo boia.

Il re di Milano era in maniche di camicia e Claudio era un po’ imbarazzato: “Ettore, c’è mia cugina Sara che ti vorrebbe scrivere. Che faccio? Le dico che può? Però, trattamela bene, è solo una ragazzina…”.

Ettore era un gran signore: “Rocco, io non ho niente in contrario. E proprio perché si tratta della tua cuginetta, prometto di comportarmi da gentiluomo…”.

Cominciò così, quasi per scherzo. I due si scambiarono lettere dolci per un po’: Sara era simpatica, fresca, pazzerella e un tantino romantica.

Dopo una settantina di missive, finirono per incontrarsi durante il processo a Firenze per l’omicidio di Alberobello. Ci scappò pure un bacetto al riparo da occhi indiscreti: fu sufficiente un ventino in tasca alla guardia giusta.

Questo succedeva proprio mentre Federico era partito per la tangente con la storia del matrimonio.

Monica non ci stava. Neppure Maria, Paola e Serena ci stavano.

Era il turno di Sara.

Ettore la convocò un pomeriggio di sole chiaro. Stronzo com’era la fece aspettare due ore in parlatorio, dicendole che aveva degli affari da sbrigare in cortile. Affari mica da ridere: stava giocando a pallone e la sua squadra era sotto di due reti.

Le si parò di fronte sudato marcio, come un ragazzino. La fece piuttosto semplice: “Ho deciso di sposarmi. Vuoi essere mia moglie? Sappi che se dici di no, sposo un’altra…”.

Vista così, la cosa era all’acqua di rose, ma c’è da dire che Ettore ci aveva riflettuto. Perfino Federico gli aveva fatto osservazione: “Ettore, un conto e se io e te ci mettiamo in testa di fare i pirla, ma quella è una ragazzina… sei davvero deciso a sconvolgerle l’esistenza?”.

A quanto pare era deciso. E siccome Sara non rispondeva, si mise in ginocchio e le fece la proposta come Dio comanda.

A quel punto Sara era bell’e fritta. Come faceva a dirgli di no?

Allora Ettore si raddrizzò, le diede un bacio e le disse: “Ok, bimba. Sarai la signora Brivido. Però guarda che ti devi licenziare subito, perché il pensiero che mia moglie lavori è inaccettabile!”.

Sara era davvero mezza matta, perché appena fu fuori da Rebibbia chiamò il principale della ditta dove aveva cominciato a lavorare da sole due settimane e gli diede il benservito.

Follia numero uno.

La follia numero due fu dirlo ai suoi.

A suo padre lo fece sapere dalle scale: “Mi sposo!”.

E lui: “Sei incinta?”.

Lei: “Ma va là…”.

Lui: “E chi è il fortunato? Sentiamo…”.

Lei: “Ettore Brivido!”.

Lui “…”.

E le tirò la scarpa destra dritta in fronte.

Ma quale padre riesce a mettersi contro la figlia diciottenne? Finì che si fece come voleva Sara.

Cioè come avevano deciso Ettore e Federico.

Finì col prete, l’anello, lo sposo e i parenti.

Tutti dietro le sbarre.

10. Il gran giorno

“Faremo le cose in grande”.

Federico l’aveva promesso.

E la sua parola valeva oro.

14 luglio 1979: giorno X. Ettore e Federico si stavano aggiustando la cravatta a plastron: anche su quelle facce da scaricatori di porto il tight di Quintino faceva la sua porca figura.

Erano una bellezza, si guardarono negli occhi.

Federico parlò per primo: “Allora, pirlotto, sei proprio convinto?”.

Ettore lo abbracciò forte: “Nella buona e nella cattiva sorte”.

Federico rischiò seriamente di farsi venire i lacrimoni: “Finché morte non ci separi…”.

E via, a far fruttare quei vestiti gemelli da due milioni l’uno.

Federico andò avanti. Sara era già in posizione.

Una roba un po’ fuori dal comune: lo sposo che arriva per ultimo. Norme di sicurezza, menate burocratiche.

Ettore non era il tipo da sottilizzare. Specie in un momento come quello.

Da dove stava adesso vedeva chiaramente il bel faccione di Federico. E il culo da dieci e lode di Sara.

Il cuore gli batteva.

Qui si fa sul serio.

Fece un bel respiro. Andò a fare quel che doveva.

Stacco

“VIVA GLI SPOSIII!” la folla sembrava impazzita. Ok, forse non c’era stato il Papa a celebrare le nozze. E gli invitati non erano settecento ma solo settanta. Ad ogni modo, Rebibbia qualcosa del genere non l’aveva mai visto: le tre sale dei magistrati a disposizione per il ricevimento. Champagne a fiumi, letteralmente: cento bottiglie per il matrimonio e trenta per i ragazzi alla sezione speciale.

I festeggiamenti sarebbero continuati tutta la notte.

In più – tocco di classe da veri signori – ognuno dei millecinquecento detenuti della casa circondariale ebbe il suo birillo di Taittinger. Roba forte, forte davvero.

Si ballò , si bevve fino a svenire e tutti gustarono una fetta dello strepitoso regalo di Federico: una meringata di sei piani che toccava il soffitto.

Ma quello fu solo il regalo numero uno.

Per il numero due, Talento prese Ettore in disparte.

Dalla tasca cacciò un astuccio di velluto blu.

“Apri” gli disse. Senza tanti complimenti.

Quando Ettore spalancò lo scrigno, rimase di cacca.

Una svastica d’oro massiccio con i bordi d’onice nera tempestati di brillanti. Novanta milioni di brillocco.

“Ma sei scemo?” fu tutto quello che riuscì a dire, mentre Federico si ammazzava dalle risate.

Federico si asciugò le lacrime agli occhi, Ettore aveva ancora la bocca spalancata: “Chiudi lì, che vengon dentro le mosche…”.

Ettore si scantò: “A me una svastica? E che sono, un nazista?”.

Per Talento lo spasso era infinito: “Lo so, pistola… lo so che non sei un fascio. Ma mi fa morire l’idea di metterti in imbarazzo coi tuoi amici compagni… voglio proprio vedere se non porti il mio regalo”.

Sì, perché da un po’ di tempo Brivido aveva legato con qualche ragazzo delle BR. Bravi diavoli che se ne stavano per conto loro, ma che se c’era da fare una partita a pallone non si tiravano mai indietro. E così, di lì a qualche giorno la svastica diventò lo sfottò quotidiano: quando Ettore doveva entrare in campo, andava da uno dei rossi e gli diceva di reggergli il gingillo. Le prime volte a momenti finì a ceffoni. Poi tutti capirono e stettero al gioco.

Alla festa si divertirono tutti, ma proprio tutti.

Tranne una: la sposina.

Ettore dopo il sì nemmeno se la filò.

Un sacco di pubbliche relazioni, un sacco di lavoro da sbrigare. In fin dei conti Sara l’aveva capito che quello era un matrimonio a tre.

Brivido e Talento si fecero fare un servizio esclusivo da un fotografo di Willy Molco. La stampa ne parlò per giorni: nessuno poteva più sollevare il minimo dubbio. La guerra era finita. Il sodalizio sancito. Su Milano sarebbe regnata la pace.

Sara il 14 luglio 1979 tornò a casa presto. Si sfilò l’abito bianco, si fece un bagno e si buttò il poltrona con una vestaglia di seta e un bicchiere di Chardonnay.

Quella sera fu la prima di tante da passar da sola, di fronte alla TV, col cuore in subbuglio per un ragazzaccio dietro le sbarre.

11. Titoli di coda, ovvero che fine hanno fatto i protagonisti di questa storia

Mario Calandra e Rocco Pane

Mario è sempre stato pieno di vizi. Ma quando finì al fresco, a Brescia nel 1985, quello del bere iniziò a farla da padrone. Il fegato era a pezzi per via della roba. La cirrosi lo spense tra mille sofferenze un pomeriggio di maggio.

A Rocco andò decisamente peggio. A Voghera, nel 1981, si sbronzò e prese a schiaffi un agente di custodia. La reazione fu brutale: non solo per lui, ma per tutto il raggio. I pestaggi ai detenuti continuarono per un mese intero: manici di piccone, nerbi di bue, fruste da cavallo, mattoni. I compagni, questa cosa, non la videro di buon occhio. E non fregava a nessuno che Rocco fosse già stato piegato dalle guardie.

Col primo assalto quasi perse l’uso delle gambe. Non si reggeva in piedi quando lo trasferirono a Pianosa.

Gli aprirono lo stomaco con venti coltellate, ma il Pane era un osso duro. A Vercelli, per non sbagliare, gli infami misero a macerare i punteruoli al cesso: piscio e merda li avrebbero caricati di ogni ben di Dio.

Trentasei pugnalate. E Rocco ancora non voleva andarsene. La cosa finì a Milano, dove lo ricoverarono perché le ferite s’erano infettate ed erano diventate piaghe purulente. Qui non ci fu via d’uscita: lo finirono in un corridoio, mentre andava a un colloquio.

Sara Tenderini

Sara non dormì mai con suo marito. E si accorse presto che quel matrimonio le avrebbe distrutto la vita. Agli occhi degli sbirri non era più una semplice ragazza borghese appena sposata: era la moglie del Re di Milano. Cominciarono a fioccare gli interrogatori. Fu arrestata e rilasciata per la prima volta nel 1981.

Finì di nuovo dentro nel 1983, durante il maxiblitz che portò in carcere Enzo Tortora. Sei mesi al gabbio e quasi un anno agli arresti domiciliari, prima di essere prosciolta definitivamente nel 1985.

Da Ettore si separò quell’anno. Ma dodici anni dopo ci ricascò. I due non avevano mai divorziato, per cui la cosa fu piuttosto semplice. Nonostante le pause e i casini, Sara è la signora Brivido da 28 anni suonati.

Federico Talento

Uscì di scena nel peggiore dei modi. Solo due anni dopo il matrimonio, fu trasferito a Nuoro. Ambiente pesante, Federico non lo reggeva. Decise di scappare e quasi ci riuscì. La cosa era organizzata ad arte: la fuga avrebbe interessato una trentina di ragazzi. All’ultimo, però, le cose presero una piega inaspettata: uno dei due elicotteri che sarebbero servito per il prelievo fuori dal carcere ebbe un guasto. A Federico non andava l’idea di rimandare la festa. Tagliò fuori dieci uomini.

E uno gliela fece pagare. Marco Marras, la notte del 18 agosto 1981 squarciò Federico Talento a colpi di punteruolo. Le guardie lo trovarono mentre addentava le sue interiora.

Ettore Brivido

Ettore di galera ne ha scontata parecchia. Da quel 14 febbraio 1977 è uscito raramente, e quasi mai con l’autorizzazione di un giudice.

Nella primavera del 1980 mise il culo fuori da San Vittore per circa un minuto e mezzo. La fuga andò da Dio: riuscì a farsi strada tra le guardie grazie all’aiuto di un paio di ex Br.

Peccato per il proiettile di striscio alla nuca: a momenti ci lasciava le penne.

Nell’agosto del 1987 quattro carabinieri un po’ tonti lo rinchiusero in una cabina con l’oblò durante un trasferimento da Genova a Nuoro. La barca partì senza Ettore e i grippa ebbero una bella sorpresa arrivati a destinazione. Cento giorni di libertà. Alla fine lo pizzicarono per un documento falso dalle parti di Santarcangelo di Romagna.

Il 25 marzo del 2005 è stata l’ultima volta che Ettore ha messo il naso fuori dal carcere di Voghera. Questa volta senza far fesso nessuno. La sua mamma da qualche tempo non stava troppo bene, e un magistrato dal cuore d’oro gli aveva concesso di andare a trovarla.

Ettore Brivido ha 55 anni, non si è mai pentito di nulla e da cinque anni abita a Voghera in un grazioso monolocale con le sbarre alle finestre.

Non ha mai fatto l’amore con sua moglie, ma è un marito fedele e premuroso.

NOTE

Simone Sarasso, classe ’78, professional writer dal 2005, scrive storie nere per la televisione, il cinema, la narrativa mainstream e i comics. Per effequ ha pubblicato Turkemar. Confine di stato è il suo blog.

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