Sarasso a Capri

17.07.07
Microcronaca dell’evento partenopeo. Doveva presentare Emilio Fede, e invece…
Fede non è venuto. Ma ha chiamato Cecchi Paone. Questo il succo della cosa. Ma andiamo con ordine… Sabato mattina sveglia a un’orario indecente (le quattro meno un quarto) dopo una notte insonne (l’ansia della partenza, che vo ffa?). Doppio caffè e via in autostrada fino a Milano e poi in tangenziale fino al deliziosamente economico Linate Parking. Arrivo in aeroporto, freschi come delle rose, alle 5.30. Stupiti della levataccia di massa dalle proporzioni titaniche (aeroporto gremito. Manco a Fiumicino ad aspettare l’italia di ritorno da Berlino…) In qualche modo riusciamo a checkinare la enorme valigia verde che ci accompagna da un po’ in giro per il mondo. Imploro mezza sigaretta prima della partenza, chiedendo a mia moglie perché la valigia che ci servirà per tre giorni a Capri pesa di più di quella che c’è servita un mese in Indonesia. La mia dolce metà sorride e sbatte gli occhioni: “Perché Capri è Capri…”. Aaaahhh, allora… Sono fuori a fumare e a momenti mi gioco il passaggio per Napoli: “Last call for Mr. And Mrs. Sarasso…” Arrivo, arrivo… Sull’aereo muoio di freddo e leggo il nuovo De Cataldo. Pietro Cheli, di Diario, mi ha fatto una testa così: non leggerlo. Non è all’altezza di Romanzo criminale e bla, bla bla… M’aveva quasi convinto. Meno male che non gli ho dato retta. Nelle mani giuste è fichissimo. Ne divoro settanta pagine in un soffio.Non chiudo occhio nonostante l’abbiocco feroce. E in meno che non si dica: “We’re now landing in Capodichino…” Fuori dall’aeroporto c’è Napoli. Ed è la prima volta che la vedo. Aria di mare e gas di scarico. Sui motorini quasi tutti hanno il casco. In strada si vende, mura sgarrupate fanno a pugni con le antenne paraboliche. Un manifesto enorme mi sbatte in faccia la realtà: Napule: comm’è bell… E mi sento solo un nordico piccolo piccolo (metafora innocente, nonostante il quintale che mi porto appresso…) che ancora non ha visto nenti di questo Bel Paese. Anche se si affanna a scriverene in lungo e in largo. Al molo del Beverello ci arriviamo in orario. Anzi, in anticipo. E il traghetto è già là ad aspettarci. Nemmeno in Svizzera i trasporti funzionano così. A Milano avrei già accumulato un ritardo di un’ora. Tanto per dire i luoghi comuni… Un’oretta di mare, e poi: BUM! Capri. Come ve lo spiego? Sul molo lungo e stretto di Marina Grande si parlano tutte le lingue del mondo. I giapponesi sorridono e i marinai ci conversano in napoletano. Una bimba scura scura sembra un panzarotto con gli occhi azzurri. Qua ogni donna è femmina e ogni uomo è uomo. Tutti sorridono e aiutano. Gli autisti del pullman si fermano se chiedi. Tutti pagano il biglietto. Si può parlare al conducente. Anzi, il conducente non smette di raccontarti quant’è bella casa sua. L’albergo ad Anacapri leva il fiato. Costanzo, il gestore, mi mette una mano sulla spalla e strizza l’ochio quando mi vede a bocca aperta: “Prima volta a Capri, dottò?” Annuisco goffo e lento. Costanzo è a suo agio: “Vede là? Quello è il Golfo di Napoli. E quando è mal tempo e il vento spazza la foschia vede fino a Salerno…” La mia bocca rimane spalancata. Non ne vuole sapere di chiudersi. Una pizza è d’obbligo, visto che è quasi ora di pranzo. Non vi dico nulla. Mangio pizza da quando riesco a pronunciare la “z”. Ma dopo il primo morso realizzo di non averne mai mangiata una così. Fate voi… Si ritorna su e sveniamo nel lettuccio preparato a regola d’arte: welcome, pennichella.. Alle sette sono presentabile (a parte il funereo pallore che mesi e mesi chiuso nel mio studiolo a battere sulla tastiera mi ha donato…) e il signor Agostino Ingenito, presidente della Pro Loco di Capri, dà il via alle danze. Non voglio tediarvi con i dettagli della presentazione. Basti sapere che va alla grande e una signora in lino grigio si asciuga gli occhi quando parlo delle vittime di Piazza Fontana. È una cosa istituzionale, per cui ci sono pure l’assessore e la targa di Socio Onorario della Pro Loco di Capri. Quando chiedo ad Agostino come mai niente Fede, con infinita eleganza alza le spalle. “Il dottore è sull’isola. Ma ha preferito non introdurla personalmente…” Che Emilio si sia accorto che mangio i bambini? Ad ogni modo va tutto a tarallucci e vino, perché Mary e io veniamo rapiti da una coppia strepitosa che ci invita per cena a casa loro insieme ad Agostino. Credo onestamente che la cena sia il punto più alto della due giorni partenopea. I padroni di casa sono napoletani facoltosi (ma forse facoltosi è riduttivo…), coltissimi e decisamente non di destra. Parliamo di politica, di libri e del Paese Reale, e me ne vado da casa loro con una lezione che non mi scorderò tanto in fretta: “Napoli non è solo camorra è munnezza. Non c’è solo la Napoli di Saviano, ricordatelo. C’è ancora speranza per questa città…” Siamo sulla porta a incrociar baci e abbracci, quando il telefono di Agostino squilla. La cosa va per le lunghe. Lo vedo annuire. Si salutano con un “Ciao, caro.” Mi dice che era Cecchi Paone. Si scusava tantissimo di non essere intervenuto alla presentazione. Dice che mi vorrebbe a Positano. Io allargo le fauci e sorrido: “Ok, nessun problema.” Agostino mi dice: “Attento Simò… Che lo sai che Alessandro tiene un viziaccio…” E io di colpo torno al mondo vero. Realizzo qual è il viziaccio di Cecchi Paone. Mi ricordo che l’ha tirato fuori davanti a un sacco di gente l’anno delle elezioni. Che ultimamente, come lui, ce n’è un sacco in giro. Fanno pure le manifestazioni in piazza. E io non è che mi trovi tanto a mio agio con loro… A dirla tutta mi fanno paura. Alessandro Cecchi Paone è uno di quelli. Alessandro Cecchi Paone è di Forza Italia. Farò meglio a guardarmi le spalle a Positano.
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