Spendere niente

racconto a sei mani tratto dall’antologia Viaggi

La partenza {Guido}

I viaggi sono sempre viaggi mentali. Ciò che noi chiamiamo realtà non è altro che pignoleria

Saul Bellow, Il Re della Pioggia

Alla fine eravamo rimasti in due. Mimmo, il più insoddisfatto dei quattro, era andato a Roma a lavorare nello studio del fotografo Vanzetti, e poi, quell’estate, a Londra. Da dove sarebbe tornato con una sola fotografia. Il quarto socio, un tipo taciturno e misterioso, era scomparso già da qualche mese.Era l’epoca dei Beatles, di Carnaby Street, del nomadismo giovanile, dei beatniks, di Jack Kerouack, del film Easy rider. Era l’epoca nella quale si iniziò a parlare di una nuova categoria sociale: quella dei giovani. Fino ad allora si era parlato solamente di ragazzi e di uomini. Fra queste due classi c’era eventualmente quella degli studenti, ma era grandemente minoritaria, composta da spiritacci goliardici e indipendenti, e non suscettibili di diventare apprezzabile massa di consumatori. Ma con il termine giovani si cominciò ad alludere a un ceppo di età indefinita, compresa fra un limite inferiore di 12-14 anni e un limite superiore che poteva dilatarsi fino ai 50 e anche 60 anni, purché vestissero in blue-jeans, avessero un foulard sporco e sfrangiato attorno al collo, i capelli lunghi e, sopportando dolori reumatici e colpi della strega, andassero in motocicletta. Cominciava allora quella trasmigrazione giovanile estiva verso l’Inghilterra, e in particolare verso Londra, che dura tuttora, con un cieco e pervicace moto pendolare stagionale di va e vieni che ha fatto la fortuna delle agenzie di viaggio, delle compagnie di voli charter, dei ristoranti, di tutte le categorie di albergo comprese fra il cinque stelle e la topaia, e giù giù fino ai rapinatori indiani (delle indie orientali, pakistani). Furbissimi questi ultimi, ma non disumani.Tornavano ai primi freddi, gli amici, e raccontavano cose strabilianti. A Londra è tutta una festa, si balla dappertutto, in due giorni a Piccadilly ci si conosce tutti. Ci sono ragazze bellissime. Ci si veste nei modi più pazzi e fantasiosi. Si vive con poco. In metropolitana si viaggia gratis. La trasmigrazione si trasformò in una valanga inarrestabile dopo Blow up di Antonioni, che narrava di un fotografo che nella swinging London dell’era beat si trova implicato in una storia misteriosa.Mi trasferirò a vivere a Londra, si cominciò a sentir dire fra gli studenti che stazionavano tutti i giorni da mezzogiorno alle due in una delle piazzette della nostra città a veder passare le ragazze che uscivano dalle magistrali; andrò a fare il fotografo in Inghilterra, ripeteva ossessivamente il mio amico Mimmo. E ci andò davvero, per qualche mese d’una estate da noi caldissima, e là piovosissima, come al ritorno ci raccontava mentre si crogiolava al sole di settembre sulla spiaggia del Poetto. Ne riportò un’unica fotografia, in cui si intravedeva una coppia di cavalieri in una giornata grigia e piovosa, fotografati attraverso la cancellata dei giardini di Kensington. Fotografia sulla quale lavorò a lungo in camera oscura, senza mai arrivare a esserne soddisfatto.Intanto già da tempo eravamo entrati in contatto con un rampollo della nobiltà locale, che aveva cominciato a coltivare anche lui, dopo l’apparizione del film Professione reporter, certe sue speranze fotografiche. Si trattava del conte Carlo Casanova Libertani Gaudenzi, fratello minore del conte Giovannantonio, grande tombeur de femmes, famoso in città per le sue imprese dongiovannesche e capo incontrastato della famiglia.Il conte Carlo era grasso, con alcuni ordini di doppi menti e mani enormi; tuttavia, come molti obesi, era fortissimo: giocava a pallone e a tennis con grande violenza e poteva sollevare enormi pesi senza sforzo. Essendo sempre stato in sottordine al fratello nella partecipazione alle avventure amorose, delle quali non aveva potuto mai fare altro che raccogliere le briciole, si era deciso a tentare una rivalsa in un ambito dongiovannesco adiacente. Aveva così avuto l’idea di creare in città un grande studio fotografico per dedicarsi alla fotografia di moda e pubblicitaria, che come è noto richiede donne in quantità. Era stato quindi naturale per lui, che non aveva alcuna pratica nell’arte e nelle tecniche della fotografia, rivolgersi a noi, che godevamo fama di fotografi colti, intellettuali e raffinati, completamente distinti da quei quattro scalzacani che in città tiravano a stento la carretta con le foto-tessera e i servizi matrimoniali.Il conte era stato estremamente efficiente. Dotato di mezzi illimitati, proprietario di edifici e magazzini, aveva interpellato un noto architetto il quale gli aveva rapidamente fornito un progetto avveniristico. Noi non gli avevamo dato troppo credito, ma quando ci invitò a vedere il nuovo studio, dovemmo riconoscere che aveva fatto le cose in grande. La sala era enorme. Vi era stato ricavato il ‘fondo continuo’, largo una decina di metri, indispensabile per la fotografia pubblicitaria di ambienti arredati con donne sdraiate sui materassi ortopedici, di automobili con contorno di modelle seminude, di réclame di marche di birra in ambientazioni marine o marinaresche esotiche, cioè sarde, in bikini o in topless. Su tutti i lati, all’altezza di tre metri dal pavimento, era stato costruito un ballatoio che dava accesso alle camere oscure, alla sala per il ritocco delle stampe, alla terrazza per le fotografie in luce naturale, ai camerini per le modelle, già dotati di armadi pieni di abiti, cappellini, costumi da bagno di tutti i tipi.Trasportammo nel nuovo studio tutte le nostre attrezzature da ripresa e da camera oscura, i costosi ingranditori con la testa a colori, i grandi proiettori per le stampe di fotografie giganti, le enormi vasche per lo sviluppo delle carte in rotoli, tutti i potenti flash elettronici. Il conte assunse come segretaria una ragazza molto procace, con il compito accessorio di andare in giro per far conoscere nell’ambiente dei grandi negozi e degli imprenditori l’esistenza della nuova struttura, e cominciammo ad aspettare i primi clienti.Il primo lavoro che ci capitò fu per la Festa dell’Unità: si trattava di fare un’enorme elaborazione grafica della famosa immagine di Antonio Gramsci, tutta ricostruita con grandi pallini tondi turchesi su fondo porpora. Visto da vicino il povero Antonio era assolutamente irriconoscibile, ma da una trentina di metri di distanza, a causa di un sorprendente fenomeno percettivo, il suo volto si ricomponeva perfettamente in tutta la sua bruttezza.Intanto anche io avevo cominciato a pensare a un viaggio in Inghilterra. Stava arrivando l’estate. Avevo coinvolto nell’idea mia sorella e mia cugina, ambedue non ancora diciottenni, e avevo anche trovato il modo di viaggiare a bassissimo prezzo, grazie a una strana associazione che si chiamava Il Circolo della Famiglia Italiana, la cui unica manifestazione di esistenza era quella di fornire biglietti aerei quasi gratis. Il giorno prima di partire ero riuscito a finire il lavoro, e avevo lasciato le varie sezioni dell’enorme manifesto distese sul pavimento dello studio.Come dice il buon Manzoni, i viaggi non hanno senso: ‘Viaggiare non serve a nulla – aveva scritto – in viaggio non si vede nulla. Si capisce molto di più stando a casa propria’. Opinione condivisa anche da Emilio Salgari, che non aveva mai messo il naso fuori dalla sua Torino. Ben conscio quindi della necessità di un pretesto che fosse il più forte e il più stringente possibile per dare un senso al progetto, avevo proposto alle mie due compagne il seguente scopo, semplice e inequivocabile: viaggiare senza spendere nulla. Avevano accettato.L’aereo della Famiglia Italiana partiva da Roma alle undici di notte. Atterrò in Inghilterra nel buio di un aeroporto senza nome. Qualcuno ci indicò il modo di raggiungere Londra: si trattava di percorrere per due miglia una straducola in mezzo alla campagna per raggiungere una stazione ferroviaria. Arrivammo a Londra, alla stazione Victoria, ancora a buio. Ci sdraiammo, allineati insieme ad altri pellegrini su una banchina laterale e ci addormentammo di colpo.I ricordi di quel viaggio si confondono con quelli di molti altri viaggi. Ma posso ricostruire ciò che non vedemmo. Non visitammo né il British Museum né il Museo della Scienza. Non la Royal Gallery né il Museo delle cere. Non andammo ai concerti della Royal Albert Hall, né a scuriosare nel mercatino di Portobello. Tutto il nostro tempo era impiegato nel cercare i mezzi per sopravvivere senza spendere nulla. Avevo con me un libro fondamentale: Guida per la sopravvivenza in Londra, dove erano indicati tutti i trucchi e gli espedienti per non morire di fame, di stanchezza o di rapine nella grande città. C’era per esempio l’indicazione di come non farsi rubare le scarpe durante il sonno in uno di quegli ostelli per barboni gestito da indiani o da pakistani: bisognava legarsele agli alluci servendosi delle stringhe. Oppure come riattaccare un bottone al cappotto in caso di emergenza: con un pezzo di fil di ferro. Si suggeriva come rimediare a un buco nelle calze in corrispondenza delle caviglie: bastava tingersi la pelle sotto il buco con una penna biro, consiglio quest’ultimo che ritrovai poi anche altrove, insieme a quello di riutilizzare almeno per altre due volte le foglioline del tè. I soldi si tengono addosso, in una tasca sicura: niente borsette, portafogli, sacchette da appendere all’interno delle mutande. Ma bisogna tenere sempre pronta una piccola somma in un borsellino da esibire in caso di rapina.A questo proposito, devo ricordare che non sempre i rapinatori sono disumani. Un giorno, durante un altro viaggio, all’uscita di una di quelle topaie, fui avvicinato da due di quegli individui, uno dei quali mi mise immediatamente un coltello alla gola intimandomi di dargli subito oll de monei. Tirai fuori i pochi soldi che avevo, li divisi lentamente in due parti e dissi: fifti fifti? Feci capire loro che non avevo nient’altro. Le trattative si prolungarono un poco, poi alla fine accettarono. Subito dopo si rifecero dell’ammanco rapinando un altro che usciva dallo stesso ostello.Sulla traccia dell’epopea narrata da George Orwell in Senza un soldo a Parigi e a Londra, anche le nostre giornate trascorrevano nell’andare a piedi da una sede all’altra dell’esercito della salvezza o delle sorelle di Maria de Lourdes Jesus per farci dare un mezzo litro di minestrone bollente, per trascinarci poi fino a un ricovero gratuito per la notte. Poi, dopo molti giorni, stanchi, decidemmo di migrare verso la Scozia e altri luoghi. Non vedemmo la città di Edimburgo, della quale mi è rimasto solamente un ricordo cartolinesco di grandi muraglie nere, in alto sulla montagna, così come ci era apparsa dalla stazione ferroviaria.Non so come ci ritrovammo poi a Belfast, dove infuriava la rivolta dei cattolici per l’indipendenza dell’Ulster. Le strade della città avevano un aspetto sinistro: ogni due o tre vani, dove dovevano esserci stati dei negozi, vi era una cavità nera, residuo di un’esplosione. Alcuni di quegli antri affumicati e bruciati recavano tuttavia la scritta Business as usual inchiodata sulle tavole che avevano messo per chiuderli. Frequenti erano gli schiocchi vicini delle fucilate e le scariche delle mitragliatrici. Continuammo verso Dublino, dove non vedemmo il fiume Liffey che attraversa la città e di cui parla Joyce, né la sua casa, né il bellissimo mare di Irlanda a Dun Laoghaire, ma dove tuttavia trovammo una situazione molto familiare. Ci accorgemmo che la lingua d’Irlanda è uguale all’italiano. Nella famiglia in cui avevamo trovato ospitalità per la notte vi erano molti bambini. Il padre non comparve mai – pare che fosse a bere al pub – ma la madre, molto agitata, non faceva altro che urlare: stai calm, oppure non fare questo o quello con la supimmediatli.Pochi giorni fa ho vissuto un episodio di quella che gli psicologi chiamano memoria involontaria. Non so che odore o quale altro stimolo inconscio mi hanno provocato un istante di gioia profonda, pur richiamando il ricordo di una sofferenza insopportabile. Era quella che provai durante tutta una notte nel letto che ci era stato messo a disposizione nella casa di quella mamma irlandese, e nel quale ci eravamo sistemati io e mia sorella, mentre mia cugina dormiva nel sacco a pelo in un’altra stanza. Non dormivamo, e io sentivo lei che si girava e rigirava fra le lenzuola, talvolta sfiorandomi il petto o le spalle. Uno straordinario desiderio mi prese, che era quello di accarezzarle il corpo, del quale sentivo l’onda di calore vicina e con cui a volte mi sembrava che avvenisse un lieve dolcissimo cauto contatto. Pensieri oscuri di tabù infranto mi agitavano, e una indeterminata paura di quello che poteva scatenarsi se l’avessi toccata.Quella notte non dormii. Il ricordo dolcissimo di quella tortura mi è riapparso, così come talvolta riviviamo certi momenti di assoluta immotivata felicità infantile. Ora, dopo tanti anni, so che ero vittima di pregiudizi. L’antica norma toraica del Lo tikrevu legalot ervah (Levitico 18:6: non ti avvicinerai a un consanguineo per commettere un’offesa sessuale) proibisce in realtà solamente le ‘offese’ sessuali!Del viaggio di ritorno non ho ricordi. Ma quando, di nuovo in città, volli andare a vedere cosa accadeva nello ‘Studio 4×5’, lo trovai chiuso, e così nei giorni seguenti. Venni poi a sapere che il conte fotografo non aveva fatto mai nemmeno una foto. Imbestialito dalla presenza del grande manifesto di Gramsci, che si era ritrovato sciorinato sul pavimento dello studio il giorno successivo alla mia partenza, convinto che noi due fotografi appartenessimo alla fazione politica che aveva in animo di portargli via la roba, aveva sequestrato tutte le nostre proprietà, aveva licenziato la segretaria, che riteneva nostra complice, e aveva sbarrato lo studio. Molto penammo, nei mesi successivi, per rientrare in possesso della ‘nostra’, di roba.

Le Isole britanniche in 15 giorni {Serenella}

Doveva essere l’agosto del 1974. Era la mia prima vacanza vera, il mio primo viaggio all’estero e la prima volta che prendevo l’aereo, per di più da sola. Guido e Anna, che sono fratello e sorella, erano partiti la settimana prima, io, che sono loro cugina, li avrei raggiunti a Londra. Partivo da Ciampino, che era l’aeroporto vecchiotto di Roma. Guido aveva trovato il volo più economico in assoluto tramite un’associazione di Amici di qualcosa, costava venti o venticinquemila lire andata e ritorno, che per l’epoca era niente.Spendere pressoché niente era lo scopo del viaggio, il virtuosismo e il divertimento stavano lì. O perchè allora ho scoperto una cosa che mi è profondamente congeniale, o perché quel viaggio è stato un imprinting, questa è tuttora la mia regola, costi quel che costi.Il volo supereconomico partiva prima dell’alba, e mio padre, che abitava a Roma, mi aveva portato in aeroporto. Io, che avevo una gran paura, come sempre nei momenti veramente difficili, stringevo i denti e stavo zitta. Ho saputo anni dopo, da mia madre, che lui era rimasto male perché ero distante e poco affettuosa. Una famiglia autistica.Sull’aereo, che mi ricordo piccolino, avevo un posto sul corridoio, qualcuno vomitava nei sacchetti di carta e le hostess aprivano dei finestrini che io immaginavo aperti sul cielo. L’arrivo era un momento critico perché si veniva interrogati da una guardia di frontiera, bisognava rispondere in modo appropriato e corretto, e soprattutto capire. L’esame avveniva in un piccolo chiosco, in un’immensa stanza piena di chioschi. La guardia, un signore anziano ed educato, aveva guardato la mia foto sulla carta d’identità: l’avevo appena fatta da un fotografo di Roma che mi aveva messo in posa e imbellita. Avevo replicato dal vivo il sorriso melenso e l’inclinazione della faccia del documento, la guardia aveva approvato vistosamente compiaciuto e così sono entrata sul suolo britannico. Guido e Anna mi erano venuti a prendere, cupissimi per la levataccia sotto un cielo plumbeo. Avevano tutti e due una giacca a vento color petrolio, comprata usata al mercato delle pulci perché faceva proprio freddo, mentre io venivo dall’agosto romano con uno zainetto arancione praticamente vuoto. Avevo portato una maglia nocciola con le maniche lunghe, un numero arretrato dei Quaderni Piacentini di cui son riuscita a leggere sì e no mezza pagina e, status symbol e concessione al comfort, gli zoccoli di legno del Dott. Scholl in ruolo di pantofole.In un grande magazzino, dopo aver provato e tastato tutte le possibili giacche impermeabili, trovai, spendendo pochissimo, un eskimo foderato di rosso e col pelo di coniglio intorno al cappuccio: l’ho usato per molti inverni italiani finché è passato, tutto sporco di inchiostro di ciclostile, al mio primo cane come cuccia.Di Londra e del primo ostello ricordo poco: dei grandi musei solo gli enormi macchinari neri della rivoluzione industriale di quello della scienza e della tecnica.Westminster, luogo solenne quant’altri mai, mi è sembrato piccolo, di un brutto marron con tutto quel legno e un po’ inquietante per le corna di cervo pendenti. Mi hanno impressionato la metropolitana, il buio e un ascensore a gabbia sferragliante che scendeva nelle profondità sorvegliato da un enorme e severissimo nero in divisa (la mia prima metropolitana, quasi il primo nero, sicuramente il mio primo nero imponente e in divisa).Quello che ricordo bene è lo choc del cibo: le insalate erano un lusso e le presentavano appiattite da un foglio di plastica che le faceva sembrare una corona di agrifoglio. Adesso è normale, ma all’epoca era veramente stupefacente. Anche la frutta si pagava a pezzo ed era carissima. Il pudding era il piatto nazionale e noi volevamo adeguarci; costava poco ed era nutriente, ma lo mangiavamo come una medicina, disciplinati, ma sospettosi. Invece tutti i dolci erano una delizia e costavano quasi niente.La seconda tappa è stata York, via treno, l’unica spesa non comprimibile. Mi è sembrata un po’ tirolese, facciate di legno e balconi pieni di gerani rossi, però abbiamo visto molte chiese nei dintorni, gotiche o protestanti non foss’altro che per le finestre grandissime. Tutte avevano le vetrate colorate, qualcuna a mosaico, qualcuna dipinta. Cominciavo a guardare. E a telefonare. Dei tre ero l’unica che avava studiato inglese a scuola; loro capivano e si facevano capire meglio, ma io avevo la regola. Quando si è trattato di fare un giro di telefonate alle pensioni, loro hanno detto che toccava a me superare la prova-telefono: loro l’avevano superata già nella prima (mitica) settimana.La stanza era linda e quadrata, con telefoni tutt’intorno ai muri, telefoni mai visti. Pensavo che il problema fosse parlare e capire, ma la vera difficoltà era trovare quello che funzionava. Io chiamavo, di là rispondevano, io chiedevo della stanza concordando tutti i verbi, ma loro continuavano a dire Hallo, hallo, poi buttavano giù. Li provai tutti e non ne funzionava uno, neanche quelli dai quali le altre persone avevano appena finito di parlare normalmente. Guido e Anna, stranamente, non erano affatto sarcastici, ma, anzi, un po’ preoccupati. Nell’estremo bisogno ho avvicinato una signora che aveva appena finito di parlare chiedendo se il suo telefono funzionava, e così ho saputo che se non pigiavo il bottone che fermava la moneta di là non mi sentivano. All’undicesimo tentativo la cosa è andata in porto. Solo a quel punto hanno confessato che non avevano mai provato a usare il telefono; avrei dovuto insospettirmi.Il paesaggio era molto verde, le prode dei fiumi erano coperte di erba fino all’acqua, senza quella fascia di terra erosa che c’è da noi. Adesso, che piove tanto, anche l’Arno ha le prode verdi fino all’acqua, ma per anni questa mi è sembrata una caratteristica dell’Inghilterra, delle favole e dei disegni dei bambini.A Edimburgo era grigio e pioveva, ma fra i tetti che si vedevano dall’alto dell’ufficio del turismo luccicavano moltissime cupole di rame. Del paesaggio scozzese, che visto poi in fotografia o nei film dev’essere imponente e bellissimo, ricordo solo che mi era familiare, anche visto dal palazzo degli antichi Re di Scozia.Quello che non era familiare erano le persone, in particolare un uomo, identico a un leone, rosso di pelo e di pelle, coi lineamenti carnosi e che per di più urlava Dundee! da solo nella stazione. Alla sera Guido, che era l’adulto della situazione avendo quasi quarant’anni, mentre noi ne avevamo venti, era stanchissimo. Si era addormentato e non c’era modo di smuoverlo, così Anna e io, dopo avergli lasciato tutta la nostra scorta di dolciumi, siamo uscite a mangiare da sole. Siamo andate in un vero ristorante tenuto da due vecchiette in nero e abbiamo mangiato del vero pesce al burro, buonissimo, l’unico vero pasto di tutto il periodo, ed economico naturalmente.Di lì abbiamo attraversato la Scozia fino all’imbarco per l’Ulster. Tappa seguente Belfast, per vedere come stavano veramente le cose. Dalla stazione marittima alla città di nuovo piovischiava, c’era un’aria fangosa e povera, la città invece era in stato di assedio. La scelta della pensione era l’unica cosa pensata con cautela: nella zona protestante, presso l’anziana vedova di un marinaio, dovevamo dichiararci svizzeri di Lucerna, protestanti, ma questo non interessava nessuno. Nella lista degli ospiti passati, che non erano tanti, mi è sembrato anche di vedere il nome, familiare e pisano, di Pino Masi, che infatti ha scritto delle canzoni sulla lotta degli Irlandesi. Svizzero di Lucerna anche lui.Subito fuori dalla porta c’era la cabina del telefono, ma era completamente distrutta da un’esplosione, come molte altre cose in giro. Nel centro della città, che era bello e luminoso, passavano di continuo camionette militari con un ufficiale in piedi davanti e un soldato accoccolato con il mitra sul treppiedi puntato in orizzontale dietro.Fuori dal centro i segni delle esplosioni o i buchi neri delle case bruciate erano molto frequenti. Ovunque si andasse si veniva perquisiti, all’entrata e all’uscita. All’inizio faceva impressione, ma molto presto diventava un gesto meccanico e rassegnato mettersi in coda come tutti e aprire la borsa. Così, quando poi hanno cominciato a farlo a Parigi, mi è sembrato del tutto normale. Girando per la città abbiamo trovato, un po’ discosto, un immenso palazzo grigio pieno di finestre specchiate e circondato da un muro di sacchetti di sabbia. Guido, che fotografava le cose, ha cominciato a scattare e, immediatamente, dalla casa è uscito un drappello di soldati che ci ha portati in quello che era il quartier generale dell’esercito inglese. Il portone si è richiuso dietro di noi. Sequestrata la macchina fotografica, ci hanno lasciato in un cortile grigio in cui un gruppo di soldati scaricava le armi, rovesciando i bossoli su un mucchio di sabbia, e sono spariti.Lì ho pensato distintamente: ecco, adesso ci fucilano. E siccome la situazione era critica, tutti abbiamo stretto i denti e taciuto, che era l’unica cosa da fare. Portati di stanza in stanza, tutte squallide e vuote, abbiamo aspettato per un tempo che è sembrato lunghissimo.In queste situazioni fumare è una grande risorsa, e quando ho chiesto da accendere a un soldato, che l’ha fatto sorridendo e senza dire ultima sigaretta, ho capito che per quella volta era andata. Alla fine sono tornati con la macchina fotografica di Guido ormai senza pellicola e ci hanno riportato fuori.L’altro evento è stato una domenica pomeriggio in cui loro sono andati al cinema a vedere un film di Bunuel, ma io avevo intravisto passare due giovani magri coi capelli lunghi che portavano un’asta lunghissima con qualcosa di rosso arrotolato. All’epoca ero una militante di Lotta Continua e nel viaggio quei discorsi e quei simboli mi mancavano acutamente. Così ho deciso di andare alla manifestazione e mi sono lanciata all’inseguimento dei due, che nel frattempo erano spariti. Ho passato tutto il pomeriggio a cercare la manifestazione, all’inizio a caso, poi chiedendo anche, sempre più ansiosa e sudata, fra la zona cattolica e quella protestante, fra case smozzicate e avanzi di incendi, se c’era una manifestazione lì vicino, raccogliendo occhiate giustamente sospettose o ostili, senza trovare l’ombra di un assembramento. A buio sono tornata alla pensione con le pive nel sacco. Alla televisione passavano le immagini della manifestazione che non avevo trovato, perchè forse era in un’altra città: barricate, arresti, feriti, forse morti.L’ultima avventura è un signore italiano che abitava lì e vendeva bambole in un mercatino. Ci aveva chiamato lui, sentendoci parlare in italiano, si faceva passare per polacco, ci ha dato in gran segreto dei volantini: io li ho nascosti nello zaino e poi sono finiti in campagna. Quando li ho letti mi sono sembrati abbastanza moderati. Passati accanto alla grande storia senza capirci niente.Dublino era bella e aulica e ormai eravamo più scafati. Il posto per dormire ce l’aveva indicato un taxista, presso una famiglia sua amica che stava su una collina e ci aveva allestito una specie di camerata in garage. Era una famiglia molto irlandese, la padrona di casa si chiamava Shona, aveva due figli grandi, belli e gentili, che ci offrivano il tè, e uno piccolo tondo e rosso, vivacissimo, perla dei suoi occhi e di tutta la famiglia, che si chiamava Shon. Tutti avevano nomi tipici e tipica pelle irlandese; alle mie orecchie parlavano un inglese molto scorretto e con una pessima pronuncia. Ci siamo infiltrati nel Trinity College che odorava di Joyce, dove tutti, dai giardini agli studenti, mi sembravano belli, eleganti e brillanti, tutt’altra cosa rispetto a noi.Poi ho qualche ricordo solitario: un canale di cemento con un rigagnolo d’acqua, molte valve di conchiglie rigate e un gruppo di bambini che le raccoglievano. Avevo spiegato loro che venivo dall’Italia, ma erano rimasti scettici. Le conchiglie le ho ancora.Di notte la marea doveva infilarsi e risalire il canale. Una sera ho camminato e camminato per arrivare al mare, cioè all’oceano e per il tramonto ci sono arrivata, c’era la sabbia come da noi ma l’aria azzurrina.Di tutte le tappe di quella vacanza, Dublino è l’unica città che ho rivisto e di cui non ho riconosciuto niente, neanche il Trinity College, che pure è sempre lo stesso. Mi è sembrata più povera, anche se adesso è in una fase di boom economico, con brecce di postmoderno e piena di studenti italiani. Nessuna traccia di canali di cemento in cui si scendeva con la scala, impossibile arrivare al mare se non con l’autobus, però ho visto la marea alzarsi e alghe atlantiche, lunghe e piene di moscerini. Altrettanto Joyce della prima volta, ma in luoghi diversi.Il ritorno in traghetto verso l’Inghilterra, più lungo del viaggio di andata, era cominciato bene, con il sole e famiglie che facevano merenda nella hall. A un certo punto il mare ha cominciato a ingrossarsi, il cielo si è coperto e i marinai sono diventati sempre più nervosi e frenetici, finché hanno distribuito a tutti i giubbotti salvagente. Dopo poco il bagno è diventato inagibile per il vomito e non c’è più stato verso. All’aperto si prendevano delle gran zaffate d’acqua, per cui tutti stavano chiusi in coperta, dove vomitavano. Alla fine vomitavano anche all’aperto e bisognava cercare di tenersi sempre sopravvento. Guido, sempre alla ricerca di fotografie sensazionali, si era arrampicato nel posto più alto della nave, ma un’onda l’aveva preso in pieno inzuppando la macchina fotografica fortunosamente sfuggita all’esercito inglese ed era arrabbiatissimo.Loro avevano il cosiddetto piede marino, io non so nuotare ma ho lo stomaco buono e avevo imparato a mettermi il giubbotto salvagente andando in barca con loro, così ero sicura di non affogare. Anna era preoccupata che io avessi il mal di mare e io ero preoccupata che il bagno fosse inagibile, così quasi tutto il viaggio l’abbiamo fatto apollaiate su una torretta cantando canzoni di lotta e anarchia fra i cavalloni.C’era solo da aspettare. All’arrivo la nave era devastata, sbarcava una popolazione livida e sbattuta, ma noi ce l’eravamo cavata e avevo un bagno a portata di mano. Al ritorno a Londra, alla vigilia della partenza, il freddo si era trasformato in un caldo afoso. Mio padre aveva ordinato un timone a vento e io dovevo andare a ritirarlo in un quartiere elegante e portarlo in Italia.Recuperato il pacco avevo ancora un po’ di tempo, e quando ho visto un bel giardino circondato da una palizzata di ferro nel centro di una piazza ci sono entrata. Salvo due operai che aggiustavano qualcosa, ero da sola. Dopo aver esplorato tutto era ormai venuta l’ora di andare e sono tornata al cancello, che però era chiuso a chiave. Fatto il giro della recinzione non c’era modo di uscire. Il tempo passava e stavo pensando se era meglio provare a scavalcare il recinto, che però non aveva appigli ma punte acuminate o mettermi a urlare per richiamare l’attenzione, anche questo poco efficiente perchè c’era molto traffico e un gran rumore. La situazione stava diventando veramente critica quando nei vialetti è comparsa una signora elegante con i cani al guinzaglio. Sono andata da lei con il mio grosso pacco e le ho chiesto come si faceva a uscire usando tutte le regole grammaticali di cortesia, non si sa mai. Lei era molto educata, ma un po’ inquisitiva: per prima cosa mi ha chiesto come ero entrata e se ero straniera, poi mi ha spiegato che quello era un giardino privato in cui entravano solo i proprietari. Io annuivo, ma l’ho guardata sbalordita e incredula che ci fosse un bene privato in un luogo così pubblico. Ha preso la chiave, ha aperto una porta e mi ha liberato, me e il grosso pacco col timone incartato.Nel volo di ritorno, questa volta a notte fonda, ci sentivamo dei reduci, o almeno io mi sentivo tale: quasi fucilati, quasi naufragati, e in più, di mio, quasi imprigionata nottetempo in un giardino privato inglese e quasi implicata nella guerra civile dell’Irlanda del Nord. Davano da mangiare un piatto freddo con la gelatina che era un sogno.


Il ritorno {Anna}

A babbo, che avrebbe capito e riso con noi

L’ambulanza viaggia veloce, ma senza fretta, lungo la statale da Grosseto a Siena. Intorno scorrono le immagini di una campagna vecchia e conosciuta, fattorie e pecore e olivi; piccoli borghi medievali in alto, sui crinali delle colline e sui fianchi boscosi dell’Amiata.Porte e mura in pietra dei paesi scorrono ai lati, ma l’ambulanza non ha finestrini laterali, non c’è visuale sul paesaggio. All’interno ci sono un uomo vecchissimo, legato a una barella ma cosciente, e una donna di mezza età che lo osserva e cerca di intrattenerlo, nel viaggio verso l’ospedale di Siena. L’ambulanza è vecchia e ha sospensioni rigide: il viaggio è un sobbalzo continuo sull’asfalto malmesso, sugli eterni lavori in corso per rendere la strada più sicura.L’uomo è davvero vecchio e magrissimo, come se il tempo vissuto lo avesse consumato ormai quasi completamente. Il suo anno di nascita è il 1910, ha vissuto e ha ricordi precisi della prima guerra mondiale. La donna che lo assiste lo chiama babbo, cerca di condurre con lui un discorso leggero e di far passare il tempo.L’impresa è resa difficile dalla malattia del vecchio.Ha battuto la testa e ha un’emorragia cerebrale, che ha invaso la zona del cervello preposta al linguaggio. Il vecchio sa cosa vuole esprimere, cerca le parole e ne trova altre, diverse, incongrue.Si ascolta e si irrita per questi scambi. È stato un uomo colto e spiritoso, padrone della lingua con la quale descrivere concetti, ragioni, ordini, critiche o atti quotidiani, e ora il cervello, proprio il suo ottimo cervello, lo tradisce.Questo strano male non lo spaventa, lo irrita.La figlia invece è preoccupata per ciò che è accaduto nelle poche ore trascorse da quando il vecchio, sfuggendo al suo controllo, è inciampato su un gradino ed è caduto in mezzo a una strada del paese.
Sui sedili davanti, il guidatore e il suo amico infermiere chiacchierano per conto loro. Sono di un paese di mare, di pescatori, e si raccontano a vicenda di amici comuni, di pomeriggi alla spiaggia, di miracolose pesche di telline. D’un tratto una volante della Stradale si affianca all’ambulanza, il poliziotto chiede all’autista se hanno bisogno di scorta. L’infermiere lancia un’occhiata sul retro, poi scuote il capo. Lui sa, l’ha già capito, che non ci sarà un viaggio di ritorno, per il vecchio.
La donna ha un ricordo lontano.– Babbo – inizia – ti ricordi quando, con Guido e Serenella, eravamo andati, un’estate, in Inghilterra?Al vecchio gli occhi brillano. – Era più di trent’anni fa – dice la donna.– Avete fatto dei bei limoni, tu e Guido – risponde il vecchio.La donna fa finta che limoni significhi viaggi, e prosegue il suo racconto.– Il viaggio di ritorno fu un disastro. Eravamo partiti da Londra la sera, e arrivammo a Pisa tardissimo. Eravamo ragazzi, non ci pensavamo proprio a programmarci i viaggi, gli orari, i pernottamenti. Alla stazione di Pisa, che raggiungemmo a piedi dall’aeroporto, carichi di bagagli, c’era ancora un ultimo treno per Grosseto. Non proseguiva oltre per arrivare a casa nostra, né per Roma dove doveva andare Serenella. Del tutto disinformati, prendemmo il treno all’una di notte e arrivammo a Grosseto alle tre. Davanti alla stazione di Grosseto c’era allora, ma mi pare ci sia anche adesso, un’aiola erbosa, al centro della quale sta il monumento al buttero maremmano.Il vecchio sembra assopito, ma alla parola buttero i suoi occhi si spalancano.– Quelli che rubano i fancelli? – chiede.La donna non sa come né perché correggerlo; fa un distratto cenno del capo e prosegue.– Così, alle tre del mattino, tirammo fuori i sacchi a pelo dagli zaini e ci sdraiammo nell’aiola. Era una bella notte d’estate, faceva caldo, non c’era neppure umidità. Fra chiacchiere e risate, cominciavamo ad assopirci, quando tutt’a un tratto un terzetto di poliziotti ci si materializza davanti e ci sveglia. ‘Signorina, signorina’, mi urla uno nell’orecchio, strattonandomi per un braccio e cercando di farmi alzare da terra. ‘Che c’è? Cosa volete?’, chiedo io, non ancora del tutto lucida. ‘Non si può dormire qui, per terra. Favorite i documenti’. Eravamo imbarazzati e confusi su che fare. Ebbi all’improvviso un’idea e citai il tuo nome: ‘Questo è mio fratello, questa mia cugina, e io sono la figlia del direttore della fabbrica di Orbetello. Abbiamo perso l’ultimo treno, aspettiamo il primo che parte domattina’. Gli facemmo vedere i documenti e il risultato fu che, nel giro di cinque minuti, passarono da un atteggiamento repressivo: ‘Documenti!’, a uno moralista: ‘Ma come, delle signorine sdraiate per terra! Non sta bene!’, a uno protettivo, dicendo che avrebbero sorvegliato loro perché non ci capitasse nulla di male. E così, in quella circostanza, bastò fare il tuo nome per avere un risultato sorprendente.– Certo che mi conoscevano – dice il vecchio, di nuovo attento – la fabbrica e la … come si dice… ginosia predale? Erano vicine, proprio sull’Aurelia a due fichi di distanza.La donna ride, meno tesa, adesso.Intanto fuori il paesaggio è cambiato. Dopo una galleria l’ambulanza corre su viadotti altissimi o in mezzo a boschi di castagni verdi e bruni. Ai bordi della strada, auto ferme e cercatori di funghi, o forse cacciatori, che si inoltrano nei sentieri con il cane saltellante al fianco. Il vecchio ricomincia ad agitarsi, vorrebbe slegarsi. La donna gli prende una mano fra le sue.– Stai bravo, babbo! – raccomanda, e ricomincia a parlare.– Più tardi, quella stessa notte, successe una cosa davvero straordinaria. Ero di nuovo caduta in un sonno profondo, eravamo stanchissimi, dopo una giornata piena e un viaggio faticoso. D’un tratto mi sveglia uno scroscio d’acqua, come la cascata di un ruscello a pochi passi dalla mia testa. Apro gli occhi, allarmata, e non capisco cosa stia succedendo. Ma lo scroscio prosegue, a lungo, almeno tre, quattro, forse cinque minuti. Intanto si sentono anche alcune voci rudi che incitano: ‘Yoh!’ e ‘Avanti!’. Alla fine mi giro. Alle nostre spalle, sull’altro lato dell’aiola, vedo una lunga carovana di elefanti, tutti in fila uno dietro l’altro; e tutti fermi ad aspettare una femmina che stava facendo pipì. Erano almeno una decina di elefanti, grigi, nel primo crepuscolo, ancora prima dell’alba. Le voci erano quelle degli inservienti di un circo, che conducevano gli animali al treno. Li portavano alla stazione prima che sorgesse l’alba, nella città deserta e fresca della notte. Più volte un inserviente cercò di far avanzare la fila, frustando la femmina che pisciava, o anche altri elefanti dietro di lei, ma nulla. Finché lei non ebbe finito e non fu ripartita, nessuno dei suoi compagni si mosse. L’aspettavano tutti. Ci pensi, babbo? Quella pipì lasciò una pozza sulla strada, così grande che sembrava un’alluvione. Abbiamo rischiato di annegarci! – esagera.Il vecchio guarda sua figlia, ma sembra non capire.– Erano disti pelosi? – chiede.

NOTE

Guido Pegna, fisico sperimentale e responsabile del Museo di Fisica di Sardegna, ha fatto vari mestieri. È vittima di irresistibili curiosità che vanno dalla creazione di musica minimalista all’ottica quantistica all’aquilonismo estremo. Si esibisce con spettacoli di esperimenti dal vivo. Nel 2003 ha pubblicato per la effequ il racconto Le bietole della marchesa nella raccolta La musica del vino, nel 2005 il racconto Il preside Ancona nella raccolta Il sapore del fumo; ha pubblicato racconti anche per Springher e nel portale Ulisse-nella rete della scienza.
Serenella Pegna è nata a Parma e vive a Pisa, dove lavora in università. Non riesce a raccapezzarsi di quanto poco gli altri due si ricordino di questo viaggio.
Anna Pegna, di professione informatica, vive a Torino da 29 anni ma continua a credersi toscana. Nel 2005 ha pubblicato per la effequ il racconto Non c’è nulla di male nella raccolta Orme di gatto.

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