Esercizi di identità e molto buonumore

alla presentazione sassarese del Metodo del diavolo

Non c’è nulla da fare. E’ più forte di noi. Una presentazione che si rispetti di un autore sardo che voglia essere rispettato in patria deve passare le forche caudine delle problematiche identitarie. Così è stato anche sabato 5 dicembre in occasione dell’incontro tra Vittoria Bogo Deledda e i suoi corregionali del Capo di Sopra. All’inizio per la scrittrice si è messa male. La poverina aveva trascorso tutta la mattina della data in questione dal parrucchiere e da un comune castano era passata a un biondo grano striato argento assai sospetto. La platea non ha gradito. I due splendidi attori che l’accompagnavano, Nerina Nieddu e Carlo Pinna, prontamente hanno raddrizzato il tiro. Carlo si è presentato con la camicia candida degli avi pastori nei giorni di festa, pantaloni di velluto nero e bottone di pregiata filigrana al collo. Nerina era scalza in ossequio ai tempi andati e portava una tunica del tutto simile alle vesti delle sacerdotesse nuragiche. La platea ha applaudito riconoscendo chiari segni di appartenenza a un’integrità originale e remota che la sola Sardegna può ancora sfoggiare, perla del Mediterraneo, isola come un’infanzia, ultimo superbo baluardo alla massificazione imperante. Forse con l’intento di rompere il ghiaccio un signore dall’aria arcigna ha chiesto a Vittoria se Bogo fosse per caso un cognome svedese e se Deledda risultasse il patronimico del marito o un’aggiunta tardiva o magari il nome d’arte. E’ il cognome di mia madre, ha risposto lei stizzita e ha voltato le spalle. Secondo errore. Non si voltano mai le spalle a un uomo di quarant’anni più vecchio che si sta informando sul tuo status e che ha diritto a conoscere i tuoi ascendenti fino a sette generazioni indietro. Anche oltre, se vuole. Gli attori hanno dato il via alla serata drammatizzando alcune pagine del romanzo. Però sull’onda dell’entusiasmo che sempre contraddistingue i buoni attori, hanno sbagliato pagine citando mangrovie, sciamani e leoni. Le loro voci hanno percorso la sala destando un mondo emigmatico e opaco, un regno di fantasie astruse di sicuro situato al altre latitudini. Che roba era? E dov’era la Sardegna? Ironie a parte, non è facile per i sardi sfuggire al morbo identitario che li vuole funestati da imprecisati rimorsi e pungenti nostalgie, sballottati tra ciechi orgogli e crisi depressive, perennemente incerti se vergognarsi del proprio passato (di poveri) o se esserne fieri in un moto di esaltazione acritica e insipiente. Terminata la performance degli attori in un tripudio di tamburi africani, la scrittrice ha finalmente capito l’andazzo e in umiltà ha chiesto scusa per essere meticcia. La platea ha perdonato disponendosi a un ascolto più sereno. In definitiva è andata bene. Alla domanda se l’essere sardi conferisca un carattere particolare alla scrittura e in cosa consista questa particolarità, ancora non sappiamo rispondere. Neppure è chiaro se l’essere ibridi e geneticamente modificati possa costituire un ostacolo insormontabile per ottenere, magari in un lontano futuro, magari post mortem, un posticino tra i custodi della Sardità. Tuttavia siamo fiduciosi. A volte una sana ignoranza è più produttiva di un tormentoso sapere. O no?

Un particolare ringraziamento va a Mimmo Bove e Mariangela Porru per l’affettuoso sostegno.

Vittoria Bogo Deledda

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