Il cambio

Erzincan, Turchia centrale, fine agosto 1973

Notte tra martedì e mercoledì

Nel buio della tenda, un urlo. Assordante, impossibile, assurdo, non smette più: è un fischio sempre più forte, una sirena, si avvicina, aumenta ancora. Viene verso di noi. Cerco di svegliarmi, ma l’urlo esce dal sogno, rimane reale, cazzo, che cos’è?

Il sacco a pelo è una prigione da cui cerco di scappare, ho i vestiti addosso, le mani si impigliano, urto Maria che si agita e cerca di uscire anche lei. Dov’è la pila?… poi un po’ di luce lampeggia nella piccola tenda, apriamo la cerniera, ci affacciamo sulla notte. C’è un faro largo e concentratissimo che si muove nella campagna arida, avanza piano illuminando i cespugli accanto a noi, ci affianca e ci passa accanto sferragliando.

È solo un treno, un cazzo di treno che arranca nella pianura. Una sequenza di vagoni bui trainati da una lenta locomotiva diesel con quel faro esagerato. Un mostro meccanico che scorre a pochi metri dalla piccola tenda canadese, e che se ne va via piano passandoci accanto sgangherato e minaccioso. Indifferente allo spavento che provoca. Il fischio è cessato, non c’è più. Il silenzio riprende il suo dominio. Ormai siamo fuori tutti e tre, bassi su quella terra arida, osserviamo il fanalino rosso che si allontana traballando sui binari che ora possiamo vedere.

Respiriamo, ci guardiamo. Fa freddo, le nostre facce non hanno un bell’aspetto, assonnate e impaurite. Maria ha gli occhi gonfi, i riccioli neri scompigliati, si arrotola intorno alle spalle il sacco a pelo. Gino è ancora a bocca aperta, vedo la barba e il naso lungo e sottile; si alza in piedi e si gira intorno.

– Ma pensa te – dice – un treno turco, chi aveva visto le rotaie?!

Quel fischio era per noi? Chissà se il macchinista ha visto la nostra piccola tenda nella pianura. Forse ha voluto avvertirci, facendosi sentire come fa quando vede gli animali vicino ai binari, per farli scappare. Lo sferragliare si allontana lasciando un’eco di silenzio. Torna il buio, le stelle riprendono a dardeggiare. Piano piano torniamo dentro, di nuovo nella piccola tana ingombra, cerchiamo di riprendere un posto.

Gino bofonchia dalla sua parte, intravedo appena la tela della tenda a pochi centimetri dal viso, mi stringo a Maria, vorrei proteggerla, sono ancora agitato, ho fame. C’è da aspettare l’alba, non sarà facile dormire ancora.

Domani dovremo cambiare le lire italiane e speriamo bene. Qui non le conoscono quasi, nelle banche accettano solo i dollari o i marchi tedeschi come quelli che mandano a casa gli emigrati, e noi non abbiamo molta scelta. Abbiamo dei dollari anche noi, cambiati in banca prima di partire per il grande viaggio, ma solo in pezzi da cento e non possiamo cambiare cento dollari in lire turche. Al massimo dopodomani saremo in Iran, la mitica nostra meta, la magica Persia dei sussidiari delle elementari. Non possiamo arrivare con una considerevole parte dei nostri soldi convertita in lire turche, sappiamo che là non le vuole nessuno: significherebbe perdere un buon venti o trenta per cento al cambio, e non possiamo permetterlo, sarebbe una cosa da pivelli.

Qualche giorno fa abbiamo provato due volte a cambiare solo dieci o venti dollari del nostro bigliettone da cento, chiedendo il resto nella stessa moneta, ma abbiamo ottenuto solo risate e battute incomprensibili, probabilmente indirizzate alle nostre mamme o sorelle, o alla buona Maria che era con noi. Dovevamo cambiarle assolutamente ad Ankara, la capitale, prima di ripartire, ma invece siamo andati avanti senza poi averlo fatto.

Ieri abbiamo provato a Erzurum, l’unica grande città incontrata, ma le lire italiane non le hanno volute e ai dollari non facevano resto, così noi non abbiamo ceduto e il bigliettone è rimasto nelle nostre mani. Poi si è fatto tardi e le banche si sono chiuse. Io veramente, nell’ultima banca, ero stato sul punto di cedere: avrei accettato di cambiare il centone e vaffanculo, avremmo risparmiato un’altra volta. Almeno la sera avremmo mangiato qualche ottimo stufato turco e dormito da signori. Ancora una volta, quando una situazione non sembra avere vie di uscita non lotto fino alla fine, cerco di essere realista e tengo un profilo basso, non sfido il nemico invisibile, il Caso. Anzi, quasi ci confido, nel caso, cerco di capire i suoi avvertimenti e di seguirne gli inviti; o almeno di non rendermelo nemico. Entrambi i miei compagni però non hanno voluto accettare compromessi, nelle contrattazioni mi hanno fatto essere irremovibile. Ero io a parlare grazie al mio inglese appena meno stentato, loro suggerivano a me quello che dovevo dire, che già facevo fatica anche da solo. La loro insistenza non ha favorito la tolleranza degli interlocutori locali, le facce degli impiegati di banca si facevano sempre più turche. Alla fine non c’è stato verso, siamo usciti senza una lira.

Così siamo andati avanti comunque, anche senza soldi turchi. Dopo aver mangiato qualcosa, per strada eravamo proprio senza. Non c’era altra possibiltà che andare, fare chilometri. Abbiamo viaggiato fino a sera, mangiando in macchina pane schiacciato e un melone giallo e dolce, in quel momento buonissimo.


Stavamo percorrendo la grande direttrice dei camion che dall’Europa andavano nella ricca Persia e poi oltre, ma che in realtà era una normale strada asfaltata a due corsie con solo dei terrapieni abbastanza larghi ai lati, come una specie di corsia di emergenza strerrata. In quel tratto attraversava per lo più altipiani aridi e cespugliosi dai declivi dolci ma continui, distese di larghe e basse colline con le montagne lontane sullo sfondo. Non sapevi mai se andavi in leggera salita o in discesa, solo ogni tanto la nostra Volkswagen non andava più, a volte dovevamo mettere la terza. Il fedele maggiolino, solido acciaio tedesco, come diceva Gino. L’avevamo comprato di quinta mano per centomila lire compresa l’assicurazione, apposta per il viaggio. Eravamo partiti con due ruote di scorta, le taniche per la benzina sul tetto e latte di olio da camion di riserva incastrate accanto al motore, come chi andava nel deserto. Già prima di Istambul ci avevano rubato tutto quello che era all’esterno dell’auto, compreso il portapacchi, facendoci guadagnare così in aerodinamica. Incontravamo autotreni lunghissimi, molti dei quali americani, che correvano a tutto gas lanciando potenti sbuffi neri, ma anche carri trainati da buoi o a volte intere greggi che occupavano tutta la carreggiata. C’erano anche macchine moderne, soprattutto tedesche o francesi, che dall’Europa venivano guidate fino in Iran. Era un vero e proprio mestiere importare le auto così, comprarle di seconda mano in Italia o Germania e semplicemente guidarle fino a casa. Buono per gli emigrati che rientravano a casa carichi, o per gli studenti che frequentavano le università in Europa e si procuravano così il passaggio di ritorno. Anche a Firenze c’erano molti iraniani in quegli anni e proprio nella facoltà di architettura avevamo conosciuto Karim e gli altri. Stavano in cinque in un appartamento in periferia, all’Isolotto, e lì avevo preparato un esame con gruppo di studio in cui c’erano alcuni di loro. Erano sempre molto ospitali e forse incuriositi da noi italiani che ci interessavamo alle loro abitudini e al loro modo di stare insieme lontano da casa. Più di una volta ci avevano invitato nel loro paese per l’estate, promettendo grandi accoglienze da parte delle loro famiglie e nelle loro case.

Avevano un senso dell’ospitalità che sentivamo più antico del nostro, e ci pareva che fossero davvero contenti di avere ospiti europei da portare in giro, o forse da esibire a famiglie e amici. In tre o quattro del gruppo accettammo l’invito di andare da loro in Iran durante l’estate: ci mettemmo a fare progetti sempre più esagerati sul possibile viaggio. Loro rilanciavano con promesse di ospitalità in case fresche con giardini e fontane, cibi buonissimi e trattamenti da mille e una notte.

Progettammo perfino di preparare insieme un esame per la facoltà, un esame di urbanistica. Il soggetto avrebbe dovuto essere l’enorme quartiere bordello di Teheran: ci veniva descritto con le sue case, i negozi, i cinema, circondato da una cinta di mura con quattro porte ai lati, vera città dentro la città. I nostri amici iraniani sembravano pronti a tutto, pareva che per loro non ci fossero mai difficoltà, vantavano parenti importanti ovunque. Quando poi passammo dal progettare avventure esotiche svaccati sul divano, ai preparativi per partire davvero, le cose cambiarono, nacquero esitazioni, si paravano difficoltà a ripetizione e nessuno di noi italiani pareva più disposto a osare tanto. Alla fine, quando dissi io ci vengo davvero, Karim e gli altri non arretrarono di un millimetro dalle loro promesse. La grande avventura nacque così. Sapevo che avrei avuto con me Maria, prima vera compagna di vita, mica una fidanzatina da suonare il campanello alla casa dei genitori e aspettarla in strada, mangiare la pizza e andare al cinema per avere un po’ di oscurità da condividere. Con lei non era così, viveva da sola in un’altra città, studiava al Dams di Bologna, era già stata in Grecia con la tenda e il ragazzo, in Vespa. Raccontava che lui per tutto il tempo aveva guidato portando con sé la chitarra appoggiata tra le gambe dietro il manubrio.

Quando le avevo accennato all’invito di Karim mi aveva risposto subito di sì.Quasi all’ultimo momento si era aggiunto Gino.

Era nel mio corso ad Architettura, ma lo conoscevo tutto sommato poco. Era sempre in evidenza quando c’era da fare casino in facoltà. Parlava al microfono nelle assemblee soffocanti, o nelle riunioni di quell’anno in cui tutto pareva sul punto di prendere fuoco.

Alla fine mi ero trovato a preparare un esame di gruppo insieme a lui e ai persiani e così avevano fatto conoscenza. Loro ovviamente invitarono a casa anche lui, e quando seppe dei preparativi del viaggio, senza che nessuno lo avesse granché invitato, si aggregò subito. Ero perplesso, mi pareva soprattutto che non potesse tollerare l’idea che altri facessero qualcosa di grande senza di lui. Che potessero farne a meno. Non seppi prendere una posizione decisa, anche Maria non ebbe vere obiezioni e lasciammo andare le cose per il loro verso, pensando che forse poi non sarebbe venuto davvero, che magari si sarebbe ficcato prima in un’altra storia. Invece lui alla fine venne sul serio e diventò definitivamente Gino il socio. Anche lui prese a chiamarmi così di rimando, e l’equipaggio era ormai formato.

Sessantuno anni in tre, ero il più vecchio con i miei ventuno finiti: ora ci voleva una macchina. Ovviamente arrivare laggiù voleva dire andarci per strada, percorrere tutti i chilometri necessari, nessuno di meno, fare quello che i nostri amici persiani facevano regolarmente. Ci avevano spiegato tutto per bene, con i posti dove fermarci e le frontiere da attraversare e i visti da preparare, come al solito detto da loro pareva tutto facile. Poi trovai il maggiolino verde chiaro, era del ’64 con i paraurti doppi e l’impianto a sei volt, ma costava poco e aveva fama di auto indistruttibile. Solido acciaio tedesco, appunto, adatto a grandi imprese. Di lì a qualche giorno c’era il mio nome su un foglio allegato al cenciosissimo libretto di circolazione: quarto passaggio di proprietà. Non potevamo non farcela, avremmo guidato a perdifiato, avremmo attraversato le città e i deserti, incontrato luoghi nominati nella Bibbia e nel Corano, o nei racconti della principessa Sherazade che non voleva morire.

Il giorno prima, martedì pomeriggio

Dunque eravamo ancora in viaggio quella sera al tardo crepuscolo, forse le nove o più, ed eravamo alla fine arrivati alle porte della città di Erzincan, nel cuore della Turchia asiatica, a vederla sulla mappa ci sembrava proprio di essere al centro di quella terra rettangolare. Avevamo la benzina agli sgoccioli e dovevamo prendere una decisione per la notte. Impossibile pagarci anche solo un alberghetto ultra economico, quindi, non avendo dove dormire, era inutile anche entrare in città, sarebbe stato peggio. Così ci fermammo subito prima della periferia. C’era un distributore di benzina ormai chiuso, praticamente solo un piazzale asfaltato macchiato di gasolio, con il relitto di un camion incidentato, un piccolo gabbiotto, le pompe di carburante ben serrate, ma importantissimo per noi, un rubinetto per l’acqua che funzionava.Decidemmo di fermarci lì, in quel limbo fra campagna e città, senza abbandonare la strada, come se il rumore familiare dei camion che passavano ci facesse una qualche compagnia. Qualcosa doveva trattenerci nell’epoca moderna e controllabile, ci doveva far sentire meno persi in un tempo sconosciuto, meno soli in una terra così antica. Piazzammo la tenda canadese proprio a lato del piazzale, verso i campi aperti. Un impossibile equilibrio tra essere vicini alla strada e quindi non totalmente soli, e anche rimanere un po’ appartati, non troppo visibili da chiunque transitasse. Il crepuscolo avanzava veloce, gli occhi si abituavano al calare della luce e non ci rendevamo conto di come questa scomparisse in fretta. Quando finalmente la tana fu pronta ci trovammo calati in un buio quasi totale. Smozzicammo ancora qualche pezzo di nan ormai secco, fumammo pensosi qualche sigaretta nell’aria asciutta, seduti fuori su una piccola stuoia.

– Domani dobbiamo cambiare questi cazzo di soldi assolutamente, e fare colazione con abbondanti schiaccine calde, miele e tè. Ah, e fare benzina.

E Gino, puntuale:

– Bravo socio, hai fatto una scoperta, e poi ripartire da questo buco di culo di posto alla svelta.

– Quando abbiamo i soldi, magari per una volta si può partire con calma – dice Maria – diamo prima un’occhiata in giro, è da tanto che non ci fermiamo.

E io:– Facciamo un po’ di spesa. A che ora aprono le banche, alle nove ?

– Macchè le nove, socio, vuoi aspettare fino alle nove? Alle otto ci sarà una banca aperta fra questi fancazzisti di turchi, o no?

– Boh, e che ne so? Speriamo, socio. Ma mi sa di no.

– Domani si vedrà, tanto qui ci svegliamo presto.

Silenzio.

Guardiamo intorno e, inevitabilmente, il cielo pieno di stelle.

– Guarda la Via Lattea com’è vicina.

– Perchè siamo alti.

– Che cazzo dici, che c’entra? Siamo più a sud.

– No, è più buio

– La fame ti fa vedere buio.I camion si facevano più rari, la città era distante. Ero steso mezzo fuori dalla stuoia e Maria mi appoggiava la testa su un fianco, le carezzavo i capelli infilando le dita in quei riccioli neri.

Mercoledì mattina

Sono impacciato nei movimenti e anche un po’ indolenzito, ma non ho più fretta di uscire dalla tana tiepida. Vorrei continuare il dormiveglia ancora, ormai sto bene anche lì, non sono ancora pronto ad affrontare il giorno.

Dopo poco cominciano i grugniti e i movimenti.

– Che ore sono – chiede Gino – le sei?

Decidiamo di emergere. Fuori è grigio, come è sempre la luce all’alba. Non ho mai avuto la poesia della prima luce, mi trovo spesso in quei momenti straniato, inquieto.Ora è veramente tutto grigio, con la terra, l’asfalto e le case quasi dello stesso colore. Anche il cielo è grigio, sempre più chiaro. Non è troppo freddo per fortuna. Impacchettiamo le cose con insolita lena, ci laviamo un minimo al rubinetto, carichiamo la macchina e ci muoviamo.Entriamo in città. Non sono ancora le otto e il cielo continua a essere velato. La gente è già in strada, ma le facce che vedo non sembrano meno assonnate delle nostre. Le banche sono ovviamente chiuse e non si capisce quando hanno intenzione di aprire. Ci fermiamo in una piazza, non possiamo neanche prendere un tè se non cambiamo le maledette lire. C’è una fontana dove bevo a lungo una quantità esagerata di acqua fresca che mi scorre sulla barba fino all’orecchio.

– Ecco come farà colazione il socio d’ora in avanti, una bella corpata di acqua fredda e via, tutto gratis – sfotte Gino, mentre mi rialzo bagnato e con una sensazione non del tutto spiacevole di fresco e pienezza allo stomaco.

Alle nove e venti siamo finalmente all’interno della Turkije Etibank che aspettiamo. Stanza grande semivuota, guardie con scarponi sfondati e fucili da Far-West, grate agli sportelli e noi tre impazienti in mezzo.

Alla parete in alto c’è una grande fotografia di Ataturk il padre della patria che con la topa in testa guarda minaccioso: gli occhi sembrano azzurri anche nel bianconero. Mi viene in mente uno zelante fotografo che li ritocca con la sbianca, bagnando il pennello con la lingua.

Un impiegato è sparito in un’altra stanza da almeno dieci minuti, con il nostro foglio da diecimila lire italiane. Osserviamo il cartello change/excange che riporta le quote di dollari, marchi, sterline, dracme e altro, ma non delle nostre lire. E infatti l’impiegato ritorna con la banconota in mano, ce la porge, dice:

– Dollars, dollars, Italy no, go other bank. È chiarissimo, non protestiamo neanche, solo imprecazioni in italiano fra di noi, commenti di Gino su chi credono di essere questi turchi, con le loro lire che non valgono un cazzo e andiamo via socio prima che gli rispondo io. Sembra turco anche Gino, stropicciato dalla notte in tenda con i capelli neri lisci e unti, il naso affilato e gli occhi gonfi più sottili del solito. Mi chiedo cosa risponderebbe, ed eventualmente in quale lingua, temo che la sua aria da bulletto di paese in trasferta lo costringa a qualche inutile battibecco. Mi torna in mente quando con Maria siamo andati a prenderlo quindici giorni prima con la macchina appena comprata a casa sua, un paesotto con porto giù sull’Adriatico. Abita in una casa a pianterreno, unico figlio del proprietario dell’unico cinema del paese.Ricordo come protestava sgarbato davanti a noi con la mamma perché le camicie che gli aveva stirato non gli cascavano bene. Maria osservava la scena perplessa. E lei, la mamma, guardava entrambi, ma soprattutto me con astio impotente. Cosa volevamo noi che giravamo da soli con quel catorcio, che eravamo venuti per portarglielo via? I traviatori forestieri che mettevano in testa al suo Gino questa strana idea del viaggio in tenda, così lontano e assurdo, invece di lasciarlo fare comodamente il vitellone in paese, viziato da mamma sua. E chissà come se la tirava lui, da ragazzo, a poter vedere tutti i film che voleva nel cinema di papà, magari facendo entrare gratis questo sì o questo no dei suoi amici, secondo l’umore del momento. E avere una bella chance da spendere al bar con le ragazze nelle umide serate invernali, quando in giro non c’era niente da fare.Ora, lontano da casa, sembra però avere perso un po’ di spavalderia. Intanto usciamo scornati in strada, non ho provato nemmeno a proporre di cambiare i cento dollari in pezzi da dieci, non è aria, cerchiamo other bank.

Nella seconda banca si ripete più o meno la stessa scena, con l’unica differenza che cominciamo ad aspettarcelo e quindi riusciamo a chiedere più garbatamente come possiamo fare, dove andare. National Bank, è la risposta con cui ci liquidano. Esiste in effetti una National Bank in città, la troviamo dopo diversi giri in un quartiere residenziale. L’edificio è più monumentale e pretenzioso degli altri, ma l’accoglienza ancora più diffidente: quasi non ci fanno parlare, non sentono ragioni sulle lire italiane, no possibile. Certo non assomigliamo agli occidentali benvestiti che vedono e magari invidiano in tv o sui giornali, cosa vogliono questi straccioni con quelle lire che sembrano le nostre? Che tirino fuori i soldi veri, o vadano al diavolo. Questo ci pare che esprimano quelle facce baffute, è meglio lasciar perdere, usciamo indispettiti imprecando a mezza voce. Sì, ma per fare che? Abbiamo fame, sete, siamo stufi. Sembra inevitabile cambiare tutti i dollari in moneta turca, anche se in banca ci hanno confermato che in Iran non le vogliono proprio. Siamo in strada, c’è gente ovunque, i negozi sono aperti nella mattina ormai inoltrata, ma non per noi. Sento lo stomaco stretto come un cartoccio vuoto. Molti ci guardano incuriositi passando oltre, e questa non è una novità, alcuni ci fissano proprio, dritti dai tavoli dei bar da tè. Gino sbraita con la mano tesa verso la banca, Maria gli dice di stare calmo, lui dice calmo un cazzo, qui va tutto affanculo per questi stronzi.

– Se non ti vengono idee brillanti allora stai zitto – dico io, ma non so che fare.Ieri sono stato sul punto di accettare un cambio sfavorevole, ma ora che non c’è scelta non vorrei essere proprio io a concedere di essere così sconfitti. Sento che siamo incartati anche fra di noi, c’è l’orgoglio a complicare le cose, a renderci nervosi.

– Proviamo un’altra banca – dico alla fine.

E Gino: – Sì, per farsi fottere come stronzi.

– E troviamoci qualcun altro che cambi soldi, ci sarà un mercato nero, no? – dice Maria che finora si era tenuta abbastanza in disparte.

Brava la mia piccola che non si perde d’animo. Non deve essere il massimo per lei sopportare i nostri battibecchi. Mi accorgo che avrei voluto essere solo con lei ad affrontare le difficoltà.

Nello sciame di persone che ci passa accanto se ne ferma uno che attacca discorso:

– Hello mister, where do you come from? What you want?

Ecco, ci mancava il rompicoglioni ansioso di fare domande ai turisti. Come se ne avessimo incontrati pochi finora. Avrà trentacinque anni, immancabili baffi, una giacchetta chiara sulla camicia dal colletto largo e aperto che tiene fuori dai pantaloni.

Parla un inglese discreto per i nostri standard:

– Change money? No problem.

– Sì, ma sono lire italiane.

– No problem my friend, come with me.

– Sì, e dove?

– Lo so io dove, in una banca.

– Quale banca?

– No problem.

– Prendiamo la macchina?

– Don’ worry my friend.

Ci guardiamo sbigottiti. Da dove salta fuori questo? Dov’è la fregatura? Ma non possiamo lasciare cadere una promessa così allettante. Ci troviamo dunque nel maggiolino, Gino, al volante con il tipo al fianco, Maria e io dietro, gamba contro gamba, stretti fra i bagagli, ci stringiamo le mani, ora che non ci vede nessuno.Gino guida sciolto, anche troppo, tira le marce e fa commenti in dialetto sul traffico disordinato.

Il tipo sembra a suo agio:

– Turkish drivers very good.Come no, ce n’eravamo accorti già.

Gino:– Mah, vediamo dove vuole andare a parare questo.

– Stai attento, non ti infilare in posti che non ci piacciono – dico sottovoce.

– Qui si va dove dico io, tranquillo socio.E va. Per strade e incroci, fra camion, moto e carretti, con in alto i fili della corrente tutti intricati fra una casa e l’altra. Quando alla fine la nostra guida ci dice di fermarci e scendere, ci accorgiamo costernati di essere davanti alla prima banca dove siamo stati inutilmente stamattina. Ci cadono le braccia, è lì che vuole portarci il sòla.

– Come on, my friend, let’s go inside – dice imperterrito a noi che quasi lo maltrattiamo.

Figuriamoci. Alziamo anche un po’ la voce. Lui insiste, non sappiamo cosa fare. E, insomma, alla fine entriamo di nuovo.Ora c’è un po’ di gente, è quasi mezzogiorno e nello stanzone c’è più luce. Il nostro uomo ci fa sedere su un divanetto vicino alla finestra che dà sulla strada e dice di aspettare. Sparisce dietro una porta e dopo poco ritorna con un impiegato, uno diverso da prima. Ci chiede di vedere il deca, glielo consegniamo riluttanti, e subito se ne vanno entrambi.

Ci domandiamo sempre più dove sarà la fregatura. I poliziotti ci guardano neutri, incerti tra deferenza e arroganza. Ogni tanto parlano piano tra loro, forse i soliti commenti da caserma. Non torna nessuno per un quarto d’ora buono, poi arriva il tipo:

– No problem, change money.

Possibile?

– Do you want chai?

Sì che lo vogliamo, grazie, ma anche i nostri soldi, e alla svelta.

– Wait, please.

E aspettiamo, vuoi vedere che il tipo ce li fa cambiare davvero? Gino dice speriamo gente, io dico che dopotutto siamo in banca, non potranno semplicemente uscire da una porta e sparire. Intanto il tè arriva, con delle ciambelline secche all’anice che divoriamo famelici, briciole comprese. Poi arriva un nuovo impiegato, uno magro e di una certa età, con la barba grigia che tiene in mano le nostre diecimila lire. Va al banco, quello dietro le sbarre e si siede, guarda i soldi controluce. Mi avvicino e mi dice di aspettare. Ci sediamo di nuovo e arriva altro tè. Poi niente, solo attesa. Portano un libro grosso e pesante all’impiegato che aveva i nostri soldi. Mi alzo e mi avvicino ancora. Il librone sembra una specie di vecchio atlante mondiale delle monete. Ci sono le fotografie in bianco nero a grandezza naturale delle banconote di tutti i paesi, una pagina il fronte, quella accanto il retro, incredibile. Lui cerca a lungo la foto uguale al nostro bigliettone, non sembra convinto.

Dico che abbiamo fretta: wait, wait, dice lui. Torno al nostro divanetto. Arriva un altro impiegato, si siede accanto a noi e comincia cerimoniosamente a farci delle domande, le solite questioni cosmiche: chi siamo, cosa facciamo, dove andiamo, e anche di chi è moglie Maria. Poi torna anche il tipo incontrato per strada e dice che deve andare a casa.

– No problem, you wait – fa.

Come no, noi aspettiamo, ma digli di sbrigarsi.

La situazione sta diventando paradossale, sarà un’ora almeno che siamo qui seduti, quando sento chiamare:

– Hey mister!

Finalmente. Mi avvicino all’uomo dello sportello che mi scruta da dietro le sbarre. Ha posato il libro e ora ha un grosso mazzo di fogli da cento lire turche davanti. Verdi e grandi, mi sembrano i soldi che Totò sventolava nei film. Comincia a contarli lentamente e a impilarli davanti a me, borbottando i numeri nel suo inglese. So che ci dovrebbero spettare circa milleduecento lire, qualcosa meno se le commissioni sono care, una decina o poco più di quei fogli.

– Ten, eleven, twelve, thirtheen.

Be’, la commissione non è male allora, quattordici, quindici, sedici, quello continua serio ad ammucchiare accuratamente quei lenzuolini sgualciti. Ventidue, ventitre, trentacinque. Guardo appena indietro, non c’è nessun altro in fila, solo i due soci in attesa interrogativa. Torno a fissare il tipo, come ipnotizzato. C’è silenzio nello stanzone, un altro impiegato guarda da dietro di traverso. Sessanta, settanta, i soldi continuano a planare sul mucchio che aumenta di spessore, morbido e preciso. Non possono essere per noi, sono troppi. Ma allora perché ce li conta davanti? Aspetto più fermo che posso, non mi volto più, spero che loro due resistano, che non dicano niente, nessuna domanda. Centoquindici, centosedici, il tono di voce rallenta, centodiciassette, il cassiere si ferma. Allunga una mano, aggiunge due o tre banconote minori e infine fa cadere qualche spicciolo in cima al mucchio. Sgrano gli occhi.

– It’s ok? – dice alzando lo sguardo freddo sulle nostre facce intronate.

– Yes, yes, it’s ok! – dico automaticamente, ma è come se parlasse qualcun altro.

Come un sonnambulo allungo la mano verso i soldi, li prendo lentamente dicendo thank you very much. Gli altri si avvicinano, guardano i miei movimenti cercando di sbirciare il malloppo, temo di nuovo che possano fare commenti a sproposito.

– Va bene, va bene – dico a mezza voce.

Ormai sono un automa:

– Good morning, thank you – mi giro.

Raccogliamo la borsa e i giubbotti, me li trascino fuori.

– Zitti e usciamo senza correre.

Ma mi scappa da ridere mentre scendiamo a grandi passi i pochi scalini di marmo che danno sulla strada.

Siamo fuori, non succede niente di strano.

– Andiamo in macchina, ragazzi.

Il motore parte subito, bravo maggiolino fedele, andiamo.

– Ragazzi, si sono sbagliati, ci hanno dato il cambio di centomila!

– Cazzo socio, che dici?!

– Davvero, ma sei sicuro? – fa Maria, ma già ride anche lei.

– Eccome, hai visto quanti soldi, non ci posso credere.

– Che culo, questo è vero culo per i soci.

– E ora che si fa?

– Si scappa?

Gino guida più prudente del solito.

– Io non glieli riporto di certo. Col cazzo!

– Qui bisogna ragionare con un minimo di calma, prima di tutto mangiamo. A stomaco vuoto non si pensa bene – concludo con scialo di facile saggezza.

Ma tutti sono d’accordo.

Ed eccoci, eccitati e finalmente sazi al tavolo di una trattoria sotto una veranda di legno e lamiera. Non siamo molto lontano, ma comunque a distanza di sicurezza. Ora c’è un sole pallido e intorno la vita della strada procede indifferente a noi. Traffico fumoso, gente che cammina, che trascina carretti, gruppi di bambini con gli occhi seri già da grandi. Chiediamo altro tè che ci viene portato nei bicchieri piccoli, col piattino sotto e lo zucchero a zollette. Certo si sono sbagliati proprio bene. Qui non hanno familiarità con le lire italiane, diecimila lire sono sembrate tanti soldi. In effetti in qualunque altra moneta, diecimila franchi, diecimila marchi, diecimila sterline lo sarebbero state. Le nostre erano state le solite lire di Totò, insomma. Il paragone non mi dispiaceva.

Sì, ma ora dobbiamo decidere che fare e alla svelta. Quando si accorgeranno dell’errore i tipi della banca? Ci sarà un controllo alla chiusura? O salterà fuori quando le nostre lire saranno girate alla banca centrale? Forse proprio a quella National Bank dove ci avevano così maltrattato, vendetta del destino? O magari ci stanno già inseguendo, dopotutto ci hanno abbondantemente visto in giro per banche – quegli italiani straccioni con la loro auto verdina. Ci faranno cercare dalla polizia? – hanno il mio nome e il numero di passaporto.

Cercheranno di bloccarci in frontiera all’uscita? O forse passerà del tempo, giorni o settimane o magari non se ne accorgeranno mai? È un groviglio di ipotesi che ci scambiamo concitati.Ci rimangono due possibilità: restituire subito i soldi e fare una figura da signori, o più probabilmente da incomprensibili fessi europei, scoprire che nessuno pensava più a noi ed esporci al rischio di nuove estenuanti attese e spiegazioni e controlli… oppure fare il pieno, salire in macchina e continuare senza fermarci fino alla frontiera con l’Iran, passarla in nottata e ciao. Non ci sono altre possibilità. In realtà ci sono quasi settecento chilometri al confine, e al nostro ritmo di tre o quattrocento chilometri al giorno avevamo pensato di fare ancora una o due tappe in Turchia, magari dormendo la sera a Erzurum e la sera dopo a Dogubajazit, non lontano dalla frontiera per passarla di giorno.

Ci eravamo imposti, cioè ero riuscito a convincere Gino che si alternava alla guida con me, a non superare i sessanta chilometri all’ora, viste le strade e le tante buche in cui eravamo già inciampati con i nostri ammortizzatori esausti. Poi c’erano le soste, ovviamente, per fare il pieno, per la spesa, mangiare, bere vari tè come gli altri viaggiatori turchi, fare pipì nel deserto, sgranchirsi, scattare foto. Già, stavo dimenticando la bellissima Nikon F tutta nera e spigolosa che avevo con me: vedo la borsetta marrone ancora accanto e questo mi conforta in qualche modo. Avevo fatto parecchie foto a volte, a raffiche improvvise, come al vecchio cimitero di Istambul con le lapidi grigie tutte storte sull’erba. A una famiglia di contadini in Bulgaria, alla nonna che rideva sdentata abbracciando una bimba di due anni, alla nostra piccola tenda vicino a un ponte di pietra, e anche a noi stessi stupiti viaggiatori. Anche se da un po’ le foto non le stavo facendo, bastavano le soste e le altre perdite di tempo a portare la media generale a non più di quaranta ridicoli chilometri all’ora. Questa volta si trattava invece di fare settecento chilometri in un’unica tirata, di cui molti in montagna. Dovevamo girare intorno al monte Ararat affrontando lunghe salite e discese, sfiorare addirittura il Piccolo Caucaso. Anche tirando al massimo ci avremo messo un casino di tempo, qualcosa come quindici ore, e se tutto andava bene. Inoltre anche se nessuno ne aveva ancora parlato, c’era la storia dei piccoli papiri misteriosi.

Erano gli ultimi giorni prima della partenza dall’Italia, i saluti e gli ultimi appuntamenti con i persiani. Said, il più taciturno del gruppo – io posso poco italiano, diceva sempre – ci chiese il favore di portare un suo regalo dall’Italia alla sorella che stava per sposarsi. Si presentò proprio il giorno prima a casa nostra con una grossa busta contenente una stecca di sigarette Camel e una scatola di baci Perugina in confezione regalo, con nastri e fiocco, da portare a casa sua a Isfahan per la imminente sposa. Ci sorprese non poco. Pensai perplesso a come il caldo e il viaggio avrebbero ridotto la cioccolata di quel regalo insolito e inutile, visto che in Turchia e tutto il Medio Oriente non erano certo le sigarette a mancare. Era strano, ma qualche stranezza eravamo abituati a concederla a quei ragazzi. Così anche il fragile e ingombrante pacco trovò il suo posto fra taniche e zaini nel bagagliaio sul davanti del maggiolino.

Solo ripartendo da Istambul, dove eravamo stati per pochi giorni in un albergo economico, al momento di caricare nuovamente in macchina i bagagli che si erano già arricchiti di cianfrusaglie varie raccolte negli enormi bazar della città vecchia abbiamo scoperto il motivo. Nel pigiare le varie borse nel cofano, ci siamo accorti che il pacco con la stecca delle sigarette si era strappato. Da un angolo usciva un pacchetto ammaccato. Con nostra grande sorpresa vedemmo che invece di sigarette Camel conteneva tanti piccoli rotoli di carta fitti di scritte in persiano. Tutti ordinati e arrotolati come sigarette nel loro pacchetto. In tutto tantissimo testo, forse libri interi.

– E questo che scherzo del cazzo è?

Non credevamo ai nostri occhi.

– Che roba sarà? Ma perché non ce l’hanno detto? – disse Maria.

– Chi credono di prendere per il culo? Io butto via tutto! – il socio.

– Non ci hanno detto niente, gli stronzi non si sono fidati.

– Persiani sono e persiani rimangono – sempre Gino.

– Non si fidano di nessuno, e forse fanno bene.

– Amici un cazzo, a noi lo dovevano dire. E così eravamo sul marciapiede a rimuginare, a guardarci intorno, a fare ipotesi su cosa fossero quelle carte incomprensibili e perché dovessero essere così nascoste. In Iran il regime filo-occidentale degli Shah era difeso dagli americani e non tollerava opposizioni, c’era una fortissima repressione del dissenso. I nostri amici persiani, anche nel clima di ribellione che si respirava all’univerità, erano sempre molto cauti nel parlare di politica. Improvvisamente passavano alla loro lingua e si facevano vaghi. Sapevamo tutti che fra gli studenti di Firenze ce ne erano molti che passavano informazioni alla polizia segreta iraniana, la famigerata Savak. Sarebbe stato molto pericoloso per loro, una volta tornati a casa, essere stati notati in attività filomarxiste all’estero. Certamente l’occhiuto regime persiano non avrebbe gradito.Senza averne grande motivo, decidemmo che quei papiri misteriosi dovessero contenere qualcosa tipo le opere di Marx tradotte in persiano. Qualche tomo voluminoso e prolisso, medicina indispensabile per l’emancipazione delle masse, che indicasse la strada ai popoli della terra verso le loro inevitabili sorti se non proprio magnifiche, di sicuro progressive. Tutti eravamo contro la guerra in Vietnam, contro l’imperialismo americano e a favore dei Cinesi, dei Palestinesi, dei Tupamaros, dei Cubani, dei Portoghesi e in genere dei guerriglieri e ribelli di ogni parte del mondo e non ne facevamo mistero. Credere possibile una rivoluzione, urlare parole di fuoco era un nostro diritto sacrosanto. Ma per loro, i persiani, non era così nei fatti. Dovevano stare attenti.E anche noi ora. La polizia da queste parti non scherza, che spiegazioni potevamo dare se scoperti? E allora, buttiamo via tutto? Ci arrendiamo alla vile prudenza? Giammai. Alla fine rimettemmo il pacco regalo a posto alla meglio e continuammo senza più parlarne. L’impresa segreta ci faceva sentire cospiratori anche se non sapevamo bene di cosa.

– Ma poi glielo diciamo a Said, stai sicuro!

Il pacco era ancora lì, sempre più ammaccato nel portabagagli.

Mentre parliamo ora ci fissiamo più direttamente del solito e guardiamo anche intorno, attenti. Maria ha i Ray-Ban e i capelli all’indietro spettinati. Fuma una sigaretta. Gino tiene gli occhi stretti come al solito, con i capelli lunghi e la barba nera. Stravaccato come sta ora sulla sedia potrebbe sembrare la comparsa in un giallo di periferie italiane. Forse tutti ci sentiamo davvero dentro un film. Mezz’ora dopo siamo in macchina col pieno fatto, che filiamo a ottanta all’ora già fuori dalla città. Come seguendo un copione inevitabile siamo anche tornati sul luogo del delitto. Cioè, ci siamo passati vicino, quando cercando di seguire la strada per uscire in direzione di Sivas abbiamo attraversato di nuovo la piazza dove c’era la banca dal cambio favoloso. Turkije Etibank c’era scritto in verticale su un’insegna appesa affianco all’edificio, in lettere nere ciascuna incasellata in un riquadro bianco separato che forse di notte si illuminava anche. Volevo ricordarlo quel nome fatale. Per pochi attimi l’ho visto controsole dal parabrezza sporco, poi nello specchietto che si allontanava, mentre cercavo di guidare nel modo più invisibile. Troviamo la strada e siamo in periferia, distributori di carburante, camion: comincia la pianura arida. La somma che ci hanno involontariamente regalato vale almeno lo stipendio di quell’impiegato di banca e molto di più per quasi tutti gli altri che vediamo tutto il giorno. Mi dico che la nostra piccola fortuna non sarà pagata direttamente da qualcuno in particolare, ma che si perderà nel grande ventre delle operazioni bancarie e che magari nessuno se ne accorgerà mai. E poi è la sorte che ha voluto così. Un incoraggiamento del destino invisibile. Non potevamo sdegnare questo dono generoso, o il Fato si sarebbe adirato con noi.Fantastico su queste cose mentre cerco di tacitare un senso di colpa che da qualche parte pure c’è. Ancora una volta questa sensazione lontana non mi lascia mai del tutto, come un ospite indesiderato ritorna a sorpresa e appesantisce le scelte. Ma ci penserò un’altra volta, ora l’avventura è cominciata e il suo richiamo è troppo irresistibile. I primi chilometri passano in fretta, abbiamo deciso di alzare la velocità di crociera a ottanta all’ora, ma vado anche di più, non c’è traffico e la strada è dritta, pigramente ondulata. Ci sono le solite salite leggere e impercettibili che fanno sembrare a volte il nostro motore lento e sfiatato, mentre dopo poco lo sentiamo girare pimpante e leggero in una discesa invisibile, con il piede che alleggerisce il gas. Tutto intorno terra chiara e sassosa, cespugli rinsecchiti, villaggi con muretti bassi che circondano le case dello stesso colore della terra e le montagne all’orizzonte, azzurrine, ancora lontane.A Erzurum non ci fermiamo neanche, appena fuori Gino mi dà il cambio al volante senza rallentare neppure. Semplicemente rotoliamo uno al posto dell’altro in una manovra già provata diverse volte, lui dice che ora dobbiamo imparare a pisciare direttamente dal finestrino. Maria dice contaci, e si accende una sigaretta stirandosi sul sedile di dietro ingombro di cose. Mi volto, mi sorride.

Mi sento un po’ in colpa anche con lei per averla trascinata in questa strana situazione, io e lei, più il socio come optional. C’è già stata tensione più di una volta, quando c’erano da fare delle scelte pratiche, o più spesso quando nei nostri discorsi i giudizi o le opinioni erano diversi. A me non piace essere l’ago della bilancia, sono troppo parte in causa. Tre è un numero difficile, basta uno a fare la maggioranza. Comunque per ora nella nuova situazione siamo compatti e concentrati come bravi soci, le ruggini avrebbero aspettato un altro momento. Adesso c’è da correre, cioè da stare seduti nello stretto abitacolo sobbalzante, come pacchi. Quei soldi turchi ce li terremo per il ritorno, ora nascondiamo quello che avanza e quando ripasseremo da qui al ritorno ne avremo quanto basta per arrivare fino a casa. Il rientro da qui in poi sarà garantito. All’indietro ce li avrebbero accettati facilmente in Grecia e in Yugoslavia, sulla strada che tanti turchi percorrevano verso l’Europa, magari con i risparmi di una vita. Avanza il pomeriggio, ci fermiamo a fare nuovamente il pieno di quella benzina di colore verde che costa pochissimo, veniamo circondati da un gruppetto di uomini e donne che si avvicinano chiedendo il barksish. Ripartiamo e passiamo accanto a un camion che si è rovesciato fuori strada con il cassone storto e un mucchio di sacchi di granaglie sparsi a lato, alcuni strappati. La cabina piccola e spigolosa è vuota in modo sinistro, ma c’è un uomo lì accanto, seduto a terra. Sta accucciato sui talloni e con una coperta avvolta sulle spalle. Ci chiediamo se è l’autista, ma più probabilmente è solo di guardia ai sacchi rovesciati, starà tutta la notte a difendere quel grano dai ladri. Poco dopo cominciamo a salire, la strada diventa sterrata e lo rimane, lasciamo dietro di noi una scia di polvere che resta sospesa a lungo, illuminata dal sole. Il tramonto è l’ora magica per i viaggiatori e i naviganti, si sa. Nelle larghe curve possiamo vedere la nostra effimera traccia dorata che si disperde in quelle distanze.

Appare il monte Ararat. Sicuramente è lui, un cono solitario come il Fuji Hama, imponente. Ci stringiamo nell’abitacolo, come in una piccola e traballante macchina del tempo personale. Mi tornano in mente le storie di Noè e la sua arca. Qualcuno sostiene di averne ritrovato i resti su queste alture. Vista dai nostri finestrini questa sassicaia infinita non sembra proprio il luogo della grande alluvione, né che da qualche parte possa esserci arrivata una barca. Ancora sterrato, curve larghe e salita, ancora non è buio. Attraversando un villaggio ci fermiamo a un incrocio e siamo circondati da un gruppo di ragazzini che ci corrono incontro schiamazzando. Hanno i nasi moccolosi e capelli quasi rasati, mosche intorno alle labbra, e sguardi fissi e duri. Urlano barkshish barkshish accavallandosi al finestrino, lo toccano con le mani urtandosi. Ripartiamo e ci corrono dietro urlanti, le mani ancora al vetro, danno colpi sulla carrozzeria e a fatica si staccano. Guardo quelle faccette sconfitte fermarsi e rimanere indietro, sento la loro urgenza come qualcosa di antico, a noi sconosciuto. Hanno ragione loro, lo so.Arriviamo a Dogubajazit che è notte fonda, forse l’una o più. La città è distesa in in una larga valle fra le montagne, addormentata. Un paio di tè in una specie di sgangherata stazione per camionisti, e via ancora. Tocca ancora al socio guidare. La strada è di nuovo asfaltata, cioè, lo è una striscia centrale abbastanza stretta, due corsie scarse con le solite larghe banchine sterrate ai lati. Si sta praticamente sempre al centro e si mettono le ruote sullo sterrato solo per far passare quelli che vengono dalla direzione opposta. Che poi ora sono quasi solo camion e qualche macchina straniera. Forse cominciano a sentirsi vicino alla destinazione, il fatto è che tutti sembrano pigiare sul gas da matti. Non ne possiamo più, siamo ormai in una specie di trance, pensiamo una cosa sola: arrivare da qualche parte. Con i nostri polverosi fari a sei volt affrontiamo auto e camion enormi che ci vengono incontro rabbiosi con gli abbaglianti storti e sempre accesi al massimo. E non si scansano mai. Anche Gino sembra essere preso da quel gioco insensato, gli punta dritto addosso i fari, e solo all’ultimo momento si decide a mettere le ruote sul vile sterrato.

– Guarda questo stronzo – dice – e leva quei fari!

– Socio, attento, perdio, vuoi andare più piano.Si considera un guidatore tosto, ovviamente, al paesello l’avevo sentito vantarsi di superare le altre auto passandogli a un palmo, senza scansarsi di più, mentre faceva il verso con il braccio teso e la mano aperta.Maria protesta anche lei sfinita:

– Mantieni la calma, non fare il cretino – ma sembra assorta, mi pare che non si renda conto del tutto. Sono seduto dietro e sono terrorizzato. Non me ne importa niente delle sue prove di forza, non sopporto di non avere il volante in mano, non voglio morire. Dietro non ho neanche la portiera, c’è da impazzire.

Mi metto a urlare:

– Che cazzo fai? Sei scemo? Se non ci vedi fermati, testa di cazzo!

– Vuoi cercare rogne proprio ora, socio?

– Ti vuoi fermare?… fermati e ammazzati da solo! – non so più quello che dico.

– Che cazzo urli, sei scemo? – risponde Gino, ma poi accosta.

Usciamo nella campagna, ognuno da solo, come una liberazione. Riparto abbastanza piano, stiamo zitti, fa anche freddo.

Giovedì mattina, ore 3 circa

Qualche luce, i primi cartelli della frontiera. Finalmente. Ci sono camion fermi in fila, con i motori accesi, non li spengono proprio mai. Sono accostati lungo la strada in un’ ingombrante fila. Riusciamo ad avanzare comunque, perchè le auto passano in un’altra fila molto più breve, per fortuna. Intorno ci sono delle specie di caserme bianche col tetto piatto e un piazzale illuminato. Spengo il motore, scendiamo, siamo al dunque. Infilo la camicia dentro i pantaloni. La stanchezza rende automatici i movimenti, in qualche modo ci aiuta. A non pensare, soprattutto. L’edificio è basso, il solito stanzone illuminato dai neon con le mosche dentro, al muro il quadro di Ataturk che guarda e un orologio che segna le tre e venti. Consegnamo i passaporti alla dogana, le guardie ci scrutano oscure. Non gli piacciamo, è evidente. Avranno anche ragione, ma qualcuno di loro vorrebbe comunque essere al nostro posto, chissà. Certo noi non vorremmo essere al loro.

– What pourpose of your visit?

– Tourist, student – certo, che altro se no.

Che razza di studenti del cazzo, sicuramente dicono tra di loro a mezza voce, tanto non capiamo. Vogliono vedere la macchina, ci seguono in tre nel parcheggio. Apriamo le porte e il baule, uno entra dentro e guarda borse e zaini, forse vede il pacco regalo, io non guardo, lui sposta qualcosa fruga sgarbatamente a casaccio, ma anche la sua faccia è stanca.

Gino si accende una Marlboro, ne offre a tutti e tre, ma si tiene il pacchetto. Le lire turche sono nella borsa delle foto che ho a tracolla, infilate sotto il rivestimento. La stringo addosso, mi rassicura, guardo il cielo ma non vedo più le stelle.

Ora uno si mette a sfogliare il nostro libretto di circolazione, ma non sembra capirci molto. Indico il mio nome su una delle pagine ciancicate, lui mi guarda e dice yes, ma non me lo restituisce. Rientriamo verso l’ufficio passaporti. Ci chiedono se abbiamo soldi.

– Turkish liras no, dollars dollars.

Maria fa vedere duecento dollari, metà della nostra intera riserva, tirandoli fuori da una busta di cuoio che tiene a tracolla sotto il giubbotto di jeans. Loro guardano interessati e non dicono niente. Lei rimette tutto a posto alla svelta. I tipi seguono accuratamente il borsello rientrare in quel nido caldo.

Ora siamo allo sportello, i passaporti sono aperti alla pagina giusta, quasi a portata di mano. Un ufficiale ci confronta con le fototessera, gira le pagine indietro, ci guarda di nuovo. Ci sono dei libroni appoggiati sul tavolo dentro il suo ufficio e due pannelli di foto segnaletiche alla parete, tutte fotocopie nere e allucinate. Ataturk è sempre lì con la topa in testa, ormai ha lo sguardo spento anche lui. I passaporti sono appoggiati sul tavolo, distesi a ventaglio. I libroni rimangono chiusi. Il timbro sbatte tre volte anche troppo forte sulle nostre pagine verdine. Gestualità professionale, sceneggiata con ostinazione. I timbri di uscita.Possiamo andare. Sento una piacevole contrazione alla schiena.

Il guardia ci sbatte i libretti chiusi sul davanzale dello sportello, come un giocatore di carte che getta uno scarto.Allungo la mano. Usciamo nel piazzale. Saliamo in macchina.Il maggiolino riparte al primo colpo.

NOTE

Carlo Bonazza, fotografo e editore, vive a Grosseto. Si è occupato di documentazione del territorio, di città e di periferia, di riproduzione di opere d’arte, di fotografia di scena per il teatro e il cinema, di restauro di foto storiche. Ha prodotto vari libri fotografici sulla sua terra, fra cui Viaggio in MaremmaIl tempo e le stagioniIn volo sulla MaremmaSciangai 1999. Queste pagine, nate per una specie di gioco tra amici, sono il suo primo racconto.

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