Anche l’ANSA su LE ROSE SI VENDICANO DUE VOLTE

05.03.07
Ennesima recensione entusiastica dell’esordio letterario di Morava
Ci sono tante piccole case editrici che cercano di ritagliarsi, in un panorama complesso come quello italiano, uno spazio ben definito andando a cercare autori e storie che possono assumere importanza o, in ogni caso, che hanno profili di originalita’. Come fa EFFEQU che ha deciso di editare il libro di un immigrato albanese che, in patria faceva il giornalista e che in Italia ha fatto di tutto per sbarcare il lunario, dal bracciante al manovale e persino il trafficante di marijuana. Si chiama Leonard Morava, ha 33 anni e oggi vive a Grosseto (lavora come operaio edile) e ”Le rose si vendicano due volte” e’ il romanzo con cui ha fatto il suo esordio letterario in Italia, scegliendo la casa editrice toscana. E’ un romanzo che racconta una storia dalla parte di chi dall’ Albania punta il suo sguardo e le sue speranze verso l’ Italia, che vede come una terra di opportunita’, e non ancora come una terra di ricchezze, una terra su cui e’ possibile sopravvivere, se proprio non si riesce a vivere. E’, in fondo, il sogno di tutti coloro che sono costretti a lasciare la loro terra coltivando l’ illusione di una vita migliore. E come tutte le illusioni, spesso quella degli emigrati per disperazione finisce per arenarsi su una realta’ dura, spesso anche violenta. Tutto parte dalla morte violenta di un giovane albanese e ”Le rose si vendicano due volte” accompagna la storia di chi conosceva la vittima, forse ne era amico, ma non al punto di sacrificarsi per aiutare a chiarire il mistero della sua fine. Il romanzo racconta anche la cortina di paura che soffoca la vita di chi e’ clandestino e che sa di potere essere costretto a tornare indietro – e quindi alla poverta’ – se solo incappa in un carabiniere o in un poliziotto troppo ligi al dovere e che non cedono all’ umanita’. Ma la storia non si dipana soltanto in Italia perche’ il suo racconto e’ un continuo riandare dall’ altro lato dell’ Adriatico, in una terra selvaggia e dura, come talvolta selvagge e dure sono le sue usanze. Il tutto descritto con un linguaggio che – non si capisce bene se per scelta o per le difficolta’ di Morava di adattare il suo pensiero ad una lingua imparata – appare scarno, asciutto, fin troppo schematico. Fonte: ANSA – NOTIZIARIO LIBRI – 2 MARZO 2007
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